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	<title>Francesca Codazzi, Autore presso Vittoriano Zanolli</title>
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	<title>Francesca Codazzi, Autore presso Vittoriano Zanolli</title>
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		<title>L&#8217;Odissea di Nolan: percorso psicoanalitico fra archetipi e daimon oppure polpettone fantasy?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesca Codazzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 01 Aug 2026 09:39:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Evidenza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quella che state per leggere è l’ennesima recensione dell&#8217;Odissea di Christopher Nolan. E’ stato detto di tutto. E credo che il pensiero di chi scrive si perda come una goccia nel mare. Inizio con un dato: 639,6 milioni di dollari di incasso (dopo circa due settimane), spettatori stimati 60 milioni, anche se non esiste un [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Quella che state per leggere è l’ennesima recensione dell&#8217;<em>Odissea</em> di <strong>Christopher Nolan</strong>. E’ stato detto di tutto. E credo che il pensiero di chi scrive si perda come una goccia nel mare. Inizio con un dato: 639,6 milioni di dollari di incasso (dopo circa due settimane), spettatori stimati 60 milioni, anche se non esiste un conteggio globale. Dopo 2800 anni dal poema di <strong>Omero</strong>, che inventa la letteratura, il fatto più sorprendente è che il mondo, ancora afflitto da guerre e false astuzie, ne parli.</p>
<p>Quell’opera non smette di far ragionare, forse di emozionare e di sfidare linguaggi. Nolan propone il suo Ulisse. Si discosta dal mito senza in realtà attualizzarlo perché alla fine fa un miscuglio della mitologia cinematografica e artistica, senza inventare nulla.</p>
<p>Non prestiamoci al ridicolo paragone da puristi, scandalizzandoci se Elena e Clitemnestra sono interpretate da<strong> Lupita Nyong&#8217;o</strong> un&#8217;attrice keniota, se la dea Atena è afroasiatica, se Telemaco è un bravissimo attore transgender che ne incarna la fragilità e la fiducia, se Circe sembra una gattara femminista e Calipso pare uscita da un sequel della pubblicità di J’adore di Dior. <strong>CharlizeTheron</strong> ha appena fatto la cura con Ozempic, ha balayage perfette e la sua isola è il paradiso delle bugie.</p>
<p>Parto da qui, da questa specie di resort vacanziero, che spezza la routine, senza curare davvero. Ulisse è un personaggio tormentato. Continua a guardarsi indietro, a rivedersi nelle mura di Troia. E&#8217; afflitto dai sensi di colpa e dai rimorsi, è lontano da casa e si è perso. Calipso lo accudisce, intorpidendone i ricordi. Quante volte ci siamo sentiti così anche noi?</p>
<p>Casa è dove il cane (Argo) ti riconosce e un vecchio amico, un aedo cieco (la figura più bella del film) ti stima e aspetta di ri-conoscerti (conoscerti di nuovo).</p>
<p>Casa è ritrovare se stessi, perdonarsi, perdonare, accettare che il mondo cambi in sintonia con la nostra anima.</p>
<p>La strada per arrivarci è lunga, comprende lo sforzo di dimenticare ciò che ci fa soffrire e i fiori di loto non bastano. L’Ulisse in noi continua a rivangare il passato, è in balia degli eventi. Il protagonista del poema di Omero ha affrontato prove continue che ne hanno minato la stabilità psicofisica.</p>
<p>Polifemo è un ominide informe,  gigantesco, affamato. Vuole sentire le sirene mettendo alla prova i suoi limiti. I Lestrigoni sono rappresentati come giganti antropofagi pesantemente corazzati. Le procelle in mare, frutto di un Poseidone arrabbiato, sono spettacolari. Scilla e Cariddi sono un gorgo infernale. Gli uomini morti in battaglia sono moltissimi: ricompaiono dalla terra come zombi producendo una bella pagina cinematografica evocativa della notte dei morti viventi.</p>
<p>Ulisse affronta l’impossibile, superando esperienze e avventure che magari ricordiamo vagamente da ciò che abbiamo letto sui banchi di scuola. Attraversa queste prove ritornando continuamente con la mente a Troia. La furbizia diventa un tormento. Il cavallo di Troia non è di legno ma di bronzo e giace incastrato sulla battigia, come in un’opera metafisica di <strong>Dalì</strong>. Nolan non inventa nulla, dicevamo.</p>
<p>L’oblio che ci concediamo per placare traumi irrisolti non è la risposta e Ulisse, completamente perduto, dopo sette anni, abbandona Calipso e si affida a una zatterina precaria stile <em>Cast Away</em>. Lui che conosce rotte, venti e mari e ha sfidato l’impossibile, per salvarsi deve affidarsi alla volontà degli dei, lasciandosi guidare dalla voglia di tornare alla sua Itaca. Per ritrovarsi bisogna perdersi, per rinascere bisogna morire dentro, per capire serve il vuoto, crescere significa accettare.</p>
<p>Accompagnano Ulisse in tutto questo insidioso viaggio nel Mediterraneo e nella sua anima guide spirituali femminili. La donna è veramente al centro della narrazione: molte lo proteggono, lo aiutano, lo indirizzano, per arrivare alla summa dell’intelligenza femminile, il suo porto, che è Penelope: una figura di altissimo profilo. Per riaverla, Ulisse sconfigge da solo tutti i pretendenti, come in un film di <strong>Bud Spencer</strong>, per poi prendere il largo verso ovest. E&#8217; finita un’epoca e lui ha capito che l’esilio curerà i suoi tormenti, portando nel cuore il sommo desiderio di tributare memoria e onore ai suoi uomini morti sul campo.</p>
<p>Il film racconta con lo stile di Nolan una parabola, che include un declino, sia sociopolitico e di visione, che intimo, attingendo a miti e leggende, fornendo ingredienti perfetti per spiegare i tormenti di un ritorno alla nostra Itaca, le scelte difficili che attraversano il nostro percorso, le paure, gli errori, e quegli sguardi rivolti al passato che vorremmo cancellare.</p>
