E’ il socio di lunga data ad avere più interesse al rilancio della Baldesio: ecco qualche idea

19 Settembre 2026

Ripubblichiamo il commento all’intervento sulla Baldesio del socio Giovanni Cervi Ciboldi, firmato Nina Smozine, e la replica dello stesso Ciboldi.

L’idea che la somministrazione di pranzi di lavoro da parte del ristorante possa rappresentare una occasione per rimettere in moto la Balde dopo un periodo buio é talmente bizzarra che non fa nemmeno ridere (il suggerimento viene dai gestori del ristorante, ansiosi di sottoscrivere convenzioni ?). Sopratutto bizzarra se é pensata per riempire la società nelle due ore in cui
“é deserta” (e chi l’ha detto? Per molti soci, specie se lavorano, é l’ ora migliore). E ancor più bizzarra appare perché molti soci sono indignati per la facilità con cui degli estranei riescono ad introdursi in società. Quanto al futuro della Balde, minacciato dal graduale aumento della età media dei soci, sappiamo tutti che il problema delle culle vuote è comune a tutta Italia e non é un problema baldesiano. Domanda: siamo sicuri che le nuove leve, cresciute al riparo da ogni troppo duro cimento (vedi la percentuale di promossi alla maturità pari al 99,7%) desiderino ardentemente far parte di società che garantiscano loro un ” livello di competizione sportiva che meriti il loro tempo” ? E se così fosse , che ne facciamo dei soci quaranta/sessantenni che hanno davanti a se un’aspettativa di vita di altri 40/ 20 anni ( dati Istat), che praticano con soddisfazione sport a livello amatoriale, e che sopratutto pagano la quota sociale da 40 anni e più? Qualche esperto di matematica finanziaria vuol prendersi la briga di calcolare che cifra ha versato alla Balde ciascuno di questi soci?

Nina Smozine

 

