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	<title>Sperangelo Bandera, Autore presso Vittoriano Zanolli</title>
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	<title>Sperangelo Bandera, Autore presso Vittoriano Zanolli</title>
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		<title>Il pneumatico o lo pneumatico? Piccola guida all&#8217;uso corretto della lingua italiana</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Sperangelo Bandera]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 16 Aug 2026 08:09:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Evidenza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Da qualche tempo si sente dire “lo pneumatico” mentre si è sempre detto “il pneumatico”. In proposito, ecco il parere degli addetti ai lavori. Raffaella Setti, Redazione Consulenza Linguistica, Accademia della Crusca: “Per quel che riguarda l&#8217;uso dell&#8217;articolo (e quindi della preposizione articolata) col sostantivo pneumatico, si può dire che l&#8217;alternanza degli articoli il/lo e [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Da qualche tempo si sente dire “lo pneumatico” mentre si è sempre detto “il pneumatico”. In proposito, ecco il parere degli addetti ai lavori. <strong>Raffaella</strong> <strong>Setti</strong>, Redazione Consulenza Linguistica, Accademia della Crusca: “Per quel che riguarda l&#8217;uso dell&#8217;articolo (e quindi della preposizione articolata) col sostantivo pneumatico, si può dire che l&#8217;alternanza degli articoli il/lo e un/uno (e naturalmente dei plurali corrispondenti i/gli,dei/degli) corrispondono i primi a un registro più familiare, mentre i secondi appartengono ad un uso più sorvegliato della nostra lingua. Niente quindi vieta di usare gli uni o gli altri anche se, nello scritto e negli usi più formali, si ritiene che siano più indicate le forme lo pneumatico, uno<br />
pneumatico, gli pneumatici, degli pneumatici.</p>
<p>Apriamo la Treccani: “Converrà non stupirsi per l&#8217;oscillazione in atto nel caso di pneumatico: in testi letterari del Novecento (<strong>Cesare</strong> <strong>Pavese</strong>: «i scivoloni»; <strong>Matilde</strong> <strong>Serao</strong>: «un zittìo») si trovano casi di mancata stabilizzazione della regola, con il riemergere di il/i, coppia spesso usata in vece di lo/gli nell&#8217;Ottocento. E, in usi popolari ben diffusi, è ben noto a molti parlanti d&#8217;oggi l&#8217;uso di il/i davanti a gnocco/gnocchi.</p>
<p>Altre grammatiche più recenti, come la Nuova Grammatica italiana di <strong>Maurizio</strong> <strong>Dardano</strong> e <strong>Pietro</strong> <strong>Trifone</strong>, basando i loro consigli sull’uso effettivo e non su regole astratte, notano che da tempo ‘il pneumatico’ è più diffuso di ‘lo pneumatico’. Nel parlato è infatti poco probabile essere mai riusciti ad ascoltare da qualcuno l’espressione “ho forato lo pneumatico”.</p>
<p>Zingarelli, Vocabolario della Lingua Italiana la cui prima edizione -a cura di <strong>Nicola</strong> <strong>Zingarelli</strong>&#8211; risale al 1922: con le parole che iniziano con “pn” molti grammatici vorrebbero che si usassero gli articoli lo, gli, uno, ma i parlanti (anche i parlanti colti) tendono a usare in via preferenziale il, i, un. Un po’ come col plurale di cacciavite: gli etimologi vorrebbero che si scrivesse ‘i cacciavite’ perché ‘cacciano’ soltanto una vite per volta. Ma i falegnami e i meccanici se ne infischiano e li chiamano ‘i cacciaviti’ probabilmente perché, come hanno imparato a scuola da altri grammatici che non sono etimologi, il plurale delle parole che finiscono in “e” si ottiene cambiando la “e” in “i”.</p>
<p>Conclusione: il pneumatico o lo pneumatico? Vanno bene entrambi e ognuno scelga ciò che più gli suona bene all’orecchio.</p>
<p>Con il sinonimo “gomma” il caso sarebbe risolto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Sperangelo</strong> <strong>Bandera</strong></p>
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		<title>L&#8217;indiscreta richiesta e la Fiat 600</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Sperangelo Bandera]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Aug 2026 07:51:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Racconti di Sperangelo Bandera]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“In certe fanciulle l’indignazione viene prima dell’indiscreta richiesta. Ma che mancanza di galanteria se quest’ultima non si manifesta neppure!”. L’aforisma di Karl Kraus (1874-1936), scrittore, giornalista, umorista, saggista, commediografo, poeta e autore satirico austriaco, calza a pennello con un episodio di auto e passione che risale agli anni Cinquanta del secolo scorso. All’epoca, le utilitarie [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-weight: 400;">“In certe fanciulle l’indignazione viene prima dell’indiscreta richiesta. Ma che mancanza di galanteria se quest’ultima non si manifesta neppure!”. L’aforisma di <strong>Karl</strong> <strong>Kraus</strong> (1874-1936), scrittore, giornalista, umorista, saggista, commediografo, poeta e autore satirico austriaco, calza a pennello con un episodio di auto e passione che risale agli anni Cinquanta del secolo scorso. All’epoca, le utilitarie di nuova concezione apparse sul mercato a prezzi abbordabili, come la Fiat 600, la 500 o la Renault 4 CV, entusiasmarono gli italiani, costretti fino a pochi anni prima a spostarsi in bicicletta o in motorino. Guidare un’utilitaria, per molti, era come realizzare un sogno.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">A Luciano, uno studente di 22 anni patito per le automobili, che abitava in una cascina a pochi chilometri da Cremona, iscritto alla Facoltà di Economia e Commercio a Parma, era sembrato di toccare il cielo con un dito il giorno in cui suo padre, acquistata una Fiat 1100/103 più comoda per i viaggi e più prestigiosa per l’opinione della gente, gli regalò la sua 600. Carica di pochi anni, ma di molti chilometri, la piccola vettura, pur in quelle precarie condizioni, lo rendeva felice come se fosse appena uscita dalla catena di montaggio. Incominciò a prendersene cura cercando di restituirle il colore originale, che da bianco era diventato grigio, con quotidiani lavaggi seguiti da faticose lucidature della carrozzeria. Il risultato non era entusiasmante perché, invece di impiegare creme specifiche, usava prodotti sottratti alla mamma, più adatti a far brillare le stoviglie della cucina che a ridare splendore alla vernice dell’auto. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">I ritmi della sua giornata furono condizionati dall’inaspettato regalo. Ogni mattina, dopo aver dedicato un paio d’ore allo studio, avevano inizio le operazioni di restauro dell’utilitaria, che interrompeva preso da un impulso irresistibile a guidarla. Sedeva al volante, inseriva la chiave, tirava la levetta di destra posta sul pavimento tra i due sedili e il motore incominciava a girare. Imboccava strade di campagna, scegliendo quelle di recente asfaltate, quasi deserte nel mese di luglio, che in pochi chilometri collegavano la sua casa con una villetta di colore giallo a due piani, all’inizio dell’abitato di Robecco d’Oglio. Qui, dopo aver dato l&#8217;accelerata conclusiva, estraeva la chiave, suonava il campanello e sulla porta appariva Rosanna, la figlia ventenne del medico condotto del paese. Più alta rispetto alla media, con un viso dai lineamenti regolari in cui spiccavano occhi neri e labbra carnose, con un corpo ben fatto, gambe lunghe e seno robusto, aveva movenze che irradiavano sensualità. La 600 ripartiva con la ragazza per un breve percorso. Giretto dopo giretto e curva dopo curva, pian piano fecero capolino a bordo le ginocchia, poi le prime propaggini delle cosce su cui si posava per qualche attimo lo sguardo di Luciano. Il giretto in tarda mattinata era diventato un’abitudine e, a volte, durante la guida Luciano le passava un braccio sulle spalle o con la mano le sfiorava la gonna, sempre con movimenti rapidi temendo la reazione. Non distoglieva l’attenzione dalla 600: ne ascoltava, tendendo l’orecchio, il suono del motore, indagava su qualsiasi piccolo rumore anomalo sentisse e, di tanto in tanto, sugli strumenti del piccolo cruscotto con gesto delicato passava il panno che teneva nella tasca della portiera. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Nonostante fosse estate, volle montare i fari antinebbia e, per verificarne la funzionalità propose il giretto di sera, dopo cena, e lei, che da tanto aspettava l’invito, accondiscese di buon grado, nella speranza che qualcosa di tenero accadesse. Imboccò una piccola strada secondaria, ma asfaltata, ai cui lati si alternavano pioppi a distese di campi. L’ambiente ideale per verificare il grado di luminosità dei nuovi fari. Erano ben diverse le aspettative della ragazza, che immaginava che stesse cercando un anfratto deserto dove fermarsi per eseguire ben altri controlli, non escluso un epilogo secondo natura. Invece, Luciano era impegnato a verificare l’ampiezza luminosa del faro di sinistra e dove arrivava il fascio di luce proiettato in profondità da quello di destra. Improvvisamente, fermò la 600 dove la stradina sfiorava i binari della linea Cremona-Brescia. Per lei il momento desiderato era arrivato. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Non fu così. A provocare la fermata fu la preoccupazione che l’auto si fosse imbrattata, sfiorando i rami, di quella colla resinosa che a volte cade dagli alberi. Scese, accese un fiammifero, analizzò la carrozzeria e non trovò traccia di resina. Con un sospiro di sollievo risalì, mentre il treno che si allontanava spegneva la luce sui campi e attutiva il rumore. A lui non restò che avviare il motore.   </span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Sperangelo Bandera</strong></p>
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		<title>L&#8217;Opel Kadett e la Ds 19</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Sperangelo Bandera]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Jul 2026 07:26:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Racconti di Sperangelo Bandera]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Alle nove precise, quasi ogni mattina, si sentiva toc toc alla porta della terza A del liceo classico Daniele Manin di Cremona, mentre il professore stava spiegando oppure era in corso l&#8217;interrogazione. Si apriva lentamente la porta, spuntava il profilo di una donnina minuta, con un grembiule bianco, che puntava lo sguardo direttamente verso il [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Alle nove precise, quasi ogni mattina, si sentiva toc toc alla porta della terza A del liceo classico Daniele Manin di Cremona, mentre il professore stava spiegando oppure era in corso l&#8217;interrogazione. Si apriva lentamente la porta,<br />
spuntava il profilo di una donnina minuta, con un grembiule bianco, che puntava lo sguardo direttamente verso il penultimo banco del quartiere di sinistra, e con un cenno richiamava l&#8217;attenzione. In quella mano stringeva un<br />
fazzoletto da naso bianco, ben stirato, che doveva consegnare a un alunno, il quale, riconoscendo la cameriera di famiglia, incurante di quanto stava accadendo durante la lezione, scattava verso di lei, imbarazzata, ferma sulla<br />
porta aperta. Lo studente, con gesti impacciati e goffi, tornato a posto, lo riponeva nella tasca della giacca, capo d’abbigliamento all’epoca obbligatorio per presentarsi a scuola. La scolaresca, abituata alla scena, reagiva con un<br />
allegro brusio, mentre l’insegnante distribuiva occhiate di compatimento. Poi, quella donnina si rivolgeva al professore e, per scusarsi dell&#8217;irruzione, si giustificava, confusa: &#8221;Il signorino l&#8217;ha dimenticato a casa! E spariva, dopo aver richiuso delicatamente la porta dell&#8217;aula&#8221;. Era la Pina, la cameriera che da decenni prestava servizio presso la facoltosa famiglia del distratto studente, che abitava in un palazzo situato a due passi dalla sede della scuola. Quella della Pina era una faccia nota ai compagni di classe, perché spesso la ritrovavano in mezzo alla moltitudine degli studenti, puntuale alle 12.25, alla fine delle lezioni, fuori dal portone  della scuola. Il “signorino” le dava libri, quaderni e diario legati dalla cinghia di<br />
gomma e lei, con il fardello sottobraccio, se ne tornava a casa.</p>