<p>E’ un bel percorso anche psicanalitico fra archetipi e daimon oppure è un polpettone fantasy, ben confezionato? Questo è il dilemma che ci assale alla fine del film.</p>
<p>A salvare Omero c’è la poesia, che nel film latita un po’. E appaiono poco gli dei. C’è poca spiritualità e tanta muscolarità.</p>
<p>La risposta al dilemma può darla solo lo spettatore.</p>
<p>Resta vera la considerazione iniziale: è sensazionale che ancora oggi ne stiamo parlando, dopo 2800 anni.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Francesca Codazzi</strong></p>
<p>https://www.youtube.com/watch?v=9R58AyRe1RI</p>
<p>https://www.youtube.com/watch?v=6SbP6gvsrlk</p>
<p>https://www.instagram.com/reels/DX8jiG-jxM1/</p>
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		<title>&#8216;H come hotel&#8217;, racconti brevi: nuova antologia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesca Codazzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Jul 2026 10:01:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“H come Hotel” è la nuova antologia di racconti brevi, edita da Giulio Perrone, che ospita un mio contributo. Per me è la terza volta con questa casa editrice dinamica e geniale. Ho scritto per “Cartoline dall’Italia&#8221; (2025) e per “Incipit per una storia d’amore&#8221; (2026) e appunto per “H come hotel”. Anzi, per essere [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>“H come Hotel” è la nuova antologia di racconti brevi, edita da <strong>Giulio</strong> <strong>Perrone</strong>, che ospita un mio contributo. Per me è la terza volta con questa casa editrice dinamica e geniale. Ho scritto per “Cartoline dall’Italia&#8221; (2025) e per “Incipit per una storia d’amore&#8221; (2026) e appunto per “H come hotel”. Anzi, per essere sinceri ho appena spedito un nuovo racconto per una antologia che uscirà in autunno.</p>
<p>“H come Hotel” è un tassello di un più ampio progetto editoriale teso a coprire tutto l’alfabeto, alla base il racconto breve (100 parole): un genere letterario interessante, può sembrare superficiale, in realtà è un condensato di emozioni, obbliga chi scrive a centrare il punto, facendosi capire con poche pennellate.</p>
<p>Come si legge nella sinossi al libro un hotel è molto più di un luogo di passaggio: è un crocevia di vite, un teatro silenzioso dove storie diverse si sfiorano senza mai davvero incontrarsi. Tra corridoi ovattati, camere anonime e finestre che si affacciano su città sconosciute, ogni ospite porta con sé un frammento di mondo: un segreto, un desiderio, una fuga.</p>
<p>Questa antologia raccoglie racconti che abitano gli spazi dell’hotel e ne esplorano le possibilità narrative. C’è chi arriva per restare una notte soltanto e chi invece si perde tra le sue stanze, come in un labirinto intimo e imprevedibile. Il personale osserva, custodisce, talvolta partecipa; gli oggetti trattengono tracce invisibili; il tempo si dilata o si contrae.</p>
<p>Tra attese, incontri e addii, l’hotel diventa specchio dell’animo umano: un luogo sospeso dove tutto può accadere, o forse è già accaduto, lasciando dietro di sé soltanto una porta chiusa e una storia da raccontare.</p>
<p>Il mio hotel è un albergo in Romagna ed è un luogo di intimità profonda fra una madre e un figlio. Quindi è sì un luogo sospeso, ma non è un luogo di passaggio, quanto piuttosto un luogo in cui far rimanere delle emozioni. Mamma e figlio fissano l’eternità in un momento che ferma il tempo, lo congela, diventa il qui e ora che definisce l’infinito. Come un patto d’amore, magico e ancestrale, che si ripete, come un rituale privato.</p>
<p>Quando mi è stato proposto ho pensato subito che quel titolo fosse inedito e geniale, H come hotel, tante opere hanno l’albergo come tema dominante. Ho pensato subito a “Camera con vista” di <strong>E.M</strong>. <strong>Forster</strong> (1908), dove la pensione Bartolini a Firenze crea gli incontri che cambieranno la vita di Lucy. Ho poi pensato a “Shining” di <strong>Stephen</strong> <strong>King</strong> (1977), l’Overlook Hotel è il vero protagonista del romanzo. Infine, mi è rimasto nel cuore l’Hotel Dolphin che è il centro simbolico e narrativo di “Dance, dance, dance” di <strong>Murakami</strong>. Quest’ultimo libro è per me un capolavoro assoluto. Ma alla fine, nel mio immaginario ha prevalso la tenerezza del cielo in una stanza, una canzone bellissima in cui <strong>Gino</strong> <strong>Paoli</strong> riesce a trasformare in panteistico e sublime un momento squallido e sordido (è la camera di un bordello).</p>
<p>Ecco il mio racconto.</p>
<p>Un libro nel mare</p>
<p>«È tardi! Lascia stare i fiori… sono pieni di polvere. Prendi la chiave che saliamo. Dobbiamo vedere…».<br />
La sola bellezza a risuonare nell’atrio era la simpatia dei gestori romagnoli.<br />
Sotto il cuscino c’era, come ogni sera, una sorpresa.<br />
Gli occhi di Leo si accendevano: ogni sera un libro nuovo.<br />
Si lanciavano sul letto abbracciati e la mamma leggeva.<br />
Quella stanza era troppo scalcinata per gli ospiti, a meno che non fossero amici accomodanti, come noi, eppure era la culla di un momento intimo, che stabiliva una connessione spirituale, fra le parole, dentro, e il mare, fuori.<br />
L’universo intero era lì. Perfetto.<br />
§§§§§<br />
“H come Hotel” è un&#8217;antologia di racconti (160 pagine, 20,00 euro). Il volume è disponibile per l&#8217;acquisto diretto tramite lo store ufficiale sulla pagina del Catalogo Giulio Perrone Editore.</p>
<p><strong>Francesca</strong> <strong>Codazzi</strong></p>
