Abbiamo partecipato anche noi come gruppo Cessate il Fuoco – Paladine per la Palestina, insieme ad Amici di Emmaus, Amnesty International, ANPI provinciale di Cremona, Comunità Laudato Si Cremona, Coordinamento Pace e Disarmo Castelleone, No Triv, Pax Christi Cremona, Restiamo Umani Bassa Bresciana, Rete Scuole Pace e nonviolenza, Tavola della Pace Cremona e Oglio Po a un incontro molto ben articolato che ha unito una personalità del mondo dello spettacolo che si è ampiamente schierato come Enzo Iacchetti, a due medici per la Palestina dell’associazione PalMed Italia, il dottor Raed Almajdalawi e l’anestesista Emilio Bonvecchio, da poco rientrato da una toccante esperienza in quel che rimane delle strutture ospedaliere di Gaza. E’ stato un evento in attesa del Giro d’Italia per la Pace che si è svolto sabato scorso a Cremona nella sala Avis in via Massarotti.
”La nostra vita si dovrebbe articolare in tre parti, quella lavorativa che consente a un adulto di inserirsi in un contesto lavorativo che gli permetta di mantenere se stesso e una eventuale famiglia, quella che riguarda la sfera personale, e poi quella che non hanno più in molti, soprattutto chi è nei posti di potere, ovvero la sfera di umanità” ha esordito Iacchetti.
Ricordate l’esplosione di sdegno di Enzo Iacchetti alla frase “definisci bambino” pronunciata dal presidente della Federazione Amici di Israele Eyal Mizrahi nel corso della trasmissione Cartabianca? Il concetto, ripetuto più volte durante il suo intervento, è stato proprio il diritto che ogni bambino in ogni parte del mondo deve avere di vivere, di giocare, di studiare, di essere amato e soprattutto di avere un futuro, quello che è stato tolto agli oltre 21.000 bambini palestinesi in questi ultimi 3 anni.
Un’altra riflessione è stata fatta sui giovani. Quali sono i giovani oggi, in che categorie si possono identificare? Ci sono quelli che non vivono veramente la vita, la subiscono, schiavi di mode, social, device, giochi on line, egocentrismo e indifferenza verso il mondo reale. Poi ci sono quelli che vogliono imporsi, magari divertendosi a picchiare chi è diverso da loro, magari arrabbiati col mondo per ingiustizie subite che invece di ricevere dialogo e ascolto ricevono violenza e la generano a loro volta, oppure calpestano chi sta loro attorno per emergere e per ricoprire un ruolo a cui ambiscono, senza farsi troppi problemi sulle conseguenze. Infine c’è quella categoria che si guarda intorno, soffre, perché vede tante storture e tanta ingiustizia, e non vuole restare in disparte, manifesta il dissenso, protesta perché non accetta il mondo che ha davanti.
È passato più di un anno dall’accordo raggiunto a Gaza per il “cessate il fuoco”. Durante questi 12 mesi, le forze israeliane hanno ucciso 1470 persone, ferite 5189 e commesso 5223 violazioni degli accordi. Questo con il benestare di tutti quei governi che purtroppo come il nostro non sanno prendere una posizione chiara in accordo con quello che ha decretato la Corte internazionale. Il mondo è spaccato, vince il Nobel per la Pace Navy Pillay, magistrata alla Corte Penale Internazionale: una parte di noi ancora umani esulta, mentre un’altra parte schiuma di rabbia con i prepotenti del mondo.
Raccontano i due medici che Gaza continua a resistere, gli ospedali bombardati continuano a cercare di fornire ogni aiuto possibile, pur mancando di quasi tutto, apparecchiature mediche, farmaci, ausili medicali, per non parlare del cecchinaggio continuo fatto sugli operatori sanitari, o del tiro al bersaglio sui bambini, alcuni dei quali ci sono stati mostrati per sensibilizzarci e ricordarci che sono immagini reali, e che chi lo nega è complice degli assassini.
In ultimo, grazie al continuo contatto con alcune famiglie gazawi, gestito da Pinuccia Gorlani ed dal suo Gruppo Restiamo Umani della Bassa Bresciana abbiamo potuto collegarci in diretta con tre famiglie palestinesi, un padre che è riuscito ad arrivare in Italia per tentare di salvare il figlio ferito gravemente e altre due che vivono nelle tende sulla Striscia di quella che era prima del 2023 una grande città, anche se era comunque una sorta di enorme ghetto e di prigione a cielo aperto, viste le difficoltà degli spostamenti e dello scambio merci con l’esterno.
Nulla di ciò che è stato detto durante le due ore è stata una novità per noi del pubblico, ma abbiamo sentito ancora una volta un forte filo empatico che ci unisce, diverse storie, diverse esperienze, ma la stessa voglia di pace. Una pace che non deve essere vista come una utopia, ma come un progetto concreto, da portare avanti, da diffondere, coinvolgendo più persone possibili, soprattutto i giovani. Ne avevo alcuni seduti davanti a me, con grande merito della loro insegnante e ne avrei voluti molti di più.
Noi siamo il frutto dei nostri educatori (genitori, insegnanti, maestri, mentori), del caso, che consiste nel dove nasciamo e in che contesto cresciamo, e infine della nostra consapevolezza, dello sviluppo della nostra empatia e della nostra capacità di rimanere umani!
Paola Tacchini