<p>Qualche mese dopo aver conseguito la maturità, il signorino ricevette in regalo dai genitori una Opel Kadett 1000 con la quale si recava &#8211; correva l&#8217;estate del 1962 &#8211; a Forte dei Marmi, località turistica in provincia di Lucca, frequentata da un gran numero di cremonesi. Più che dal desiderio di sole e di mare, egli era attirato dalle rotondità di una studentessa di qualche anno più giovane che aveva a sua volta frequentato il Manin. L’aveva conosciuta in un giorno d&#8217;autunno di qualche anno prima, durante l&#8217;intervallo, quando frotte di studenti, in quei dieci minuti, in viavai incessante lungo il corridoio centrale della scuola si dirigevano al gabbiotto in cui la Giorgina, la bidella, vendeva le brioche. Da mesi egli tentava di rivolgerle la parola, ma senza fortuna. L’occasione fu un invito al veglione di San Silvestro, che lei accettò. Si teneva nel teatrino di un oratorio cittadino in cui si sarebbe esibito al pianoforte cantando &#8216;Nun è peccato&#8217; il successo del<br />
momento di Peppino di Capri, di cui il signorino era un autentico patito. Cercava di imitarlo non solo nel modo di cantare, ma anche nella pettinatura, Aveva fatto applicare, alle lenti scure da vista, una montatura perfettamente identica a quella del cantante. Il complesso era composto oltre che dal pianista da un contrabbassista e da un batterista, compagni di classe.</p>
<p>Quando il signorino, all’inizio del veglione, intonò la sigla iniziale accompagnandosi al pianoforte e suonando, come<br />
voleva la moda di allora, alzandosi in piedi e stando ricurvo sulla tastiera, il contrabbassista, che gli era dietro, allontanò la sedia pensando che fosse d&#8217;impiccio ai movimenti suscitati dal ritmo del brano, quando il signorino decise di sedersi per essere più comodo per fare l&#8217;assolo. Così finì col sedere per terra tra risate fragorose e, in un estremo tentativo di ovviare<br />
all’inconveniente, tenne protese, seduto sul pavimento, le mani sulla tastiera e da quella posizione scomodissima e continuò a suonare. Agli occhi della ragazza esordio peggiore non poteva capitare.</p>
<p>Trascorse parecchio tempo, ma non desistette dallo sperare nel sì della desiderata. Qualche anno dopo, mentre lei trascorreva le vacanze di Natale in montagna a Madonna di Campiglio, località frequentata dagli stessi cremonesi che erano di casa a Forte dei Marmi, il signorino l’avvisò che sarebbe passato a salutarla e si stabili il giorno. Era certo che l’avrebbe fatta capitolare, avesse anche dovuto prometterle il matrimonio. Partì per la località montana con un grande entusiasmo, sicuro che sarebbe stata la volta buona.</p>
<p>Quell&#8217;entusiasmo se lo ricorderà a lungo. Durante il viaggio la Opel Kadett ebbe un guasto. Si piantò a metà strada, non<br />
volle saperne di ripartire e l&#8217;appuntamento saltò. Il signorino non rinunciò e continuò a corteggiarla. Lei si era iscritta all&#8217;Università a Verona e, dopo tanti tentennamenti accettò la proposta, che le rinnovava da mesi, di andarla a prendere e portarla a Cremona, dove la ragazza tornava per il fine settimana. Al volante della Citroën DS, che nel frattempo aveva<br />
acquistato per fare colpo, sull&#8217;autostrada Serenissima, a causa di un banco di nebbia si stampò contro un autotreno fermo sulla corsia d&#8217;emergenza. Uscì miracolosamente illeso, ma a Verona non giunse mai.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Sperangelo Bandera</strong></p>
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		<title>Una donna libera</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Sperangelo Bandera]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Jun 2026 06:01:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Racconti di Sperangelo Bandera]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“La donna è imprevedibile”. Mario concludeva così le discussioni che spesso animavano il bar del Moro, in via San Francesco a Cremona, dove, il martedì e il venerdì, all’imbrunire, incontrava amici come lui sulla soglia della settantina. Ma c&#8217;era sempre qualcuno che, convinto di essere lui il depositario del comportamento femminile, non era d’accordo. E [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-weight: 400;">“La donna è imprevedibile”. Mario concludeva così le discussioni che spesso animavano il bar del Moro, in via San Francesco a Cremona, dove, il martedì e il venerdì, all’imbrunire, incontrava amici come lui sulla soglia della settantina. Ma c&#8217;era sempre qualcuno che, convinto di essere lui il depositario del comportamento femminile, non era d’accordo. E Mario, ogni volta, per avvalorare la sua tesi, ripeteva di essersi dedicato per anni, nel corso della gioventù, a studiare il comportamento di decine e decine di donne. Per la serietà della sua analisi dichiarava: “La mia conclusione è che, delle donne, non ho capito niente”. Poi, a dimostrazione della sua tesi, raccontava episodi che confermavano l’impossibilità di arrivare a una conclusione sul comportamento delle donne.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Anno 1972, Università Statale di Milano, Facoltà di Lettere e Filosofia. Seguivano le lezioni del primo anno 60 studentesse e tre maschi, di cui un seminarista, un omosessuale e Mario. Quest’ultimo, frequentando le lezioni di latino, strinse amicizia con due ragazze di Asti, Grazia e Chiara, che vivevano insieme in un appartamentino non lontano dal suo alloggio. Grazia, una bruna dalla bellezza mediterranea, di moda in quell’epoca, aveva colpito la sua anima concupiscente e spesso, di pomeriggio o di sera, le faceva visita, affrontando argomenti che miravano ad approfondirne la conoscenza, primo atto del suo piano amoroso. Venne a sapere che da qualche anno era fidanzata con Luca, un ragazzo della sua città, con cui faceva progetti di una vita insieme. La delusione fu grande, ma Mario, ormai preso dal desiderio, non desistette. Avvisato, nelle sere in cui il fidanzato la veniva a trovare, lui, seduto su una panchina illuminata da un lampione, aspettava paziente che ripartisse la Fulvia coupé rossa e quando il rumore si perdeva nel silenzio della notte, suonava il campanello e saliva al primo piano. Con la naturalezza con cui si riceve un amico, lei lo ascoltava, faceva domande e otteneva risposte. Con il trascorrere dei mesi si intensificarono le visite. Grazia a poco a poco lasciava trapelare di essere preda di una certa insicurezza che stava inisnuandosi nel suo rapporto con Luca. Questa confessione venne interpretate da Mario come segnale di disponibilità nei suoi confronti. Nonosante i frequenti incontri e la confidenza che si era instaurata, non si creava l&#8217;atmosfera favorevole per palesare la voglia di un incontro ravvicinato. Mario non trovava il momento per dichiararsi anche per la timidezza che lo assaliva nei momenti decisivi. Dal canto suo, Grazia continuava a comportarsi come fedeltà voleva. Con il passare delle settimane e dei mesi, visto che niente di favorevole si preannunciava, Mario incominciò a diradare le visite, accettando l&#8217;idea che non c&#8217;era niente da fare con Grazia. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Dopo qualche tempo, mentre scoccava mezzogiorno di un martedì di maggio, un prolungato squillo del campanello lo fece trasalire. Aperse la porta e si vide davanti Grazia. &#8220;Sono venuta a trovarti, passavo di qui&#8230;&#8221;. Fu fatta sedere sulla  brandina ricoperta da una coperta verde che fungeva da divano. Lei sedette e, senza dire parola, incominciò a spogliarsi. Riavutosi dalla sorpresa ebbe appena il tempo di rendersi conto della sua carnagione scura e si trovò sopra di lei, ansimante. In breve l&#8217;incanto finì. Lei salutò e, come era venuta, disparve. Per sempre. </span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Sperangelo Bandera</strong></p>
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		<title>Ferrari Luce, motore elettrico e linee avveniristiche: Cavallino nel futuro (tra le polemiche)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Sperangelo Bandera]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 May 2026 19:12:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La presentazione della prima Ferrari elettrica, la sua linea e la sua forma così insolite per l’immaginario collettivo hanno suscitato un vespaio di proteste da parte degli addetti ai lavori, degli appassionati del Cavallino e della moltitudine di persone innamorata di un marchio che, unico, dall’inizio del Campionato Mondiale di F1 (1950) non è mai [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://vittorianozanolli.it/ferrari-luce-motore-elettrico-e-linee-avveniristiche-cavallino-nel-futuro-tra-le-polemiche/">Ferrari Luce, motore elettrico e linee avveniristiche: Cavallino nel futuro (tra le polemiche)</a> proviene da <a href="https://vittorianozanolli.it">Vittoriano Zanolli</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-weight: 400;">La presentazione della prima Ferrari elettrica, la sua linea e la sua forma così insolite per l’immaginario collettivo hanno suscitato un vespaio di proteste da parte degli addetti ai lavori, degli appassionati del Cavallino e della moltitudine di persone innamorata di un marchio che, unico, dall’inizio del Campionato Mondiale di F1 (1950) non è mai mancato a un Gran Premio. Tutto vero. La Ferrari Luce sarà ricordata, non per le sue discutibili linee, ma perché costituisce il passaggio storico dalle Ferrari del passato alle Ferrari del futuro. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ogni società crea nuovi prodotti industriali, tiene a battesimo nuove tendenze letterarie, inventa nuovi farmaci, celebra nuovi compositori, nuove canzoni, nuovi oggetti di pubblica e privata utilità. E’ una legge universale. La società in cui viviamo, tra le altre cose, ha messo la parola fine al motore termico, integrandolo o sostituendolo con un propulsore elettrico. Altri marchi che hanno scritto la storia dell’auto hanno già adottato il cambiamento. Ora è toccato alla Ferrari. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Le Ferrari di un tempo, che hanno costruito nella fantasia degli appassionati il mito, non sono più realizzabili. Oggi le esigenze legate al progresso percorrono altre strade. Dobbiamo arrenderci, noi che giudichiamo l’automobile con la mentalità e la passione di ieri. Che se poi guardiamo ai numeri, è facile immaginare che il piacere che dà l’accelerazione, a cui leghiamo l’emozione,  caratteristica prima delle Ferrari, non è stato sminuito, anzi è stato aumentato: 2,5 secondi da 0 a 100 km/h della Luce è un tempo che le Ferrari commerciali non hanno mai raggiunto e soltanto le Ferrari di F1 sanno battere. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Pensiamo alla reazione dei compositori tradizionali di fronte all’affermarsi della musica dodecafonica, la tecnica di composizione sviluppata da <strong>Arnold Schonberg </strong>negli anni ’20, che ha abbandonato la tonalità tradizionale basata sulle 7 note.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"> Dobbiamo rassegnarci: le Ferrari che abbiamo nel cuore non verranno più prodotte. Il progresso non si può fermare. </span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Sperangelo Bandera</strong></p>
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		<title>Una storia vera</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Sperangelo Bandera]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Apr 2026 09:23:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Racconti di Sperangelo Bandera]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Fino agli anni ’50 del secolo scorso, baciarsi in pubblico non rientrava nel canone amoroso del vivere comune, ma, verso la fine di quel decennio, in città s’incominciavano a vedere in anfratti di vicoli, in piazzette semideserte o nella penombra dei portoni, coppiette avvinghiate in un lungo abbraccio che si baciavano appassionatamente. Chi vedeva quei [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-weight: 400;">Fino agli anni ’50 del secolo scorso, baciarsi in pubblico non rientrava nel canone amoroso del vivere comune, ma, verso la fine di quel decennio, in città s’incominciavano a vedere in anfratti di vicoli, in piazzette semideserte o nella penombra dei portoni, coppiette avvinghiate in un lungo abbraccio che si baciavano appassionatamente. Chi vedeva quei ragazzi e quelle ragazze che non riuscivano a frenare le pulsioni amorose, immerso com’era nel perbenismo dell’epoca, scuoteva il capo scandalizzato. A volte si alzava la voce di qualche vecchio bigotto che farfugliava parole incomprensibili, ma s’intuiva che esprimevano un profondo dissenso. Il fenomeno era circoscritto ma, in una città piccola come Cremona, quei visi diventavano abituali. Gli innamorati incontinenti erano sempre gli stessi e si riconoscevano quando, nel tardo pomeriggio, mano nella mano o abbracciati  passeggiavano lungo le vie del centro cittadino o in Galleria, dove gli studenti erano soliti incontrarsi, o  nei vialetti del Giardino Pubblico.   </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La cotta per la compagna di scuola colpiva con crescente intensità a seconda del grado di corresponsione che la ragazza manifestava e il primo bacio scatenava una prepotente passione che da quel momento sembrava diventare per entrambi l’unica  ragione di vita. Basta con lo studio e stop agli incontri con gli amici: contava soltanto l’appuntamento a fine pomeriggio con l&#8217;innamorata. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Stefano S., un giovane che in un frequentava il quarto anno delle Magistrali e impersonava l&#8217;ideale di bellezza maschile in voga in quegli anni, colpito dalla freccia di Cupido, aveva preso una sbandata per una studentessa dello stesso istituto, più giovane di lui di qualche anno. Rosa, grandi occhi verdi che tendevano all&#8217;azzurrino, un viso da attrice con le labbra dal perfetto rilievo, lunghe gambe da lodare, tutto il resto da elogiare, attratta dal bel giovane, si lasciò andare. Tutti i giorni, alla stessa ora, si vedevano passeggiare scambiandosi tenerezze, baci e abbracci, incuranti dei commenti della gente. Passarono i giorni e i mesi, l&#8217;intesa tra i due proseguiva felicemente. Ma la richiesta, che lo studente avanzava, di ottenere sul piano erotico qualcosa di più del pur appassionato bacio, veniva respinta. All&#8217;epoca, nella mentalità delle ragazze, era inculcato l&#8217;ideale della verginità come condizione indispensabile per trovare marito. Stefano aveva capito che i no che riceveva non erano determinati da scarso interesse, ma dalla volontà di arrivare vergine al fatidico sì. La relazione si rinforzava  e le famiglie si erano arrese, permettendo che si incontrassero la sera per andare al cinema o al bar, ma con il rientro a casa, tassativamente imposto dal padre della ragazza, alle 23. A Stefano era anche stato concesso il sabato sera di usare l&#8217;auto di famiglia, una Fiat 1300 color carta da zucchero. Era dotata di sedili ribaltabili che però non venivano usati per la decisa opposizione all&#8217;abbassamento degli schienali che la ragazza imponeva con determinazione. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">I genitori, tuttavia, non concessero che, arrivate le vacanze, i due andassero al mare insieme. Ai primi di agosto avvenne la dolorosa separazione. Rosa seguì la famiglia al mare, a Jesolo, e Stefano, disorientato dal distacco dall’amata, per la prima volta, preferì starsene a Cremona. «Scrivimi», aveva implorato alla ragazza, e lei gli promise che ogni giorno avrebbe spedito almeno una cartolina. Così avvenne per una decina di giorni. Poi la cassetta appesa al cancello di casa restava vuota. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il giovane trascorse giorni in congetture e angosciose ipotesi, senza trovare una ragione che spiegasse il silenzio della sua Rosa. E, non conoscendo il nome dell&#8217;hotel in cui alloggiava, non poteva trovare il numero di telefono. Decise di partire per Jesolo con la macchina del padre, sicuro di trovarla, avesse dovuto anche chiedere di lei in ogni albergo della località balneare. Alle prime luci dell&#8217;alba, fatto il pieno di carburante, la Fiat 1300 incominciò il lungo viaggio verso il mare. Sarebbe durato almeno cinque o sei ore, all&#8217;epoca non esisteva l&#8217;autostrada, a causa dei rallentamenti nell’attraversamento delle località lungo il percorso: Piadena, Mantova, Legnago, Cerea, Padova, Venezia e finalmente Jesolo. Stefano diede subito il via alla ricerca della fidanzata. Incominciò a chiedere alla reception del primo albergo se vi alloggiasse una famiglia di Cremona, padre e madre con una figlia giovane. No, non abbiamo ospiti cremonesi. La risposta veniva replicata in continuazione, mentre l&#8217;angoscia, che già lo accompagnava da giorni, cresceva. Decise allora di riposarsi e sedette a un tavolino di uno dei tanti bar all&#8217;aperto che si affacciano sul lungomare. Gli restavano alcuni hotel per completare la ricerca dell&#8217;amata, tuttavia preferì mangiare un panino e bere una birra: una sosta in cui raccogliere le idee era necessaria, dopo ore al volante e tanta fatica per inseguire un volto che pareva scomparso. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">A volte gli sembrava di vivere in un incubo e che fosse un brutto sogno ciò che gli stava succedendo, ma poi prevaleva l&#8217;ottimismo. Per le lettere che non erano arrivate si autoconvinceva che si fosse trattato di un errore nella lettura dell&#8217;indirizzo da parte dell&#8217;impiegato dell&#8217;ufficio postale o di qualche altra ragione imponderabile, ma lei, la sua Rosa, suo unico e grande amore, come avrebbe potuto non farsi viva? Non era possibile, si ripeteva, quando il suo sguardo fu attratto da una coppia seduta a un tavolino in disparte, avvinta in un interminabile bacio: era Rosa con il batterista di un gruppo che si esibiva sulla terrazza del suo albergo ogni sera, fino a tardi.</span></p>
<p><strong>Sperangelo Bandera</strong></p>
