Ceruti: no al catastrofismo ma ci salviamo tutti o nessuno

5 Marzo 2024

Al secondo appuntamento delle conferenze  ‘I Lunedì Virgiliani’ che si è tenuto ieri pomeriggio al Teatro Filo è stato ospite il filosofo della scienza Mauro Ceruti. La rassegna è promossa dal circolo Cremona Due e organizzata dalla docente di lettere della scuola media Virgilio Alessandra Fiori (nella foto centrale ultima a destra insieme con la dirigente Daniela Marzani, Vittoriano Zanolli e Mauro Ceruti). Cremonese, docente universitario, ricercatore, autore di libri tradotti in sette lingue, il relatore ha trattato il tema ‘Coscienza Ecologica e Coscienza Planetaria’, una lezione durata due ore che ha abbracciato riferimenti storici, politici, attualità e scenari futuri.

Ceruti ha premesso che l’incontro sarebbe avvenuto più in chiave filosofica che scientifica, auspicando come prospettiva finale il raggiungimento del riconoscimento della “Cittadinanza Planetaria”. Benché la relazione non sia stata improntata all’ottimismo, l’invito a evitare il catastrofismo è stato perentorio . Tuttavia Ceruti ha fatto sue le parole del climatologo Luca Mercalli : “Dobbiamo intervenire subito, la crisi è già qui e tra dieci anni cadremo in un abisso…”. Se si continuerà a rinviare le soluzioni a causa di molteplici motivazioni, e non viene presa in considerazione con serietà la situazione, sarà troppo tardi per rimediare ai danni causati dal cambiamento climatico. Il problema è che le informazioni, benchè gravi, non creano allarme. Dovrebbero essere raccolte, valutate, condivise e soprattutto determinare interventi. E’ necessario ‘fare rete’, sensibilizzare le coscienze, inducendo ognuno a guardare il mondo in modo diverso. Dobbiamo avere una nuova prospettiva. E’ un passaggio simile a quello che che ha segnato la transizione dall’universo tolemaico a quello copernicano.

Un altro problema gigantesco è che chi si occupa di ambiente e della sua tutela viene accusato di essere contro il progresso. Ne è una prova anche il fatto che il comitato BiometaNo a Cremona è stato definito “talebano ambientalista” dai politici locali. In realtà sono i negazionisti, coloro che negano il pericolo di una catastrofe ambientale, i veri nemici del progresso perché con il loro comportamento precludono ogni possibilità di futuro all’umanità.

Da sempre scienza e tecnica originano il progresso.  Negli ultimi cinquant’anni il dominio dell’uomo sull’ambiente ha prodotto danni  irreversibili perché lo sviluppo economico si produce  in assenza di comportamenti etici a solo scopo di lucro, attraverso lo sfruttamento, come se le risorse della terra fossero inesauribili. Ed ecco che il progresso non è più un fattore positivo per l’umanità, ma diventa regressivo e distruttivo. Gli Stati tecnologicamente più evoluti se ne servono per sfruttare popolazioni e territori più deboli, un processo che si è accentuato con crescente evidenza  dalla prima guerra mondiale in poi.

Il relatore elenca quattro paradossi.

1° In questo periodo in cui la tecnologia ha la massima potenza ed è giunta a dominare la natura, si crea un effetto boomerang: più cerchiamo di dominarla, più essa diventa incontrollabile.

2° La scienza (come la conoscenza) dovrebbe portare alla libertà dell’individuo che la utilizza, ma oggi predomina la necessità di finanziare la scienza, per coprire gli enormi costi che la ricerca richiede. Quindi a governare la scienza non sono più gli scienziati, ma chi li finanzia.

3° La scienza produce conoscenze, ma purtorppo non decide come utilizzarle. Subentrano interessi sui quali interviene la politica: gli aspetti etici passano in secondo piano e coloro che si impatroniscono del timone sono spesso persone prive di scrupoli.

4° In un mondo sempre più interconnesso e globale, le nuove tecniche scientifiche ci permettono di valutare il nostro passato e di prevedere il futuro con precisione sempre maggiore.

Prima dell’800 gli scienziati ritenevano che l’uomo esistesse da seimila anni, così come la terra. Da Charles Darwin in poi, la presenza dell’homo sapiens è stata stabilita a 200.000 anni fa. Con la teoria del Big Bang si è datato l’universo a 13,8 miliardi di anni orsono. L’umanità era composta da piccoli gruppi locali fino a 100mila anni fa, poi iniziarono le migrazioni, le urbanizzazioni e con il fatidico 1492 l’inizio delle colonizzazioni.

Oggi i problemi da affrontare sono il rapporto tra uomo  e natura e come gestire le diversità culturali.

Alcune date storiche hanno lasciato segni profondi nella nostra storia.  Un’altra da non dimenticare, accanto a quella della scoperta dell’America, è l’agosto 1945 quando venne utilizzata la bomba atomica. Oggi sappiamo (ma sembra che alcuni potenti non se lo ricordino) che è stato fatto un rapporto preciso sugli effetti di un inverno nucleare, cioè se venissero sganciate più bombe atomiche in diverse parti del mondo. Si creerebbe un effetto catastrofico con la distruzione della nostra preziosa biosfera.

