Una storia vera

29 Aprile 2026

Fino agli anni ’50 del secolo scorso, baciarsi in pubblico non rientrava nel canone amoroso del vivere comune, ma, verso la fine di quel decennio, in città s’incominciavano a vedere in anfratti di vicoli, in piazzette semideserte o nella penombra dei portoni, coppiette avvinghiate in un lungo abbraccio che si baciavano appassionatamente. Chi vedeva quei ragazzi e quelle ragazze che non riuscivano a frenare le pulsioni amorose, immerso com’era nel perbenismo dell’epoca, scuoteva il capo scandalizzato. A volte si alzava la voce di qualche vecchio bigotto che farfugliava parole incomprensibili, ma s’intuiva che esprimevano un profondo dissenso. Il fenomeno era circoscritto ma, in una città piccola come Cremona, quei visi diventavano abituali. Gli innamorati incontinenti erano sempre gli stessi e si riconoscevano quando, nel tardo pomeriggio, mano nella mano o abbracciati  passeggiavano lungo le vie del centro cittadino o in Galleria, dove gli studenti erano soliti incontrarsi, o  nei vialetti del Giardino Pubblico.   

La cotta per la compagna di scuola colpiva con crescente intensità a seconda del grado di corresponsione che la ragazza manifestava e il primo bacio scatenava una prepotente passione che da quel momento sembrava diventare per entrambi l’unica  ragione di vita. Basta con lo studio e stop agli incontri con gli amici: contava soltanto l’appuntamento a fine pomeriggio con l’innamorata.

Stefano S., un giovane che in un frequentava il quarto anno delle Magistrali e impersonava l’ideale di bellezza maschile in voga in quegli anni, colpito dalla freccia di Cupido, aveva preso una sbandata per una studentessa dello stesso istituto, più giovane di lui di qualche anno. Rosa, grandi occhi verdi che tendevano all’azzurrino, un viso da attrice con le labbra dal perfetto rilievo, lunghe gambe da lodare, tutto il resto da elogiare, attratta dal bel giovane, si lasciò andare. Tutti i giorni, alla stessa ora, si vedevano passeggiare scambiandosi tenerezze, baci e abbracci, incuranti dei commenti della gente. Passarono i giorni e i mesi, l’intesa tra i due proseguiva felicemente. Ma la richiesta, che lo studente avanzava, di ottenere sul piano erotico qualcosa di più del pur appassionato bacio, veniva respinta. All’epoca, nella mentalità delle ragazze, era inculcato l’ideale della verginità come condizione indispensabile per trovare marito. Stefano aveva capito che i no che riceveva non erano determinati da scarso interesse, ma dalla volontà di arrivare vergine al fatidico sì. La relazione si rinforzava  e le famiglie si erano arrese, permettendo che si incontrassero la sera per andare al cinema o al bar, ma con il rientro a casa, tassativamente imposto dal padre della ragazza, alle 23. A Stefano era anche stato concesso il sabato sera di usare l’auto di famiglia, una Fiat 1300 color carta da zucchero. Era dotata di sedili ribaltabili che però non venivano usati per la decisa opposizione all’abbassamento degli schienali che la ragazza imponeva con determinazione. 

I genitori, tuttavia, non concessero che, arrivate le vacanze, i due andassero al mare insieme. Ai primi di agosto avvenne la dolorosa separazione. Rosa seguì la famiglia al mare, a Jesolo, e Stefano, disorientato dal distacco dall’amata, per la prima volta, preferì starsene a Cremona. «Scrivimi», aveva implorato alla ragazza, e lei gli promise che ogni giorno avrebbe spedito almeno una cartolina. Così avvenne per una decina di giorni. Poi la cassetta appesa al cancello di casa restava vuota.

Il giovane trascorse giorni in congetture e angosciose ipotesi, senza trovare una ragione che spiegasse il silenzio della sua Rosa. E, non conoscendo il nome dell’hotel in cui alloggiava, non poteva trovare il numero di telefono. Decise di partire per Jesolo con la macchina del padre, sicuro di trovarla, avesse dovuto anche chiedere di lei in ogni albergo della località balneare. Alle prime luci dell’alba, fatto il pieno di carburante, la Fiat 1300 incominciò il lungo viaggio verso il mare. Sarebbe durato almeno cinque o sei ore, all’epoca non esisteva l’autostrada, a causa dei rallentamenti nell’attraversamento delle località lungo il percorso: Piadena, Mantova, Legnago, Cerea, Padova, Venezia e finalmente Jesolo. Stefano diede subito il via alla ricerca della fidanzata. Incominciò a chiedere alla reception del primo albergo se vi alloggiasse una famiglia di Cremona, padre e madre con una figlia giovane. No, non abbiamo ospiti cremonesi. La risposta veniva replicata in continuazione, mentre l’angoscia, che già lo accompagnava da giorni, cresceva. Decise allora di riposarsi e sedette a un tavolino di uno dei tanti bar all’aperto che si affacciano sul lungomare. Gli restavano alcuni hotel per completare la ricerca dell’amata, tuttavia preferì mangiare un panino e bere una birra: una sosta in cui raccogliere le idee era necessaria, dopo ore al volante e tanta fatica per inseguire un volto che pareva scomparso. 

A volte gli sembrava di vivere in un incubo e che fosse un brutto sogno ciò che gli stava succedendo, ma poi prevaleva l’ottimismo. Per le lettere che non erano arrivate si autoconvinceva che si fosse trattato di un errore nella lettura dell’indirizzo da parte dell’impiegato dell’ufficio postale o di qualche altra ragione imponderabile, ma lei, la sua Rosa, suo unico e grande amore, come avrebbe potuto non farsi viva? Non era possibile, si ripeteva, quando il suo sguardo fu attratto da una coppia seduta a un tavolino in disparte, avvinta in un interminabile bacio: era Rosa con il batterista di un gruppo che si esibiva sulla terrazza del suo albergo ogni sera, fino a tardi.

Sperangelo Bandera

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