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		<title>Il libro. Gotto e la commovente ricerca della salvezza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesca Codazzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Jul 2026 07:28:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un libro toccante, profondo, fresco. Una spezia come il rosmarino, la pianta per una bara, dentro un lutto che amplifica e risolve il dramma di un giovane uomo, l’amore per una donna gli dà la forza per rivelarsi e infine perdonarsi. Al cuore della nuovissima opera di Gianluca Gotto c’è questo e molto altro. “Ci [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Un libro toccante, profondo, fresco. Una spezia come il rosmarino, la pianta per una bara, dentro un lutto che amplifica e risolve il dramma di un giovane uomo, l’amore per una donna gli dà la forza per rivelarsi e infine perdonarsi. Al cuore della nuovissima opera di <strong>Gianluca Gotto</strong> c’è questo e molto altro.<br />
“<em>Ci basterà mangiare il vento</em>”, edito da Mondadori, mi ha commossa alle lacrime. Ho amato tutti i libri dello scrittore torinese perché tutti mi hanno insegnato qualcosa, ma mai prima avevo pianto.</p>
<p>Il libro ruota intorno al tema della salvezza, tramite la ricerca di un equilibrio fra il buddismo e la cultura occidentale. Qui il meccanismo è però capovolto, vivisezionato e analizzato, da ogni angolatura, fino a individuare storture e estremismi.</p>
<p>Christian è un giovane che nasconde un vissuto di violenza familiare. In lui c’è un bambino ferito. La meditazione, la filosofia buddista &#8211; conosce a memoria gli insegnamenti del Dhammapada &#8211; lo curano, lo anestetizzano. Ma non vive. Finché da un ascensore in un hotel di Singapore non compare Giorgia, una hostess con gli occhi blu e i lunghi capelli biondi. Lei è terribilmente reale. Scardinerà i suoi blocchi, come una chiave che apre tutte le porte. Gli insegnerà che la sofferenza non va sedata ma guardata in faccia perché “un po’ di dolore deve restare dentro per impedirti di commettere gli stessi errori”.</p>
<p>La lotta interiore del protagonista lo conduce a confrontarsi, in specchi yungiani, o karmici, come preferirebbe lo scrittore, con il tema della violenza sulle donne. Scoprire l’atteggiamento predatorio di un datore di lavoro verso la dipendente subordinata, sua amica, scatena la sua rabbia, smuovendo istinti feroci lontani, mai guariti. Il protagonista teme di avere dentro un karma familiare che lo sospinge vero la stessa malata direzione. Si protegge scappando da parenti, continenti, amori, amici. Una fuga da se stesso, fra Torino, Milano e l’Oriente.</p>
<p>Il libro esprime grande raffinatezza psicologica, passa al microscopio emozioni, stati d’animo, traumi interiori con acume e cultura, dalle intelligenze multiple fino alla saggezza monastica zen. Poi ci sono gli scenari, contesti e città descritti con la consueta dovizia di particolari e fascino sincero. Le discipline orientali, cucina e cultura, non ricreano il vuoto, bensì riempiono d’amore, di gentilezza e pace.</p>
<p>È infine un libro pieno di musica, una musica legata a chi è stato giovane nella decade del 2000, senza dimenticare le suggestioni di Einaudi e di un classico intramontabile come Halluljah di <strong>Leonardo</strong> <strong>Cohen</strong>.</p>
<p>Alla fine vince il senso della famiglia, quella in cui il cuore trova pace, un approdo finale preceduto da tante lotte per chi cercava di fuggire da un nido che può essere dolcezza, bellezza e amore o violenza, sopruso e abbandono.</p>
<p>Gotto è speciale, il suo successo è meritatissimo. Ai detrattori rinnovo l’invito a provarci: scrivetelo voi un romanzo di 586 pagine così denso e pulito. Non è banale è ricco, non è Harmony zen e no, non è <strong>Fabio</strong> <strong>Volo</strong>.Ti costringe a guardarti dentro, a riflettere, a cercare vie originali per capire che la vita non è un <em>nonsense</em>. Ti tira dentro e se resti fuori non lo capisci.</p>
<p>Gotto non è per tutti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Francesca</strong> <strong>Codazzi</strong></p>
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		<title>Premio Strega al bell&#8217;esercizio senza emozioni di Michele Mari</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesca Codazzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 12 Jul 2026 08:50:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Come da rumores, con il vento a favore, Michele Mari ha vinto il Premio Strega 2026 con “I convitati di pietra” edito da Einaudi: un racconto lungo che tiene inchiodati alle pagine per capire come finisce la riffa architettata dalla classe IIIA del blasonato liceo classico Berchet di Milano nel 1975. I compagni decidono di [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Come da rumores, con il vento a favore, <strong>Michele Mari</strong> ha vinto il Premio Strega 2026 con “I convitati di pietra” edito da Einaudi: un racconto lungo che tiene inchiodati alle pagine per capire come finisce la riffa architettata dalla classe IIIA del blasonato liceo classico Berchet di Milano nel 1975. I compagni decidono di costituire un fondo, da rintuzzare annualmente. Ne beneficeranno gli ultimi tre sopravvissuti. Mari li accompagna con ironia fino al 2050 e oltre, animando la narrazione di tutte le sfumature che abitano le relazioni fra compagni di classe, fra odi reciproci, amori non ricambiati, gelosie e competizioni. Ogni anno il 22 luglio si celebra l’anniversario del patto segreto con una cena in cui si fa il punto della situazione relativamente al gruzzolo che cresce, a malattie e decessi. Nel tempo il nutrito gruppetto si assottiglia: morti, assassinati, suicidi, vittime di incidenti, droga, buonuscite ecc…Un quadro statisticamente improbabile, perché condizionato dal peccato originale di un accordo di fatto tossico e malsano.</p>
