Quella che state per leggere è l’ennesima recensione dell’Odissea di Christopher Nolan. E’ stato detto di tutto. E credo che il pensiero di chi scrive si perda come una goccia nel mare. Inizio con un dato: 639,6 milioni di dollari di incasso (dopo circa due settimane), spettatori stimati 60 milioni, anche se non esiste un conteggio globale. Dopo 2800 anni dal poema di Omero, che inventa la letteratura, il fatto più sorprendente è che il mondo, ancora afflitto da guerre e false astuzie, ne parli.
Quell’opera non smette di far ragionare, forse di emozionare e di sfidare linguaggi. Nolan propone il suo Ulisse. Si discosta dal mito senza in realtà attualizzarlo perché alla fine fa un miscuglio della mitologia cinematografica e artistica, senza inventare nulla.
Non prestiamoci al ridicolo paragone da puristi, scandalizzandoci se Elena e Clitemnestra sono interpretate da Lupita Nyong’o un’attrice keniota, se la dea Atena è afroasiatica, se Telemaco è un bravissimo attore transgender che ne incarna la fragilità e la fiducia, se Circe sembra una gattara femminista e Calipso pare uscita da un sequel della pubblicità di J’adore di Dior. CharlizeTheron ha appena fatto la cura con Ozempic, ha balayage perfette e la sua isola è il paradiso delle bugie.
Parto da qui, da questa specie di resort vacanziero, che spezza la routine, senza curare davvero. Ulisse è un personaggio tormentato. Continua a guardarsi indietro, a rivedersi nelle mura di Troia. E’ afflitto dai sensi di colpa e dai rimorsi, è lontano da casa e si è perso. Calipso lo accudisce, intorpidendone i ricordi. Quante volte ci siamo sentiti così anche noi?
Casa è dove il cane (Argo) ti riconosce e un vecchio amico, un aedo cieco (la figura più bella del film) ti stima e aspetta di ri-conoscerti (conoscerti di nuovo).
Casa è ritrovare se stessi, perdonarsi, perdonare, accettare che il mondo cambi in sintonia con la nostra anima.
La strada per arrivarci è lunga, comprende lo sforzo di dimenticare ciò che ci fa soffrire e i fiori di loto non bastano. L’Ulisse in noi continua a rivangare il passato, è in balia degli eventi. Il protagonista del poema di Omero ha affrontato prove continue che ne hanno minato la stabilità psicofisica.
Polifemo è un ominide informe, gigantesco, affamato. Vuole sentire le sirene mettendo alla prova i suoi limiti. I Lestrigoni sono rappresentati come giganti antropofagi pesantemente corazzati. Le procelle in mare, frutto di un Poseidone arrabbiato, sono spettacolari. Scilla e Cariddi sono un gorgo infernale. Gli uomini morti in battaglia sono moltissimi: ricompaiono dalla terra come zombi producendo una bella pagina cinematografica evocativa della notte dei morti viventi.
Ulisse affronta l’impossibile, superando esperienze e avventure che magari ricordiamo vagamente da ciò che abbiamo letto sui banchi di scuola. Attraversa queste prove ritornando continuamente con la mente a Troia. La furbizia diventa un tormento. Il cavallo di Troia non è di legno ma di bronzo e giace incastrato sulla battigia, come in un’opera metafisica di Dalì. Nolan non inventa nulla, dicevamo.
L’oblio che ci concediamo per placare traumi irrisolti non è la risposta e Ulisse, completamente perduto, dopo sette anni, abbandona Calipso e si affida a una zatterina precaria stile Cast Away. Lui che conosce rotte, venti e mari e ha sfidato l’impossibile, per salvarsi deve affidarsi alla volontà degli dei, lasciandosi guidare dalla voglia di tornare alla sua Itaca. Per ritrovarsi bisogna perdersi, per rinascere bisogna morire dentro, per capire serve il vuoto, crescere significa accettare.
Accompagnano Ulisse in tutto questo insidioso viaggio nel Mediterraneo e nella sua anima guide spirituali femminili. La donna è veramente al centro della narrazione: molte lo proteggono, lo aiutano, lo indirizzano, per arrivare alla summa dell’intelligenza femminile, il suo porto, che è Penelope: una figura di altissimo profilo. Per riaverla, Ulisse sconfigge da solo tutti i pretendenti, come in un film di Bud Spencer, per poi prendere il largo verso ovest. E’ finita un’epoca e lui ha capito che l’esilio curerà i suoi tormenti, portando nel cuore il sommo desiderio di tributare memoria e onore ai suoi uomini morti sul campo.
Il film racconta con lo stile di Nolan una parabola, che include un declino, sia sociopolitico e di visione, che intimo, attingendo a miti e leggende, fornendo ingredienti perfetti per spiegare i tormenti di un ritorno alla nostra Itaca, le scelte difficili che attraversano il nostro percorso, le paure, gli errori, e quegli sguardi rivolti al passato che vorremmo cancellare.
