L’Odissea di Nolan: percorso psicoanalitico fra archetipi e daimon oppure polpettone fantasy?

1 Agosto 2026

Quella che state per leggere è l’ennesima recensione dell’Odissea di Christopher Nolan. E’ stato detto di tutto. E credo che il pensiero di chi scrive si perda come una goccia nel mare. Inizio con un dato: 639,6 milioni di dollari di incasso (dopo circa due settimane), spettatori stimati 60 milioni, anche se non esiste un conteggio globale. Dopo 2800 anni dal poema di Omero, che inventa la letteratura, il fatto più sorprendente è che il mondo, ancora afflitto da guerre e false astuzie, ne parli.

Quell’opera non smette di far ragionare, forse di emozionare e di sfidare linguaggi. Nolan propone il suo Ulisse. Si discosta dal mito senza in realtà attualizzarlo perché alla fine fa un miscuglio della mitologia cinematografica e artistica, senza inventare nulla.

Non prestiamoci al ridicolo paragone da puristi, scandalizzandoci se Elena e Clitemnestra sono interpretate da Lupita Nyong’o un’attrice keniota, se la dea Atena è afroasiatica, se Telemaco è un bravissimo attore transgender che ne incarna la fragilità e la fiducia, se Circe sembra una gattara femminista e Calipso pare uscita da un sequel della pubblicità di J’adore di Dior. CharlizeTheron ha appena fatto la cura con Ozempic, ha balayage perfette e la sua isola è il paradiso delle bugie.

Parto da qui, da questa specie di resort vacanziero, che spezza la routine, senza curare davvero. Ulisse è un personaggio tormentato. Continua a guardarsi indietro, a rivedersi nelle mura di Troia. E’ afflitto dai sensi di colpa e dai rimorsi, è lontano da casa e si è perso. Calipso lo accudisce, intorpidendone i ricordi. Quante volte ci siamo sentiti così anche noi?

Casa è dove il cane (Argo) ti riconosce e un vecchio amico, un aedo cieco (la figura più bella del film) ti stima e aspetta di ri-conoscerti (conoscerti di nuovo).

Casa è ritrovare se stessi, perdonarsi, perdonare, accettare che il mondo cambi in sintonia con la nostra anima.

La strada per arrivarci è lunga, comprende lo sforzo di dimenticare ciò che ci fa soffrire e i fiori di loto non bastano. L’Ulisse in noi continua a rivangare il passato, è in balia degli eventi. Il protagonista del poema di Omero ha affrontato prove continue che ne hanno minato la stabilità psicofisica.

Polifemo è un ominide informe,  gigantesco, affamato. Vuole sentire le sirene mettendo alla prova i suoi limiti. I Lestrigoni sono rappresentati come giganti antropofagi pesantemente corazzati. Le procelle in mare, frutto di un Poseidone arrabbiato, sono spettacolari. Scilla e Cariddi sono un gorgo infernale. Gli uomini morti in battaglia sono moltissimi: ricompaiono dalla terra come zombi producendo una bella pagina cinematografica evocativa della notte dei morti viventi.

Ulisse affronta l’impossibile, superando esperienze e avventure che magari ricordiamo vagamente da ciò che abbiamo letto sui banchi di scuola. Attraversa queste prove ritornando continuamente con la mente a Troia. La furbizia diventa un tormento. Il cavallo di Troia non è di legno ma di bronzo e giace incastrato sulla battigia, come in un’opera metafisica di Dalì. Nolan non inventa nulla, dicevamo.

L’oblio che ci concediamo per placare traumi irrisolti non è la risposta e Ulisse, completamente perduto, dopo sette anni, abbandona Calipso e si affida a una zatterina precaria stile Cast Away. Lui che conosce rotte, venti e mari e ha sfidato l’impossibile, per salvarsi deve affidarsi alla volontà degli dei, lasciandosi guidare dalla voglia di tornare alla sua Itaca. Per ritrovarsi bisogna perdersi, per rinascere bisogna morire dentro, per capire serve il vuoto, crescere significa accettare.

Accompagnano Ulisse in tutto questo insidioso viaggio nel Mediterraneo e nella sua anima guide spirituali femminili. La donna è veramente al centro della narrazione: molte lo proteggono, lo aiutano, lo indirizzano, per arrivare alla summa dell’intelligenza femminile, il suo porto, che è Penelope: una figura di altissimo profilo. Per riaverla, Ulisse sconfigge da solo tutti i pretendenti, come in un film di Bud Spencer, per poi prendere il largo verso ovest. E’ finita un’epoca e lui ha capito che l’esilio curerà i suoi tormenti, portando nel cuore il sommo desiderio di tributare memoria e onore ai suoi uomini morti sul campo.

Il film racconta con lo stile di Nolan una parabola, che include un declino, sia sociopolitico e di visione, che intimo, attingendo a miti e leggende, fornendo ingredienti perfetti per spiegare i tormenti di un ritorno alla nostra Itaca, le scelte difficili che attraversano il nostro percorso, le paure, gli errori, e quegli sguardi rivolti al passato che vorremmo cancellare.

E’ un bel percorso anche psicanalitico fra archetipi e daimon oppure è un polpettone fantasy, ben confezionato? Questo è il dilemma che ci assale alla fine del film.

A salvare Omero c’è la poesia, che nel film latita un po’. E appaiono poco gli dei. C’è poca spiritualità e tanta muscolarità.

La risposta al dilemma può darla solo lo spettatore.

Resta vera la considerazione iniziale: è sensazionale che ancora oggi ne stiamo parlando, dopo 2800 anni.

 

Francesca Codazzi

https://www.youtube.com/watch?v=9R58AyRe1RI

https://www.youtube.com/watch?v=6SbP6gvsrlk

https://www.instagram.com/reels/DX8jiG-jxM1/

Una risposta

  1. Wow… brava!
    Bellissima la tua recensione, come sempre. Mi ci sono ritrovata, come sempre ☺️
    È vero, il finale lascia un filo perplessi…”portami sulla tua barca più bella” mi è suonato un po’ come “portami sulla tua Porsche più bella” 😁

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