<p>&#8221;I convitati di pietra&#8221; è un libro scorrevole, a dispetto di una scrittura coltissima e un po’ novecentesca. Si incontrano i “vieppiù”, nonché verbi pomposi: “allogare, guatare, sbuzzare, inverare eccetera” ed espressioni aulicissime, per esempio “nesci”.</p>
<p>Mari avrebbe vinto un premio anche nel 1956. Nasce già classico, sfoggiando un’eleganza antica, forbita, precisa, dettagliata, che sconfina nel burocratico. Resta, per decenni, l’abitudine di chiamarsi per cognome, come usa a scuola, tutto è censito in modo un po’ ragionieristico, con un’ossessione per la toponomastica. Del resto unisce i compagni un patto oscuro, dove la morte è sempre sotto traccia. E per tutta la vita, che gli ex compagni non vivono, matura l’attesa che qualcun altro tiri le cuoia, sperando nel montepremi. Lo godrà l’unico che coltiva un vero desiderio e una vera passione. Non dirò altro.</p>
<p>L’aridità emotiva è alleggerita dall’atteggiamento divertito dello scrittore che gioca con la morte. E il libro alla fine si addolcisce un poco. Ma occorre attraversare un muro di manipolazioni, cattiveria e rancore prima che il clima si distenda.</p>
<p>Il libro tiene il lettore in una morsa, in apnea e in un’atmosfera sospesa e ossessionata, che rischia il black humour, lo sfiora sempre, creando un mondo chiuso, asfittico, senza respiro.</p>
<p>&#8221;I convitati di pietra&#8221; è dotto, freddo e con pochi sorrisi autentici. La riffa della morte è un capolavoro di cinismo. Giocare con la morte non la esorcizza, non perpetua la spensieratezza dei banchi di scuola bensì condanna tutti a una vita senza vita vera, se non per pochissimi. Una selezione naturale, in una sorta di big brother macabro.</p>
<p>Lo scrittore avrebbe potuto raccontare trenta vite, tutto invece è subordinato al patto. I personaggi non maturano molto, funzionano,ma non hanno rotondità. Al centro c’è solo la riffa. E Mari è bravissimo a non perdere il filo.</p>
<p>Anche quest’anno lo Strega premia un bell’esercizio letterario, senza troppe emozioni.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Francesca</strong> <strong>Codazzi</strong></p>
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		<title>&#8216;Volevo essere una dura&#8217;: laboratorio alla media Campi</title>
		<link>https://vittorianozanolli.it/volevo-essere-una-dura-laboratorio-al-femminile-alla-campi/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesca Codazzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 06 Jun 2026 10:29:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cronaca]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Volevo essere una dura” è il titolo del laboratorio di scrittura creativa che si è tenuto presso la scuola media Antonio Campi nei mesi scorsi. L’iniziativa, guidata dalle insegnanti Francesca Codazzi e Marta Cò, ha coinvolto un gruppo di studentesse delle classi seconde e terze con la finalità ultima di rileggere al femminile il contenuto [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://vittorianozanolli.it/volevo-essere-una-dura-laboratorio-al-femminile-alla-campi/">&#8216;Volevo essere una dura&#8217;: laboratorio alla media Campi</a> proviene da <a href="https://vittorianozanolli.it">Vittoriano Zanolli</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>“Volevo essere una dura” è il titolo del laboratorio di scrittura creativa che si è tenuto presso la scuola media Antonio Campi nei mesi scorsi. L’iniziativa, guidata dalle insegnanti <strong>Francesca Codazzi</strong> e <strong>Marta Cò</strong>, ha coinvolto un gruppo di studentesse delle classi seconde e terze con la finalità ultima di rileggere al femminile il contenuto della famosa canzone di <strong>Lucio</strong> <strong>Corsi</strong>, secondo posto al Festival di Sanremo 2025 e Premio della critica “Mia Martini”, per l’efficacia con cui il cantautore ha saputo raccontare lo sforzo di essere “se stessi” in un mondo che spesso richiede forza, sfacciataggine e sfida delle regole, esplorando temi come la vulnerabilità, le aspettative sociali e la sensibilità come valore determinante.</p>
<p>Le ragazze sono state addestrate a scrivere per immagini, dopo un percorso di scavo psicologico, dove hanno riflettuto su loro stesse e la loro visione della &#8221;donna” che vogliono essere. Hanno avuto carta bianca e senza stravolgere il messaggio del cantautore toscano che in estrema sintesi è “non sono un duro, non sono altro che Lucio” si è trasformato nell’esigenza femminile di affermare “non sono una dura, ma voglio essere forte”. Ne emerge un’originale rilettura che spiega molto bene la necessità delle giovanissime di ritagliarsi un ruolo che, al netto delle proprie fragilità, le faccia sentire in grado di dominare il loro tempo.</p>
<p>Si intuisce fra i versi lo sforzo tutto adolescenziale di tirar fuori la propria capacità di autodeterminazione che serve per non soccombere alle paure, anche nelle prestazioni più quotidiane, come un’interrogazione, e fra le piccole e grandi difficoltà che la vita mette davanti, soprattutto il timore di non essere all’altezza.</p>