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		<title>Migrazioni e conflitti: fenomeni che si ripetono dall&#8217;antichità come Seneca insegna</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Sperangelo Bandera]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Apr 2026 08:04:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La conoscenza del passato può farci ampliare la conoscenza del presente e in parte prevedere il futuro. A proposito di immigrazione, fenomeno di cui si è acceso il dibattito politico in questi giorni, istruttivo è questo passo del filosofo e drammaturgo romano Lucio Anneo Seneca (Cordova 4 a. C. &#8211; Roma 65 d. C.) tratto [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-weight: 400;">La conoscenza del passato può farci ampliare la conoscenza del presente e in parte prevedere il futuro. A proposito di immigrazione, fenomeno di cui si è acceso il dibattito politico in questi giorni, istruttivo è questo passo del filosofo e drammaturgo romano <strong>Lucio Anneo Seneca </strong>(Cordova 4 a. C. &#8211; Roma 65 d. C.) tratto dalla Consolazione alla madre Elvia, il cui titolo è: &#8220;Ad Helviam matrem de consolatione&#8221;, scritto tra il 41 e il 49. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Dice Seneca: &#8220;Ma dalle cose celesti ora torniamo a quelle umane: vedrai che han cambiato sede genti e popolazioni intere. Che significano le città greche sorte in mezzo a paesi barbari? E la lingua macedone tra i Persi e gli Indi? La Scizia e tutta quella regione abitata da popolazioni selvagge e indomite mostra città greche fondate sui lidi del Ponto; né il rigore del lungo inverno, né l&#8217;indole degli abitanti, aspra come il loro clima, hanno scoraggiato quanti trasferivano lì le loro dimore. L&#8217;Asia è piena di Ateniesi; Mileto ha popolato settantacinque città sparse un po&#8217; dappertutto; tutta questa costa dell&#8217;Italia bagnata dal Mare Inferiore divenne Magna Grecia. L&#8217;Asia si attribuisce gli Etruschi, i Tiri abitano l&#8217;Africa, i Cartaginesi la Spagna, i Greci si sono introdotti in Gallia e i Galli in Grecia, i Pirenei non hanno ostacolato il passaggio dei Germani. La volubilità umana si è riversata su vie impraticabili e ignote. Si portano dietro i figli, le mogli, i genitori appesantiti dalla vecchiaia. Alcuni, dopo un lungo errare, non si scelsero deliberatamente una sede, ma per la stanchezza occuparono quella più prossima; altri, con le armi, si conquistarono il diritto di una terra straniera. Alcune popolazioni, avventurandosi verso terre sconosciute, furono inghiottite dal mare, altre si stabilirono là dove la mancanza di tutto le aveva fatte fermare.  </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Non tutti hanno avuto gli stessi motivi per abbandonare la loro patria e cercarne un&#8217;altra: alcuni, sfuggiti alla distruzione della loro città e alle armi nemiche e spogliati dei loro beni, si volsero ai territori altrui; altri furono cacciati da lotte intestine; altri furono costretti a emigrare per alleggerire il peso di un&#8217;eccessiva densità di popolazione; altri ancora sono stati cacciati dalla pestilenza o dai frequenti terremoti o da altri intollerabili flagelli di una terra infelice. Altri, infine, si sono lasciati attirare dalla notizia di una terra fertile e fin troppo decantata. Ognuno ha lasciato la sua casa per una ragione o per l&#8217;altra. Questo, però, è certo: che nessuno è rimasto nel luogo dove è nato. Incessante è il peregrinare dell&#8217;uomo. In un mondo così grande ogni giorno qualcosa cambia: si gettano le fondamenta di nuove città, nascono popolazioni con nuovi nomi, via via che si estinguono quelle che c&#8217;erano prima o si incorporano con altre più forti. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ma tutti questi spostamenti di popoli che cosa sono se non esili in massa? Ma perché ti faccio un così lungo giro di parole? Che giova citarti Antenore, fondatore di Padova, o Evandro che portò sui lidi del Tevere il regno degli Arcadi? O Diomede e gli altri, vincitori e vinti, che la guerra di Troia disperse per terre straniere? Appunto in un esule ha il suo fondatore l&#8217;impero romano, in un profugo che, dopo la conquista della sua patria, portandosi dietro poche reliquie e spinto dalla necessità e dalla paura del vincitore a cercare terre lontane, giunse in Italia. E, in seguito, questo popolo quante colonie non ha fondato in ogni provincia! Dovunque ha vinto, il Romano si stabilisce. E per questi cambiamenti di sede si arruolavano volontari e anche il vecchio, lasciati i suoi altari, seguiva i coloni di là dai mari. L&#8217;argomento non richiede altri esempi. Tuttavia ne aggiungerò un altro soltanto che mi balza davanti. Quest&#8217;isola dove mi trovo ha spesso cambiato i suoi abitanti. Tralasciando le età più antiche, ormai oscurate dal tempo, i Greci che ora abitano Marsiglia, abbandonata la Focide, si fermarono prima in quest&#8217;isola dalla quale non si conosce il motivo che li abbia spinti ad andarsene, se il clima insalubre o la vicinanza minacciosa dell&#8217;Italia o la natura delle coste prive di porti; che non fosse certo un motivo lo stato selvaggio degli abitanti lo si ricava dal fatto che essi andarono a stabilirsi tra le fiere e rozze popolazioni della Gallia. Successivamente passarono nell&#8217;isola i Liguri e poi gli Ispani, come appare dalla somiglianza di certi usi: portano, infatti, lo stesso copricapo e lo stesso tipo di calzature dei Cantabrici e anche alcune parole si somigliano (ma sotto l&#8217;influenza dei Greci e dei Liguri la loro lingua è molto mutata da quella originaria). In seguito vi furono fondate due colonie romane, una da Mario e l&#8217;altra da Silla. Tante volte è cambiata la popolazione di questo scoglio arido e tutto sterpi. Insomma tu non troverai una terra che sia ancora oggi abitata dalla popolazione indigena. Tutte si sono mescolate e incrociate; gli uni si sono succeduti agli altri; questi desiderano ciò che gli altri disprezzano; l&#8217;uno è cacciato via da dove aveva cacciato, a sua volta, un altro. Così vuole il destino: che nessuna cosa resti sempre in uno stesso luogo&#8221;.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Sperangelo Bandera</strong></p>
