Occidente in crisi e democrazia in pericolo: vogliamo rinascere o soccombere?

3 Giugno 2026

di Giuseppe Pigoli

Delle sofferenze dei Gazawi ad opera degli israeliani si parla tanto – com’è giusto – ma non si dice tutto. In un’intervista scoperta per caso su You Tube e rilasciata da Francesca Borri (giornalista di sinistra operante in Palestina da decenni) viene evidenziato come i palestinesi siano oggetto di angherie anche da parte dei ricchi connazionali che sequestrano, con il silenzio complice degli israeliani, parti cospicue degli aiuti umanitari a scopo di lucro e commercio. Ancora una volta, dunque, distinguere fra buoni e cattivi non risulta facile, soprattutto visto che non tutte le notizie passano con doverosa equità. Altra perplessità nasce dal fatto che quando si sente parlare del Medio Oriente o di Ucraina, gli “esperti” lanciano i loro commenti indignati contro il capitalismo guerrafondaio, origine di tutti i mali. Mi domando perché nessuno sospetta che queste guerre le hanno volute tutti per ragioni diverse e che per ragioni altrettanto diverse nessuno è veramente interessato alla pace (altrimenti l’avrebbero già stipulata) perché tutti, dico tutti, con una pace affrettata avrebbero troppo da perdere a livello politico, economico e di prestigio.

È vero, il capitalismo e l’imperialismo occidentali si sono macchiati di colpe indicibili, esattamente come hanno fatto, a loro tempo, gli ottomani e gli arabi (invasioni, schiavismo, sfruttamento…) questi ultimi, però non sembrano proni a scusarsi con il mondo intero come fanno i nostri insigni rappresentanti (ad esempio Re Carlo in Africa). Alla fine l’unico vero colpevole dei mali della storia resta l’Occidente.

A mio parere dovremmo porre attenzione anche ai meriti della nostra cultura, meriti che in troppi sembrano dimenticare. Mi chiedo ripetutamente le ragioni di questo oblio, ma fatico a trovare una risposta che non sia simile all’improperio, per cui me ne sto zitto. Oltre a cospargerci il capo di cenere per le nostre indubbie colpe, dovremmo anche ricordare che con la rivoluzione americana (1776) è nata la democrazia che, pur in difficoltà, dura ancora oggi dopo 250 anni e a cui si è ispirata la rivoluzione francese (1789) . Quest’ultima ha sì generato una democrazia che quasi subito, però, è sfociata nel Terrore, cui è seguita la restaurazione di una serie di regimi monarchici e di repubbliche in cui mancava il suffragio universale, proclamato solo nel 1944. In breve, la democrazia come l’intendiamo oggigiorno, in Europa è rimasta solo un’idea fino al dopoguerra.

Su questi concetti dovremmo riflettere con animo aperto e pensare che TrumpXi e Putin non sono uno migliore dell’altro; quanti sono coloro che pensano che Putin sia buono? Dovremmo inoltre pensare che Trump non è l’unico guerrafondaio; suoi predecessori sono stati Truman, Kennedy, Johnson, Nixon, Regan e Obama (quest’ultimo seguito con fedeltà canina dal comunista D’Alema nella guerra del Kosovo). Dovremmo pensare che non basta un bestione come Trump per minacciare seriamente la democrazia. Il mercato libero, praticato da sempre a tutte le latitudini, non è il peccato originale da cui mondarci (Maometto era un mercante e la sua seconda moglie una ricchissima donna d’affari; così è se vi pare!).

Il capitalismo è un fatto storico enorme, sia nel bene che nel male: ha sfruttato, schiavizzato, inquinato, ma ha anche curato, sfamato e creato un benessere senza precedenti nella storia. Da quando Spengler ha pubblicato Il tramonto dell’Occidente – di cui ho letto solo una vulgata, ma che viene citato a ripetizione – ci battiamo il petto sentendoci responsabili dei mali del mondo. E non facciamo altro! È diffusa la sensazione che la democrazia sia in pericolo (forse è più di una sensazione). Un modo per difenderla consiste, ad esempio, nella resistenza al diffuso e nauseabondo linguaggio assertivo che non dà spazio a quello propositivo; se manca quest’ultimo c’è posto solo per l’autocommiserazione.

Concludo con un’ultima riflessione: così come il fallimento dell’ideale marxista non è stato causato dall’assurdità o impraticabilità dell’ideale stesso, ma dalla sua degenerazione in ottusa burocrazia di potere, analogamente si potrebbe dire che il capitalismo, nonostante il suo straordinario impatto storico, rischia di essere travolto dai suoi numerosi e ripetuti eccessi, cui oggi indulge con preoccupante disinvoltura.

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