<p>&#8221;Il testo che hanno prodotto sulla metrica del brano sanremese è davvero “forte”. Non aspettatevi sdolcinature o romanticherie, non vogliono apparire deboli, svenevoli, siamo lontanissimi da quello che le donne non dicono, loro si sanno spiegare bene, dicono senza remore che la vita non è una passeggiata e vogliono cavalcarla, con coraggio. Il colore non è il rosa, bensì il nero &#8211; commentano Codazzi e Cò -. Questa esperienza che ha occupato cinque pomeriggi intensi è sfociata nella autoproduzione di un video karaoke che rispecchia infatti un cuore un po’ dark, dove le ombre, che pure esistono, fanno riflettere sull’impegno di crescere a testa alta, vincendo ansie e tribolazioni. I giovani oggi non vivono tempi facili, le ragazze hanno i loro demoni, ma con convinzione li vogliono affrontare, cercando dentro tutta la forza che serve: “le donne senza grinta sono fregature”. Aggiungiamo che le ragazze cantano bene, fra loro ci sono cantanti in erba, studiano canto e musical. Il prodotto è intenso e profondo. E’ una gioia condividerlo, vi racconterà qualcosa sulle nuove generazioni e la loro voglia di esserci”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><iframe title="Volevo essere una dura" width="800" height="600" src="https://www.youtube.com/embed/Juo9_7t81jE?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></p>
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		<title>&#8216;Cime tempestose&#8217; torna nelle sale, spiazza e fa discutere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesca Codazzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 19 Feb 2026 11:41:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Le rondini a volte si perdono quando cambia il vento”. Cathy non sa che dopo questa frase la perdizione sarà totale, un’escalation di vendetta, odio e disperazione, tutti trascinati in una spirale di violenza e morbosità da Heathcliff, di cui lei è in fondo lo spirito. La consistenza delle loro anime è uguale. “Lui è [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>“Le rondini a volte si perdono quando cambia il vento”. Cathy non sa che dopo questa frase la perdizione sarà totale, un’escalation di vendetta, odio e disperazione, tutti trascinati in una spirale di violenza e morbosità da Heathcliff, di cui lei è in fondo lo spirito. La consistenza delle loro anime è uguale. “Lui è più me di me stessa” dice Cathy per spiegare il suo amore gotico e distruttivo per quel trovatello, segnato dalla vita, che mastica offese e frustate, accumulando energie negative che solo lei sembra sopire. O con lei, pronto a difenderla, come un vero cuore romantico che si lascia domare, o senza di lei, spietato, psichiatrico e pronto a uccidere.</p>
<p>Davanti all’efferatezza, sarà lei, in uno scatto di dignità, a lasciare la presa, per sprofondare nella depressione più devastante.</p>
<p><em>Cime tempestose</em> torna al cinema, dopo innumerevoli trasposizioni televisive e per le sale, musical e opere e persino una canzone, <em>Wuthering Heights.</em> Cathy ha il volto di <strong>Margot Robbie</strong> (brava e bella) e Heathcliff quello di <strong>Jacob Elordi</strong> con lo sguardo sempre sfuggente, da animale ferito: non ho capito se mi è piaciuto.</p>
<p>Il capolavoro di <strong>Emily Brontë</strong> non smette di ispirare. Sceneggiato, diretto e co-prodotto da <strong>Emerald Fennell</strong>, il film è molto glamour, ambientazioni, luoghi, vestiti, case e dialoghi sono stilosissimi. E&#8217; moderno, reinterpretato, adattato, ridotto. Rispetto al libro la trama del film sembra la riduzione fatta dall’intelligenza artificiale: è rimasto lo scheletro, adornato da un’architettura scintillante, molto scenografica, dominata dal paesaggio dello Yorkshire, la brughiera, la pioggia, gli abiti inzuppati e varie scene di sesso.</p>
<p>Emily si rivolta nella tomba. Insieme alle sorelle.</p>
<p>La concessione alla modernità è curiosa, spunta qua e là: il cellophane, occhiali da sole, script stampati sulla coperta, cenni di contemporaneità, seminati <em>random</em>, che ai puristi della letteratura romantica dell’800 inglese fanno venire la mosca al naso.</p>
<p>Gli abiti e i gioielli, tanti lustrini, strass, bigiotteria sono volgari. Del resto lo è la guerra delle convenzioni sociali di quell’epoca.</p>
<p>In poco tempo e poco spazio narrativo si riesce tuttavia a cogliere la psicologia dei personaggi, anche se a tratti sembrano macchiette, deformate dalla loro follia, soprattutto la cognata di Cathy, la sorella del marito Edgar. Una figura tragica, supina alla violenza che riceve: dovrebbe far piangere e invece fa ridere.</p>
<p>L’unico personaggio davvero potente è Nelly, la dama di compagnia e governante. E&#8217; asiatica, anche qui chissà se Emily approverebbe. Ma tutto ruota intorno alla volontà di ridare nuova vita al classico. Da voce narrante diventa un elemento chiave perché è strettamente coinvolta nell’intrigo e nei malintesi.</p>
<p>Sono uscita dal cinema un po’ sbigottita. <em>Cime tempestose</em> è un film spiazzante, dove i confini fra bello e brutto si incontrano. L’estetica è il suo punto forte e al contempo il suo punto debole.</p>
<p>È un film che fa diventare pop l’eterna abbinata amore e morte.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Francesca</strong> <strong>Codazzi</strong></p>
<p><iframe title="&quot;Cime Tempestose&quot; | Trailer Ufficiale" width="800" height="450" src="https://www.youtube.com/embed/jqehZet6PEY?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></p>