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		<title>Mala tempora currunt? La storia smentisce chi critica i giovani e rimpiange il passato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Sperangelo Bandera]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Mar 2026 09:01:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Passano gli anni e cambiano le abitudini della società civile. Si va sempre al peggio dicono i “laudatores temporis acti”, coloro che ostinatamente sostengono che in passato tutto era migliore biasimando le abitudini e le mode di oggi.  Una convinzione che si ripete da almeno sessanta secoli o più. Socrate (470 a.C.) diceva che “la [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-weight: 400;">Passano gli anni e cambiano le abitudini della società civile. Si va sempre al peggio dicono i “laudatores temporis acti”, coloro che ostinatamente sostengono che in passato tutto era migliore biasimando le abitudini e le mode di oggi. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Una convinzione che si ripete da almeno sessanta secoli o più. <strong>Socrate</strong> (470 a.C.) diceva che “la nostra gioventù è maleducata, ama il lusso, si burla dell’autorità e non ha rispetto per gli anziani”. Una citazione del 720 a. C.: “Non c’è alcuna speranza per l’avvenire del nostro Paese se la gioventù prenderà il potere domani perché questa gioventù e senza ritegno”. Un sacerdote dell’Antico Egitto: “Il nostro mondo ha raggiunto uno stadio critico, i ragazzi non ascoltano più i loro genitori”.  Un’incisione su un vaso d’argilla dell’antica Babilonia, risalente a tremila anni prima di Cristo: “Questa gioventù è marcia nel profondo del cuore, i giovani sono maligni e pigri. Non saranno mai come la gioventù di una volta e i giovani d’oggi non saranno in grado di mantenere la nostra cultura”. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Sono molti a sottolineare con ironia le nuove mode: in campo automobilistico oggi va di moda il colore opaco e si è disposti a pagare un supplemento di prezzo per averlo. In passato, quando il colore sbiadiva opacizzandosi, si portava la macchina dal carrozziere per farla lucidare affinché riacquistasse l’originale brillantezza. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Fino a una quarantina d’anni fa in ogni incrocio cittadino regolato dal semaforo  stazionava un vigile urbano (oggi agente di Polizia locale) pronto a far risuonare il fischietto e a sanzionare chi commetteva qualche trasgressione. All’epoca, dicono con una punta di orgoglio i sostenitori del primato del passato, il traffico era ordinato, la sosta selvaggia delle auto non esisteva e i ciclisti si guardavano bene dal percorrere i marciapiedi. Oggi il cambiamento ha portato disordine lungo le vie cittadine e maggior rischio di infortuni. Ci si domanda: “chissà dove sono e cosa fanno i vigili d’oggi? Sono forse diminuiti di numero? Perché compaiono soltanto per fare multe per divieto di sosta?”. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">E in un tale panorama si rafforza la convinzione che il cambiamento della società civile è diretto al peggio come pure i “corsi e ricorsi storici” del napoletano <strong>Giambattista Vico</strong> (1668-1744). Se sarà così non è dato sapere. La speranza è dura a morire. Analizzando il comportamento dei giovani nell’arco della vita e nel corso dei secoli, i pessimisti che non nutrivano più fiducia nell’umanità sono stati smentiti. </span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Sperangelo Bandera</strong></p>
<p>Nella foto centrale una statua che raffigura Socrate</p>
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		<title>I sedili ribaltabili</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Sperangelo Bandera]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Feb 2026 13:35:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Racconti di Sperangelo Bandera]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, i rapporti tra fidanzati erano regolati da un preciso disciplinare, che le ragazze osservavano con rigore assoluto. Era vietatissimo, per esempio, rivolgere alla fidanzata l&#8217;invito a trascorrere  qualche giorno insieme ai monti o al mare, era ritenuta una vera offesa al pudore proporre un [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-weight: 400;">A cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, i rapporti tra fidanzati erano regolati da un preciso disciplinare, che le ragazze osservavano con rigore assoluto. Era vietatissimo, per esempio, rivolgere alla fidanzata l&#8217;invito a trascorrere  qualche giorno insieme ai monti o al mare, era ritenuta una vera offesa al pudore proporre un albergo a ore, era impensabile, prima di affrontare un lungo tirocinio di corteggiamento, ottenere dalla compagna di scuola un bacio o qualche altra dimostrazione d&#8217;affetto, che non consistesse nel prenderla per mano o nel farle qualche carezza sui capelli. Alla ragazza veniva vietato dalle rigorose disposizioni familiari anche solo mostrarsi in pubblico con qualche ragazzo, perché la cosa avrebbe potuto sporcare la sua &#8220;fedina matrimoniale&#8221; con le chiacchiere e i sospetti che avrebbero potuto nascere. Un pregiudizio vecchio di tremila anni. Omero, infatti, nell&#8217;Odissea racconta che la principessa Nausica, imbattutasi in Ulisse scampato a un naufragio, dopo aver dato ordine alle sue ancelle di ripulirlo e rivestirlo, gli indicò la strada per arrivare da suo padre Alcinoo, re dei Feaci, che lo avrebbe aiutato per fargli raggiungere Itaca, ma aggiunse che non poteva accompagnarlo perché qualche malizioso non mettesse in giro chiacchiere maligne. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Anche quando due si piacevano, non era data loro la possibilità di creare le premesse logistiche  per scambi affettuosi a causa del rigoroso controllo operato dai genitori. L&#8217;unica possibilità di concretizzare le pulsioni amorose era rappresentata dall&#8217;andare clandestinamente insieme al cinema, dove nelle ultime file della galleria, solitamente deserte al primo spettacolo oppure occupate soltanto qua e là da altre coppiette, il buio della sala offriva l&#8217;occasione di scambiarsi baci e carezze durante l&#8217;intera proiezione. Ma non si poteva andare oltre, tuttavia c&#8217;era chi si tratteneva per l&#8217;intero pomeriggio, lontano dai controlli della famiglia.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">In quel periodo l&#8217;automobile incominciava a diffondersi e molti giovani si appassionavano alla linea, al motore o al comfort di questa o quella utilitaria, ma tutti concordavano che tra le dotazioni irrinunciabili, l&#8217;auto doveva disporre degli schienali ribaltabili dei sedili anteriori. Ufficialmente perché offrivano la possibilità di riposare nei lunghi viaggi, ma in concreto si pensava che la compagna si lasciasse andare a qualche inedita effusione. L&#8217;automobile offriva la sola possibilità di agire in piena solitudine.  </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">All&#8217;epoca, infatti, quasi tutte le auto venivano offerte con i sedili ribaltabili e la richiesta fu così grande che sorsero alcune officine che operavano la trasformazione degli schienali fissi in ribaltabili su quelle vetture che non ne erano dotate. La popolarità dei sedili ribaltabili andava spandendosi a macchia d&#8217;olio, sull&#8217;onda dei racconti di piccanti sedute amorose che si sentivano al bar, tanto attraenti quanto trasgressive per i princìpi della società di allora. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Capitò che uno studente di Cremona, come premio per aver superato gli esami di maturità, un duro scoglio che poteva anche diventare insormontabile, ottenne in regalo dalla famiglia la tanto agognata auto nuova. L&#8217;idea di possedere una vettura tutta sua lo eccitò a tal punto che, ottenuto il consenso dei genitori, entrò nella prima concessionaria nella cui vetrina faceva bella mostra un&#8217;utilitaria azzurrina e due giorni dopo sedeva al volante. Il primo spostamento fu lungo una stradina di campagna con a bordo la fidanzatina. Spento il motore lungo un filare di pioppi, abbracciò la ragazza e, mentre la baciava, impaziente di sperimentare l&#8217;effetto dei ribaltabili, tutto proteso verso di lei, con la mano cercava la levetta per abbattere lo schienale. Quando era sul punto di ottenere ciò che tanto desiderava, cioè avere a disposizione una specie di lettino, si accorse che quell&#8217;auto nuova non era dotata degli schienali ribaltabili. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Dopo qualche mese in cui le effusioni con la ragazza non progredirono, capì che la situazione non sarebbe cambiata neppure con i ribaltabili e che il mantenimento della verginità era talmente inculcato nella testa delle ragazze da vincere ogni proposta, ogni tentativo, ogni preghiera, ogni promessa. </span></p>
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<p><strong>Sperangelo Bandera</strong></p>
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		<title>E&#8217; l&#8217;illusione della velocità a guidare la scelta di supercar (per chi se lo può permettere)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Sperangelo Bandera]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 Jan 2026 11:27:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il piacere che offre la velocità è il più costoso. Certe supercar hanno un prezzo ben superiore a quello di un appartamento in centro città. L&#8217;automobile rappresenta oggi una delle maggiori spese per una famiglia, anche se si tratta di vetture che non danno quella sensazione di piacere accompaganta da un misto di incredulità e [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il piacere che offre la velocità è il più costoso. Certe supercar hanno un prezzo ben superiore a quello di un appartamento in centro città. L&#8217;automobile rappresenta oggi una delle maggiori spese per una famiglia, anche se si tratta di vetture che non danno quella sensazione di piacere accompaganta da un misto di incredulità e di euforia che si prova scattando da 0 a 100 km/h in pochi secondi e poi progressivamente arrivando a 450 km/h, velocità che si può raggiungere sborsando alcuni milioni di euro.</p>
<p>Ma anche chi si &#8220;accontenta&#8221; di andare meno forte, per supercar meno potenti che comunque danno il piacere dell&#8217;accelerazione violenta e l&#8217;ebbrezza della velocità, deve fare un bonifico a partire da 350 mila euro. Cifre talmente alte che non si giustificano per assolvere al compito pratico per cui la macchina è nata, cioè quello di farci arrivare a destinazioni vicine e lontane più comodamente della carrozza trainata da cavalli, funzione che anche un&#8217;utilitaria è in grado di svolgere. Ma anche una vetturetta rappresenta una spesa notevole per una famiglia, forse l&#8217;esborso maggiore dopo la casa. E mentre prima di affrontare altre spese domestiche ci si informa sull&#8217;oggetto da acquistare, lo si va a vedere e rivedere, si riflette e si fanno confronti, l&#8217;auto si porta a casa dopo una prova di pochi minuti, convinti che la sua linea, che ci piace, ne costituisca l&#8217;essenza, mentre è noto che le forme di una carrozzeria, pur eleganti, non hanno alcuna influenza sull&#8217;affidabilità della parte meccanica e, se qualche componente cede, procura dolori economici.</p>
<p>Oltretutto, secondo gli esperti, tra chi può permettersi una supercar non c&#8217;è nessun guidatore in grado di sfruttarne le doti fino a vedere la velocità massima apparire sul tachimetro digitale. E, sempre secondo gli esperti, nessuno, tra chi la compra, ha capacità di guida tali da poterla sfruttare a fondo su una pista.</p>
<p>Qual è la ragione allora per cui queste supercar trovano nel mondo parecchi acquirenti? Non il piacere della velocità, di cui potrebbero fruire con la massima intensità, ma forse soltanto la soddisfazione di possedere e l&#8217;orgoglio di mostrare un macchina capace di tali prestazioni.</p>
<p>Una spiegazione potrebbe arrivare da un fatto capitato a un amico, in un ambito diverso: quello delle immersioni subacquee. Desideroso di possedere un orologio subacqueo, si recò in un negozio per comprarne uno. Il gioielliere gli propose un esemplare capace di funzionare fino a 50 metri sott&#8217;acqua, ma lui si mostrò titubante. &#8220;Allora uno da 70 metri&#8221; gli fu chiesto, ma non sembrava soddisfatto neppure di quell&#8217;oggetto. Scendendo progressivamente sott&#8217;acqua metro per metro, fu colpito da un esemplare che poteva arrivare fino a cento metri, che acquistò entusiasta nonostante il prezzo. Quando mi raccontò l&#8217;episodio, magnificando la qualità dell&#8217;orologio subacqueo e mostrandolo orgoglioso, terminò dicendo: &#8220;E pensa che io non so nemmeno nuotare!&#8221;.</p>
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<p><strong>Sperangelo Bandera</strong></p>
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