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La Giornata Mondiale dell’Acqua compie 34 anni. Istituita dalle Nazioni Unite per sensibilizzare alla tutela della risorsa idrica disponibile nel mondo, quest’anno pone al centro il tema “Acqua e Parità di Genere”. Per ribadire che la crisi idrica colpisce milioni di persone nel mondo, ma non tutti allo stesso modo. L’accesso libero ed equo a questa risorsa vitale non è garantito in molte aree, in particolare dove sono in corso guerre e dove sono soprattutto le donne a subire le conseguenze della scarsità idrica.

Le Nazioni Unite definiscono la sicurezza idrica come: “La capacità di una popolazione di salvaguardare l’accesso sostenibile a quantità adeguate di acqua di qualità accettabile per sostenere i mezzi di sussistenza, il benessere umano e lo sviluppo socio-economico, di garantire la protezione contro l’inquinamento e i disastri correlati all’acqua, e per preservare gli ecosistemi in un clima di pace e stabilità politica”. La Risoluzione dell’assemblea delle Nazioni Unite 64/92 del 28 luglio 2010 ha quindi riconosciuto che il “diritto all’acqua potabile e ai servizi igienico sanitari è un diritto dell’uomo essenziale alla qualità della vita ed all’esercizio di tutti i diritti dell’uomo”.

In tantissimi Paesi del mondo sono le donne e le bambine a occuparsi sia dell’approvvigionamento, coprendo a piedi lunghe distanze, spesso in condizione di pericolosità, per la gestione a livello domestico. In contesti di guerra una donna può essere impegnata nella raccolta di acqua anche per cinque ore al giorno. Le guerre per l’acqua possono seguire dinamiche che coinvolgono uno qualsiasi degli elementi costitutivi della sicurezza idrica. L’accesso all’acqua non ha solo ricadute alimentari e produttive, ma anche sociali.

La storia dei conflitti per il controllo delle risorse idriche risale a migliaia di anni fa, perdendosi in miti e leggende. Anche oggi il nostro tempo è attraversato da guerre che vedono l’acqua come obiettivo, militare e politico. A tracciarne la cronologia dall’antichità fino ai giorni nostri, è il think thank Pacific Institute. Nel database sono documentati oltre 2700 conflitti, che coprono un arco storico di 4500 anni e interessano oltre 100 paesi. Tuttavia, il 90 per cento degli eventi riportati è avvenuto dall’inizio del ventunesimo secolo. Dimostrando che è in corso un notevole aumento negli ultimi anni. Ad esempio il periodo 2012–2021 ha visto circa quattro volte più conflitti rispetto al decennio precedente. Solo nel 2024 ci sono stati 419 incidenti legati all’acqua, mentre nel 2023 gli episodi violenti sono stati del 50% in più rispetto al 2022, che già aveva fatto riscontrare una impennata sull’anno precedente: “I rischi di violenza e conflitto legati all’acqua stanno aumentando, man mano che vengono ad ampliarsi popolazione, pressioni economiche e ambientali sulle scarse risorse idriche. Molti di questi rischi si stanno materializzando a livello subnazionale piuttosto che come dispute tra nazioni, ma anche a livello nazionale crescono preoccupazioni riguardo alle tensioni in Africa e in parti dell’Asia che condividono fiumi internazionali, senza accordi internazionali su come gestire tali acque”.

Gran parte di questa crescente ondata di violenza pone l’acqua come strumento di guerra ma allo stesso vittima collaterale dei conflitti bellici che scuotono il Pianeta. Dalle guerre civili in Africa e Medio Oriente, all’Ucraina, dove sistemi e forniture idriche vengono compromesse per indebolire i nemici. Come del resto avviene a Gaza dove l’esercito israeliano nella guerra ad Hamas ha sistematicamente distrutto la quasi totalità delle infrastrutture idriche dei gazawi. L’acqua e il conflitto israelopalestinese hanno uno stretto rapporto che da anni avviene anche nella Cisgiordania occupata. La questione acqua riguarda anche il fiume Colorado e il Rio Grande oggetto di crescenti controversie diplomatiche tra Messico e Usa, tensioni che sono andate intensificandosi con l’amministrazione Trump. E in Asia è invece il fiume Mekong a creare dissidi tra gli Stati dove scorre, dalla Cina alla Birmania, dalla Thailandia al Laos sino a Cambogia e Vietnam.

L’Onu calcola che nel 2050 per nutrire la popolazione mondiale occorrerà accrescere la produzione agricola del 50%, richiedendo prelievi d’acqua del 30% superiori a quelli attuali. Una recente ricerca ha rilevato che 2–3 miliardi di persone vivono in regioni dove i prelievi netti totali d’acqua superano le fonti rinnovabili disponibili localmente fino a metà dell’anno. Per mezzo miliardo di persone, la domanda netta supera invece l’offerta durante tutto l’anno. La crescente frequenza e gravità di inondazioni, siccità ed eventi meteorologici estremi legati all’acqua aggravano ulteriormente le vulnerabilità sociali e i rischi per la sicurezza idrica. Molti osservatori temono che tali cifre possano preannunciare potenziali collisioni dolorose tra il crescente fabbisogno idrico e le risorse idriche disponibili. Quando Paesi o comunità diverse dipendono dalle stesse fonti idriche, le carenze tra domanda crescente e disponibilità in diminuzione potrebbero provocare una competizione più acuta o addirittura conflitti violenti per garantire le scarse risorse.

È importante sottolineare che le dinamiche dei conflitti idrici ruotano spesso non solo attorno ai cambiamenti ambientali e alle pressioni sulle risorse, ma anche sulle politiche e pratiche di governance. Le scelte di gestione sulle risorse condivise possono generare “dilemmi di sicurezza” idrica. Mentre circa il 40% della popolazione mondiale vive nei bacini transfrontalieri di fiumi e laghi, solo un quinto dei paesi ha accordi per condividere equamente un bene comune indispensabile.

Alfredo De Girolomo

https://www.huffingtonpost.it/

 

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