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		<title>Crans Montana e il ricordo delle discotche anni &#8217;80 interrate, anche a Cremona</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesca Codazzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 Jan 2026 08:48:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le discoteche negli anni ‘80 erano interrate e raggiungibili da scalette ripide e anguste, come cercare la stanza del faraone nella piramide di Giza. Ne ricordo una che mi piaceva da matti alla barriera Po, non ne ricordo il nome, forse perché ha cambiato pelle mille volte, ma non la logistica. Fumavamo come ciminiere e [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div dir="auto">Le discoteche negli anni ‘80 erano interrate e raggiungibili da scalette ripide e anguste, come cercare la stanza del faraone nella piramide di Giza. Ne ricordo una che mi piaceva da matti alla barriera Po, non ne ricordo il nome, forse perché ha cambiato pelle mille volte, ma non la logistica. Fumavamo come ciminiere e l’aria era densa, polverosa e appiccicaticcia. I pavimenti suonavano sotto le suole in un cik ciak sinistro. L’atmosfera era impregnata di Merit, Lucky Strike, per i più fighi le Marlboro rosse, e Ceres, a fiumi bevuta dalla bottiglietta, o vodka alla pesca, effluvi mischiati a deodoranti cheap del supermercato e Opium e Drakkar noir.</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">La parola sobrietà era bandita. Tutto era opulenza ed edonismo. Ma non ne eravamo consapevoli.</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">Indossavamo giacche con spalline aerodinamiche, accessori ispirati a Flashdance, come gli scalda muscoli in lana alle caviglie, i capelli erano rigorosamente permanentati, scalati, con ciuffi improbabili. I cappotti, loden, giacconi in jeans con una lanugine bianca all’interno, bomber da sci blu elettrico, erano ammonticchiati sui divanetti, come dolmen postmoderni. Ogni tanto ci scappava una bruciatura di sigaretta: un trofeo di guerra. La mamma ci cuciva sopra uno stemmino e finiva lì. Erano incidenti di percorso.</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">Ho pensato con nostalgia in queste ore a quei momenti spensierati come sotto l’effetto di uno scampato pericolo, con le lacrime agli occhi per la mattanza di capodanno in Svizzera (foto centrale), l’ultimo posto al mondo dal quale aspettarsi una simile tragedia.</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">Ragazzi e ragazze giovanissimi, pieni di sogni e di energia bruciati in una trappola mortale.</div>
<div dir="auto">Ci siamo stati anche noi in quelle tane a ballare allo sfinimento, pieni di felicità negli occhi. Siamo solo stati fortunati. Tutto qui.</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto"><strong>Francesca Codazzi</strong></div>
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		<title>“La vita va così”: la Sardegna fra eroismo e incoscienza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesca Codazzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 17 Nov 2025 12:54:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Riccardo Milani si conferma un fuoriclasse nella commedia di impegno civile, già sperimentata con successo nelle pellicole “Come un gatto in tangenziale” e “Un mondo a parte”. La nuova opera “La vita va così” mette in scena la resistenza di un vecchio pastore, Efisio Mulas, alle prese con un facoltoso immobiliarista milanese determinato a creare [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-weight: 400;"><strong>Riccardo Milani</strong> si conferma un fuoriclasse nella commedia di impegno civile, già sperimentata con successo nelle pellicole “Come un gatto in tangenziale” e “Un mondo a parte”. La nuova opera “La vita va così” mette in scena la resistenza di un vecchio pastore, Efisio Mulas, alle prese con un facoltoso immobiliarista milanese determinato a creare un resort di lusso sulla costa meridionale della Sardegna, un angolo incontaminato e spettacolare. L’eroico pastore non molla, neppure dopo vent&#8217;anni di trattative e 12 milioni di euro sul tavolo. Ha il coraggio di opporsi, difendendo la sua terra e riuscendo infine a unire la sua gente, dopo una tribolata e annosa via crucis. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">I compaesani chiedono futuro e lavoro. Si mobilitano tutti, persino il vescovo e tutte le più alte maestranze. La sua casa, dove riceve seduto sul gradino della porta, mantenendosi a diffidente distanza, è luogo di un pellegrinaggio incessante. Lui è barricato nelle sue certezze, pur senza argomentarle. Il suo “no” è antropologico: è un mantra ripetitivo e laconico che diventa simbolo di una lotta vinta da Davide contro Golia. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il film indaga, con ironia e raffinata introspezione, il grave dramma economico e sociale di queste terre, la mancanza di opportunità e la fuga all’estero dei giovani, l’abbandono e la voglia di cambiare che si frappongono alla paura di un cambiamento che passa dal consumo di territorio alla speculazione su una terra persino più intonsa e bellissima nello sguardo risolto di un uomo seduto davanti al mare che porta in spiaggia le sue mucche a pascolare e non conosce altro. Nulla può essere più bello di quello scenario. E come dargli torto!?</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Per il ruolo di Efisio Mulas è stato scelto un attore non professionista, <strong>Giuseppe Ignazio Loi</strong>, pastore ottantaquattrenne originario di Terralba. Per il ruolo della figlia, Milani si gioca di nuovo l’asso di <strong>Virginia Raffaele</strong>, che per l’occasione ha dovuto imparare il sardo. Completano il cast <strong>Aldo Baglio</strong>, un po’ troppo macchiettistico nel ruolo di mediatore, ma tutto sommato funzionale a un’opera in fondo assurda, buffa e quasi grottesca che alla fine insegna che a un certo punto bisogna fermarsi, perché esiste un limite oltre il quale non si può andare. Il mediatore scoprirà il suo e diventerà più credibile. La maschera troppo comica che però Baglio ha cucita addosso non aiuta. Completa il cast <strong>Geppy Cucciari</strong>, giudice sardo che dirimerà la questione che si concluderà nell’aula di un tribunale. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Due parole sull’immobiliarista che nella corpulenza bonaria di <strong>Diego Abatantuono</strong> non è dipinto né come corrotto né come cattivo: alla fine quasi si persuade delle ragioni del pastore, istruito sul concetto di limite da un saggio taxista, una sorta di grillo parlante, che lo sta portando da lui. Ma l’ultima parola l’avrà la figlia dell’imprenditore: una bocconiana rampante decisa a non cedere. Chissà, la finzione cinematografica si ferma là dove finisce la storia reale. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il film si ispira infatti alla vicenda personale di </span><span style="font-weight: 400;"><strong>Ovidio Marras</strong>, che ha impedito la costruzione di un resort sulla spiaggia di Capo Malfatano, vincendo la causa e facendo radere al suolo le opere già edificate intorno alla sua proprietà. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il film è un atto d’amore e di resistenza civile. L’atavica ostinazione del vecchio apre scenari e paesaggi interiori e sociali di incoscienza e  coraggio, di egoismo e paura, di eroismo e aggressività passiva. In mezzo c’è una società che vuole vivere e vedere il progresso ma dall’altra parte ce n’è un’altra che ha trovato la migliore espressione di sé e del mondo su quella riva, a contemplare il mare blu e la sabbia bianchissima, perché “La vita va cosi”.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Francesca Codazzi</strong></p>
<p><iframe title="La vita va così | Ora al cinema" width="563" height="1000" src="https://www.youtube.com/embed/G6zoqv20FvE?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></p>
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		<title>Brunini e il suo &#8216;Effetto Jane Austen&#8217;, mito inossidabile</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesca Codazzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 19 Oct 2025 10:31:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’“Effetto Jane Austen” è inarrestabile, con Federica Brunini  Jane Austen, scrittrice attempata e anacronistica o sempreverde icona dell’amore romantico? Jane Austen, nel 250esimo dalla nascita è molto di più del suo mito sull’amore. Certo ci siamo innamorate e ci innamoriamo ancora con l’algido Mr Darcy, quando nel romanzo più famoso della Austen, “Orgoglio e Pregiudizio”, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-weight: 400;">L’“Effetto Jane Austen” è inarrestabile, con Federica Brunini </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"><strong>Jane Austen</strong>, scrittrice attempata e anacronistica o sempreverde icona dell’amore romantico? Jane Austen, nel 250esimo dalla nascita è molto di più del suo mito sull’amore. Certo ci siamo innamorate e ci innamoriamo ancora con l’algido Mr Darcy, quando nel romanzo più famoso della Austen, “Orgoglio e Pregiudizio”, molla le briglie e si lancia nella dichiarazione d’amore più bella di tutti i tempi. </span><i><span style="font-weight: 400;">“Ho lottato invano. E’ inutile. I miei sentimenti non possono essere repressi”</span></i><span style="font-weight: 400;">. Ma l’autrice è molto di più. Inventa una scrittura ironica, fissa delle mode, crea degli stilemi narrativi, su tutti i pranzi come luogo di convivenza sociale, in cui traspaiono classi e diverse provenienze culturali, i paesaggi della brughiera bagnata dalla pioggia, i villaggi inglesi, la cortesia sociale intrisa di ipocrisia e rivalità, le visite, il matrimonio come ascensore sociale. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Io sono pazza di Jane Austen, perché amo la letteratura inglese, e ogni soffio della sua arte per me sprigiona significati culturali che confermano la storia che ho studiato, i paesaggi che tanto ho amato, la scrittura che tanto mi piace. E non mi stanco di rileggere “Orgoglio e Pregiudizio”, né di rivedere il film, con una splendida Keira Knightley </span><span style="font-weight: 400;">e un fantastico <strong>Donald Sutherland</strong>. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Qualche estate fa, in vacanza a Caldirola, ho trovato nella libreria dell’amica che mi ospitava l’opera omnia della romanziera britannica. Senza dubbio il romanzo più centrato è “Orgoglio e pregiudizio”, perché la storia della famiglia Bennet è unica ed Elizabeth è un’eroina senza tempo, una vera resistente. Persuasione, Emma, Ragione e Sentimento, Mansfield Park e altri sono prove meno riuscite.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Potevo dunque non restare catturata dal libro di <strong>Federica Brunini</strong>, uscito a giugno 2025, “Effetto Jane Austen”? Il romanzo è un road book nei luoghi della Austen: </span><span style="font-weight: 400;">Steventon, Chawton, Bath, Brighton e Winchester, contesti legati alle case in cui ha vissuto, che si intrecciano alla narrazione, animata da fiere ed eventi in costume Regency, quindi carichi di folclore e magia, per ricordare i tempi e i territori dell’anima dell’indimenticata scrittrice. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il pretesto del viaggio nasce dal fatto che una reputata giornalista, in crisi, deve rientrare al lavoro dopo la maternità e il suo editore la spedisce a realizzare un reportage fotografico e narrativo sull’autrice britannica. Lei si sente sminuita. Ha realizzato centinaia di servizi in ogni angolo del mondo, perché ora un incarico tanto sottotono, per celebrare una romanziera che, pur non conoscendola, percepisce come lontana e obsoleta? Parte con mille remore e resistenze, quando l’incontro con una giovanissima<em> book toker</em>, fan della Austen, le farà capire il valore di un mito inossidabile che resiste dopo quasi trecento anni, un’autrice transgenerazionale, capace di sopravvivere soprattutto grazie all’affetto dei più giovani. Dovrà rivedere sé stessa e mettere a fuoco dei dettagli sulla vita che le stavano sfuggendo di mano. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il libro mantiene il tono della commedia con equivoci e sorprese, è frizzante e intelligente, mettendo a confronto due generazioni, due modi diversi di intendere il romanticismo e l’emancipazione. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">E’ anche un libro testimonianza, perché i <em>topos</em> austeniani vivono e sono genuinamente reali. Le celebrazioni in costume si fanno davvero. Le pagine della sua letteratura, i vestiti, le parole sono ricordate, con il senso dello spettacolo e della messinscena di cui gli inglesi sono maestri. Poche ore d’aereo ti catapultano in un mondo che non smette di affascinare.        </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Nel libro traspare tutta la simpatia e la conoscenza di Brunini per il contesto britannico, già espresse in altri progetti. Giornalista, scrittrice e instancabile viaggiatrice, è fondatrice della Travel Therapy in Italia, vive con la valigia fra Milano e il mondo. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">I suoi libri sono editi da Feltrinelli. </span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Francesca Codazz</strong>i</p>
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		<title>Il libro. &#8216;Una questione di famiglia&#8217; di Claire Lynch</title>
		<link>https://vittorianozanolli.it/il-libro-una-questione-di-famiglia-di-claire-lynch/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesca Codazzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Sep 2025 08:33:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Può una madre aspettare quarant&#8217;anni per riabbracciare una figlia? Siamo nel 1982 e Dawn ha appena 23 anni, ha già una figlia Meggie di quattro anni e un marito Heron, un marito amorevole, ma pragmatico e noioso. E’ il tipo delle ciabatte appaiate ai piedi del letto che pianifica tutto e il futuro sembra già [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://vittorianozanolli.it/il-libro-una-questione-di-famiglia-di-claire-lynch/">Il libro. &#8216;Una questione di famiglia&#8217; di Claire Lynch</a> proviene da <a href="https://vittorianozanolli.it">Vittoriano Zanolli</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-weight: 400;">Può una madre aspettare quarant&#8217;anni per riabbracciare una figlia? Siamo nel 1982 e Dawn ha appena 23 anni, ha già una figlia Meggie di quattro anni e un marito Heron, un marito amorevole, ma pragmatico e noioso. E’ il tipo delle ciabatte appaiate ai piedi del letto che pianifica tutto e il futuro sembra già tracciato. Finché Dawn incontra Hezel, una donna audace, che la conquista sino ad innamorarsene perdutamente. Dawn decide di parlarne con il marito sicura che lui, nella sua infinita bontà, avrebbe capito. Il marito, sentiti gli avvocati, che costruiranno forti della legge un castello di calunnie per allontanare Dawn, alleverà Meggie da solo raccontandole che la madre l’ha abbandonata, dopo averlo tradito. Nel 2022, Meggie è ormai un’adulta e ha due bambini e un marito dolce e attento, continuando con il padre un rapporto che in apparenza è sano e positivo. Ma il padre si ammala e, dal passato, riemergono documenti rivelatori di una mamma tutt’altro che depravata. Meggie decide di rintracciarla. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La storia narrata in “Una questione di famiglia”, romanzo d’esordio di<strong> Claire Lynch</strong>, già celebrato in 11 paesi, approda in Italia a luglio 2025, per Fazi Editore. Non è un saggio, ma le note finali ne forniscono la lettura sociologica. Sottotraccia ci sono infatti decenni di battaglie civili, per le coppie femminili omosessuali, che negli anni 80 si vedevano negare l’affidamento dei figli. Nel 1988 <strong>Margaret Thatcher</strong> emanò l’orrenda Sezione 28 che imponeva alle autorità locali di giudicare l’omosessualità “inammissibile” come presunta relazione familiare, senza considerare le pesanti restrizioni per le professioni educative. Verrà abrogata nel 2003. Nel 2005 vengono introdotte le Unioni Civili e la legislazione a favore del matrimonio egualitario (2014), ma è solo dal 2009 che “la genitorialità può apparire nell’ipotetico futuro delle coppie LGBTQ”. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Questi cambiamenti nella società britannica, associati allo svelamento di preziosi segreti familiari, renderanno possibile un’apertura e un ricongiungimento alla normalità, per le protagoniste di questa opera dalla prosa raffinata, diretta ed efficace. Si assapora la retrostante scrittura inglese, che con semplicità e garbo sa diventare poetica. I personaggi sono realistici, ben tratteggiati, rotondi, si evitano distinzioni manichee tra buoni e cattivi, sono semmai deboli e incapaci di lottare e farsi valere. Seguono le regole. La legalità. Il conformismo. Con tutto il dolore che porta. L’autrice, onnisciente, non semina giudizi, tratta i suoi personaggi con affetto e senso profondo della dignità, senza vittimismi o commiserazioni, consegnando al lettore una storia viva sulla genitorialità e sul significato di essere figli, sulla sessualità, sui rapporti fra generazioni e sulla crudeltà della legge, che calpesta sentimenti e valori. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Sono pagine molto belle e interessanti, nelle quali emergono vite comuni, legami semplici, fatti di routine e di dubbi, di ferite passate e di piccole gioie quotidiane, non c’è nulla di rivoluzionario, se non la gentilezza della normalità e delle cose che accadono tutti i giorni: sembrano banali ma valgono tutto l’oro del mondo.    </span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Francesca Codazzi</strong></p>
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