Gentile Nina, la ringrazio per il commento al mio intervento. Le sue obiezioni toccano due delle domande più rilevanti per il futuro della società. Le prendo sul serio e le rispondo volentieri, investendo un attimo di tempo per cercare dei dati e provare a farle cambiare idea, e per questo mi scuso anticipatamente per la mia lungaggine: che però l’argomento merita.
Il punto dal quale ritengo sia necessario partire è esattamente quello che lei tocca in chiusura: quanto ha versato alla Baldesio un socio che paga la quota da quarant’anni. Mi consenta un calcolo veloce. Se supponiamo una quota ordinaria di 650 euro, quarant’anni di quote valgono allora circa 26.000 euro a valori di oggi, cui va aggiunta la tassa di ammissione, che nei documenti resi pubblici negli ultimi giorni risulta pari a 8.600 euro. In tutto, stiamo parlando – a valori attuali – di quasi 35.000 euro: è una cifra seria, che merita rispetto. Per questo, vale la pena di chiedersi che cosa questo socio quarantennale abbia effettivamente comprato con quella cifra: tre piscine, i campi da tennis, quello da calcio, quello da basket, la palestra, il palazzetto, le bocce, le barche, un parco sul Po, la club house, un ambiente esclusivo e una moltitudine di servizi a prezzi scontati: il tutto per poco più di un euro e settanta al giorno. Questo socio non ha fatto beneficenza alla Baldesio, ma ha comprato, a un prezzo inesistente sul mercato, un qualcosa reso possibile da due cose soltanto: gli impianti che i soci prima di lui avevano costruito, e il fatto di dividere i costi fissi con qualche migliaio di persone.
Ed è qui che la sua domanda, girata al futuro, diventa la più forte che un socio possa porre. Un cinquantenne, con l’aspettativa di vita che lei giustamente cita, ha davanti altri trent’anni di quote: altri 20.000 euro ai valori di oggi. Quanto pagherà davvero dipende quasi interamente da una sola variabile: in quanti saremo a dividere costi che nella migliore delle ipotesi resteranno identici. Se, a parità di bilancio, la base sociale — 3.215 soci, per ammissione del consiglio uscente — diminuisse del 10%, la quota dovrebbe salire dell’11% circa, a carico proprio di quel socio che ne ha già versati trentaquattromila. In poche parole, i giovani sono l’unica polizza che quel socio ha sulla propria quota.
Sulle culle vuote lei ha perfettamente ragione: 355mila nati nel 2025, 1,14 figli per donna, un Paese con 47,1 anni di età media. Da qui, però, non discende la sua conclusione. Primo, perché mal comune non è mezzo gaudio: le culle sono vuote anche alla Bissolati e al Flora, ma se una base invecchia più in fretta di un’altra, la ragione è per forza dentro casa, non nei dati Istat. Secondo, perché lei sbaglia punto di vista: il nostro mercato non si è ristretto, ma si è allargato. La pratica sportiva continuativa in Italia è passata dal 17,8% del 1995 al 28,7% del 2024, il valore più alto mai rilevato, i tesserati in società sportive sono 12,3 milioni e i sedentari non sono mai stati così pochi. Terzo, per una questione di ordini di grandezza: per restare fermi a 3.215 soci, con una permanenza media di trentacinque o quarant’anni, servono ottanta o novanta nuovi ingressi l’anno. In una città e in un circondario di trecentomila abitanti, questo non è un problema demografico: è un problema di attrattività. Che deve essere necessariamente ricostruita. Il vero filtro della nostra base non è nelle culle, ma nei listini. Lungi da me voler rendere la società meno esclusiva: ma chiunque potrà concordare che una tassa di ammissione di 8.600 euro è molto più gestibile da un professionista di cinquant’anni che da un ragazzo di venti, il quale deve vedere ampie ragioni per dedicare quella cifra alla nostra società e non, che ne so, a comprarsi un’utilitaria.
Un inciso: sul 99,7% alla maturità ha ragione, ed è un dato che dice molto sulla scuola. Dice però poco sullo sport, che è esattamente il luogo dove quei ragazzi accettano invece di essere misurati, e lo fanno per scelta, nel tempo libero: il 75,6% degli undici-quattordicenni pratica sport con continuità, e quasi due su tre fra i sei e i quattordici anni sono tesserati in una società sportiva. Il punto è che quella quota scende al 66,1% fra i quindici e i diciassette anni e al 53,9% fra i diciotto e i ventiquattro: si perde quasi un terzo di chi praticava. È lì, in quei tre o quattro anni, che un circolo guadagna o perde un socio per mezzo secolo. E quando ho scritto di «un livello di competizione che meriti il loro tempo» non pensavo ai campioni: pensavo ad ambienti stimolanti, allenatori preparati, eventi di rilievo, gare, e tutto ciò che può provocare senso di appartenenza e l’entusiasmo che è alla base delle nostre scelte. Un luogo che sia parimenti stimolante per chi a vent’anni viene con gli amici, a quaranta con la famiglia e a settanta coi nipoti.
Un’ultima cosa, in merito al pranzo, argomento da me toccato, come si dice, en passant, e al quale non vorrei dare più rilevanza di quella che effettivamente ha. Qui le devo una precisazione e una concessione. La precisazione: l’idea non me l’ha suggerita nessun ristoratore, glielo posso assicurare. La concessione: ho scelto male la parola «deserta». Se ha ragione lei — se a mezzogiorno la società è frequentata, soprattutto da chi lavora — allora la proposta diventa ancora più sensata, perché quel servizio andrebbe a vantaggio anzitutto dei soci.
Per quanto riguarda invece i numeri: cinquanta coperti al giorno a diciotto euro, per duecentotrenta giorni lavorativi, fanno oltre duecentomila euro di giro d’affari. Non so come sia costruito l’appalto del servizio bar e ristorante, ma immagino che una percentuale su detta cifra non rappresenti la salvezza per nessuno. Il vero valore non sta però in quella percentuale: sta nel fatto che un tavolo al ristorante è il modo meno costoso che esista per far conoscere la Baldesio a chi potrebbe sponsorizzarla o iscriversi. Ed è sufficiente che da quel canale giunga un socio all’anno affinché l’iniziativa si ripaghi. Ed è esattamente questo il principio su cui moltissime società hanno basato questa scelta, soprattutto in città limitrofe come Milano o Brescia. In una città come Cremona, dove si fatica a trovare luoghi adatti a un business lunch, un simile servizio avrebbe peraltro poca concorrenza. Ne discutevo proprio domenica con un amico.
Quanto al problema degli estranei, una convenzione è esattamente il contrario dell’ingresso disinvolto che giustamente la preoccupa: è un ospite con un nome, registrato, in un orario, che paga. Se il problema è che in società entra chi non dovrebbe, il rimedio non è avere meno ragioni per venire: è modificare le modalità di ingresso.
Concludo ringraziandola nuovamente, e invitandola a valutare il fatto che è proprio il socio di lunga data ad aver più da guadagnare dal rilancio della società.

 

Giovanni Cervi Ciboldi 

socio Baldesio

Nella foto centrale il gruppo di nuoto salvamento della Canottieri Baldesio

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