E’ un bel percorso anche psicanalitico fra archetipi e daimon oppure è un polpettone fantasy, ben confezionato? Questo è il dilemma che ci assale alla fine del film.
A salvare Omero c’è la poesia, che nel film latita un po’. E appaiono poco gli dei. C’è poca spiritualità e tanta muscolarità.
La risposta al dilemma può darla solo lo spettatore.
Resta vera la considerazione iniziale: è sensazionale che ancora oggi ne stiamo parlando, dopo 2800 anni.
Francesca Codazzi
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8 risposte
Wow… brava!
Bellissima la tua recensione, come sempre. Mi ci sono ritrovata, come sempre ☺️
È vero, il finale lascia un filo perplessi…”portami sulla tua barca più bella” mi è suonato un po’ come “portami sulla tua Porsche più bella” 😁
L’attore transgender non fa Telemaco
Recensione interessante e originale. Una cosa l’attore trans è Elliot Page e interpreta Sinone.
Grazie, sapevo di essermi persa come Ulisse… troppi personaggi. Mi ero informata, ma sono riuscita a sbagliare qualcosa.
Puo’ sembrare risibile fare I puristi, a proposito del colore della pelle di Elena e Clitemnestra, interpretate dall’attrice africana Lupita Nyong’o che si giustifica dicendo che bisogna andare contro I pregiudizi e che il cinema deve essere libero di superare i confini della realtà storica. Peccato che la stessa attrice esibisca un capolavoro di mirabile e ultrarisibile incoerenza perché solo pochi anni fa, in occasione dell’uscita del film Black Panther di cui recitò una parte , si scagliò pubblicamente contro l’appropriazione culturale, affermando che la storia e la mitologia africana dovevano essere interpretate solo da attori neri e africani ,per rispetto della sacralità di quelle tradizioni e di quelle identità. E allora per coerenza anche la tradizione classica mediterranea andrebbe rispettata. Non è un buffet aperto da cui prendere ciò che si vuole, ma questa è l’ipocrisia di un”industria cinematografica che tutela la specificità di alcune culture, derubricando quella classica a una favoletta interscambiabile ,priva di dignità filologica. Anche perché così facendo non si valorizzano le diversità,le specificità di ogni singola cultura, ma si cannibalizza il mito per ridurlo ad uno specchietto delle proprie ossessioni, dei propri pregiudizi ideologici,questi si furbescamente introdotti mascherandoli con la spettacolarità di alcune scene per acchiappare sprovveduti spettatori.
Perciò non potrò rispondere alle sue domande perché in questa categoria di sprovveduti spettatori io non ci rientrerò, neanche se dovessero pagarmi. Meglio prendere in mano il libro antico e leggermelo in santa pace. Altro che la traduzione della Wilson rispetto a cui Omero, Eraclito e tanti altri filosofi antichi, si staranno rivoltando nella tomba.
Forse è più un “polpettone fantasy” : la parte di analisi l’aveva fatta Dante scrivendo delle colonne d’Ercole, di cui una era proprio a Ceuta.
Come sempre lucida e efficace nel analizzare ogni aspetto interpretativo e di ispirazione epica. Del resto non ne avevo dubbi. A me il film è piaciuto, ma mi permetto di aggiungere un solo aspetto: quello che ritengo sia la critica feroce di Noland alla culla della civiltà occidentale, per anni presidiata dai valori degli Stati Uniti, oggi giorno abdicati violentemente ai soli interessi commerciali dall’attuale gestione che sta mettendo in dubbio il loro ruolo. Viviamo un periodo buio che io vedo nitidamente rappresentato dal riferimento alla cruda condotta di assedio, distruzione disumana e poi rientro nelle proprie terre, sconvolte da giochi di potere e scorribande di cui tutti hanno paura, perché non si capisce chi sia questo nemico sconosciuto e che giunge dal mare e che Nolan magistralmente riassume nella frase ”il popolo del mare siamo noi”. È contemporaneamente un monito a riflettere e una invocazione a ripensarci, perché noi invece eravamo, statunitensi in testa, la culla dei valori e della civiltà. L’ho trovato attuale e centrato. Poi il cinema è cinema.
Bravissima Francesca
Grazie per i vostri commenti. Tu Roberto sei dentro agli eventi in prima persona e ne hai un’emozione lucida. La tua emozione è più contemporanea. Del resto dagli studi fatti cosa ricordiamo? Nolan a modo suo riporta al presente un’opera immortale e questo resta il suo merito principale. Credevo si capisse. Il purista si fermerà a quelle magnifiche righe. Chi vive nel presente cercherà altri linguaggi. L’Odissea ha ritrovato nuova linfa. Moltissimi ne parlano. Moltissimi hanno ripreso in mano il libro. Senza questo spunto, sarebbe rimasto per molti su scaffali polverosi. Poi, il cinema è cinema, dici tu. Mi sembra una bella chiosa. La cultura deve essere democratica e inclusiva, tutti dovrebbero goderne. La mia opinione sul film te la condivido davanti a una birra.