Il successo della Cina di Mao a 50 anni dalla morte: confucianesimo in salsa comunista

12 Settembre 2026

Mao è un mostro”. Questa la definizione che usò pubblicamente negli anni 50 l’allora vice presidente degli USA, Richard Nixon. Lo stesso Nixon che, divenuto presidente, compì nel 1972 uno storico viaggio proprio in Cina e proprio da quel mostro di Mao, già piagato dai molteplici malanni che lo condurranno alla morte proprio il 9 settembre di 4 anni dopo, e che segnò molto probabilmente il vertice della sua presidenza.

Un mostro dunque, ma anche un tassello imprescindibile della geopolitica mondiale. Uno con cui bisognava fare i conti, lui e i suoi allora 800 milioni di cinesi. Ma anche con i quasi 100 milioni di morti causati dal suo regime e soprattutto dai suoi errori madornali in campo economico.Perché Mao aveva i pregi e i difetti di tutti i suoi simili del 900: uno straordinario rivoluzionario ma un pessimo uomo di governo, forse la nemesi storica di tutti i dittatori comunisti del 900 ad eccezione di Stalin.

La sua incredibile forza d’animo era pari solo alla sua assurda statura, quel metro e novanta che lo faceva sembrare tra i cinesi di allora un vero gigante, quasi un dio celeste sceso in terra a combattere con loro quei 20 infiniti anni di guerra civile che il partito comunista cinese rischiò  di perdere quasi sempre ma che poi, proprio grazie alla volontà indistruttibile di Mao, travolse Chang Kai Shek e I giapponesi e si impose al mondo. Se i cinesi non sono andati in mille pezzi e sono divenuti quel monolite spaventoso che sono oggi lo devono forse solo a Mao. Nessun politico del 900 ebbe la capacità di Mao di trasformare le disfatte in strumenti micidiali di propaganda politica: la Lunga Marcia, trionfo politico ma in realtà forse la più disastrosa ritirata militare della Storia con oltre il 90% dei soldati persi. Il Grande Balzo, la Rivoluzione Culturale, tutti eventi devastanti e disastrosi per la Cina e soprattutto per i poveri cinesi sterminati a milioni o trattati peggio degli schiavi, ma che nell’immaginario collettivo hanno invece costituito i fondamenti del successo monolitico del confucianesimo comunista, il maoismo.

Caos e ordine, distruzione e ricostruzione sono i pilastri di Confucio e sono il Dna di ogni cinese, e Mao era al contempo confuciano e leninista. La Rivoluzione permanente dei quadri direttivi del partito, che ancora oggi è una tradizione nella classe dirigente cinese, altro non è che la applicazione del confucianesimo alla struttura di potere burocratica tipica dei regimi sovietici dove al comando sta sempre e solo il Capo fino alla fine dei suoi giorni.

La Rivoluzione culturale fu niente più che una truce violentissima guerra civile voluta da Mao per rimanere al potere, ed assieme al Grande Balzo, la sua disastrosa politica economica, fece della Cina un paese moribondo quando lui morì.

Se la Cina è oggi il gigante economico che tutti conosciamo lo deve non a Mao ma al suo successore, quel piccolo magnifico Deng Xiaoping che capì che occorreva fare il contrario di quello che avevano fatto i russi. Mentre Krusciov distrusse l’immagine di Stalin tenendosi il sistema stalinista e condannando l’Urss al fallimento economico, Deng capì che occorreva mantenere il mito di Mao e buttare a mare il maoismo. Cioè salvare il Padre della Patria e il suo sistema di controllo sul potere ma innestare in quel sistema l’unico modello economico vincente, il. capitalismo, con la promessa che esso in Cina avrebbe prosperato ma mai comandato. La famosa teoria dei due gatti.

I cinesi oggi sono quasi un miliardo e mezzo, la Cina è diventata la seconda potenza mondiale ed è ai vertici del capitalismo, della tecnologia e delle strategie geopolitiche globali. Quasi nulla a che vedere con il popolo arretrato e stremato dalla fame che Mao lasciò alla sua morte. Eppure, ancora oggi, il volto della Cina è il volto di Mao, che infatti ancora a distanza di 50 anni è stato al centro delle celebrazioni nazionali, tanto che perfino l’attuale grande leader Xi tiene moltissimo a vestirsi come lui nelle parate ufficiali internazionali.

 

Francesco Martelli

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