Se anticamente nella vita del nostro pianeta gli scienziati hanno potuto verificare ben cinque grandi catastrofi, l’ultima delle quali provocò l’estinzione dei dinosauri 65 milioni di anni fa, oggi l’uomo con la tecnologia in suo possesso è in grado di attuare una sesta catastrofe che ci porterebbe all’auto estinzione.

La nostra era, l’antropocene, è il periodo in cui l’umanità è dominante sulla terra, ma il pianeta è un organismo vivente (Gaia) governato da leggi fisiche, chimiche, biologiche subordinate anche all’azione antropica. Questa situazione ci porta inevitabilmente a due possibilità: una terra con gli esseri umani; una terra senza esseri umani.

Qual è il messaggio da trasmettere ai  giovani che si trovano con questo pesante fardello sulle spalle? Eccolo. La natura non è un serbatoio inesauribile. Non funziona più la logica del rapporto o vinci tu e perdo io o vinco io e perdi tu (gioco a somma 0).  Scienza e filosofia forniscono gli strumenti che suggeriscono la nuova opzione, Win Win (tutti vincono) . E’ questo che dobbiamo auspicare.

Ceruti si è soffermato infine sulla funzione della scuola, che ha il compito prioritario non di trasmettere nozioni ai ragazzi ma di aiutarli a crescere sviluppando la capacità di ragionare utilizzando bene ciò che veramente conta. Con i giovani non si deve ottimizzare il tempo da dedicare loro, ma spenderlo trasmettendo quanto di meglio abbiamo.

 

Paola Tacchini

3 risposte

  1. Bellissimo. Ci sarebbe da rivedere il concetto di progresso, altrimenti definito nell’articolo con un ossimoro: progresso negativo. Non ci sta. Diciamo pure regresso che parte dal malinteso utopistico che l’evoluzione della scienza e della tecnologia sia sempre foriera di progresso. Ceruti ha dimostrato esattamente il contrario, in particolare col riferimento alla bomba atomica. Quando scienza e tecnologia acquistano una potenza enorme, lungi dall’essere un bene certo e sicuro per l’umanità, possono costituire al contrario un pericolo enorme, addirittura per la sua stessa sopravvivenza. Ciò ovviamente dipende dall’eticità dei potenti, ovvero da chi ne governa l’uso. Ceruti ha sottolineato altresì l’importanza della interdisciplinarietà. Non ha più senso una conoscenza strettamente specialistica che non sappia dialogare con le altre discipline. Così si erigono muri culturali che al contrario ostacolano la vera conoscenza, frutto di un confronto dinamico, sempre pronta cioè ad aggiornare le proprie conoscenze, perchè non esiste una scienza dogmatica, come Galileo , Einstein ma anche gli studi sulla nascita della vita sul pianeta hanno dimostrato.

  2. E tuttavia, ripensandoci, c’è qualcosa che mi lascia perplesso del suo discorso, e cioè la “necessita’ di adattarsi a linguaggi che cambiano molto velocemente, per cui anche l’idea di una scuola professionale, perde il suo valore..”. C’è da chiedersi cosa fà cambiare i linguaggi e perchè? E’ semplicemente l’informatica, ovvero quella rivoluzione digitale a cui s’era data fondamentale importanza a suo tempo in sede di governo. Al di là degli innegabili vantaggi che il mezzo informatico offre, in realtà sono infiniti anche i disagi che crea proprio e spesso in virtù del fatto che cambia i suoi linguaggi in maniera molto rapida, costringendo Istituzioni ma anche persone comuni ad una continua rincorsa a questi cambiamenti, che giustificati però spesso non lo sono per niente dal punto di vista del servizio reso, ma hanno ben altri scopi. L’ennesima conferma l’ho avuta stamane. Viaggio molto per lavoro e spesso devo usare Google maps. Non ricordo le volte che mi ha cambiato configurazione, arrrivando al punto attuale per cui non mi zooma più le cartine, ma mi dà semplicemente una barra blu che non ti orienta, per cui stamane ho dovuto chiedere a degli operai per strada, dove si trovasse una via in quel paese. Contattato un informatico, mi disse che in realtà chi cambia in continuazione le configurazioni, lo fà perchè deve in qualche modo giustificare le spese che sostiene, per ricevere i rimborsi. Quindi alla fine cosa ci sta dietro? Il business, solo e semplicemente quello. Al che ho deciso di andarmi a ricercare le piantine vecchie di tutti i paesi che pazientemente anni fa mi ero fatto a mano. e quelle cartacee recuperate dai Comuni : assolutamente più affidabili, da ogni punto di vista, e se c’è da aggiungere una via nuova, basta un colpo di penna, gratis e istantaneo. Un ritorno ad un linguaggio vecchio, che la frenesia moderna non può abolire, e molto salutare.

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