Come da rumores, con il vento a favore, Michele Mari ha vinto il Premio Strega 2026 con “I convitati di pietra” edito da Einaudi: un racconto lungo che tiene inchiodati alle pagine per capire come finisce la riffa architettata dalla classe IIIA del blasonato liceo classico Berchet di Milano nel 1975. I compagni decidono di costituire un fondo, da rintuzzare annualmente. Ne beneficeranno gli ultimi tre sopravvissuti. Mari li accompagna con ironia fino al 2050 e oltre, animando la narrazione di tutte le sfumature che abitano le relazioni fra compagni di classe, fra odi reciproci, amori non ricambiati, gelosie e competizioni. Ogni anno il 22 luglio si celebra l’anniversario del patto segreto con una cena in cui si fa il punto della situazione relativamente al gruzzolo che cresce, a malattie e decessi. Nel tempo il nutrito gruppetto si assottiglia: morti, assassinati, suicidi, vittime di incidenti, droga, buonuscite ecc…Un quadro statisticamente improbabile, perché condizionato dal peccato originale di un accordo di fatto tossico e malsano.
”I convitati di pietra” è un libro scorrevole, a dispetto di una scrittura coltissima e un po’ novecentesca. Si incontrano i “vieppiù”, nonché verbi pomposi: “allogare, guatare, sbuzzare, inverare eccetera” ed espressioni aulicissime, per esempio “nesci”.
Mari avrebbe vinto un premio anche nel 1956. Nasce già classico, sfoggiando un’eleganza antica, forbita, precisa, dettagliata, che sconfina nel burocratico. Resta, per decenni, l’abitudine di chiamarsi per cognome, come usa a scuola, tutto è censito in modo un po’ ragionieristico, con un’ossessione per la toponomastica. Del resto unisce i compagni un patto oscuro, dove la morte è sempre sotto traccia. E per tutta la vita, che gli ex compagni non vivono, matura l’attesa che qualcun altro tiri le cuoia, sperando nel montepremi. Lo godrà l’unico che coltiva un vero desiderio e una vera passione. Non dirò altro.
L’aridità emotiva è alleggerita dall’atteggiamento divertito dello scrittore che gioca con la morte. E il libro alla fine si addolcisce un poco. Ma occorre attraversare un muro di manipolazioni, cattiveria e rancore prima che il clima si distenda.
Il libro tiene il lettore in una morsa, in apnea e in un’atmosfera sospesa e ossessionata, che rischia il black humour, lo sfiora sempre, creando un mondo chiuso, asfittico, senza respiro.
”I convitati di pietra” è dotto, freddo e con pochi sorrisi autentici. La riffa della morte è un capolavoro di cinismo. Giocare con la morte non la esorcizza, non perpetua la spensieratezza dei banchi di scuola bensì condanna tutti a una vita senza vita vera, se non per pochissimi. Una selezione naturale, in una sorta di big brother macabro.
Lo scrittore avrebbe potuto raccontare trenta vite, tutto invece è subordinato al patto. I personaggi non maturano molto, funzionano,ma non hanno rotondità. Al centro c’è solo la riffa. E Mari è bravissimo a non perdere il filo.
Anche quest’anno lo Strega premia un bell’esercizio letterario, senza troppe emozioni.
Francesca Codazzi
