Covid, ambiente e guerra. Avventura umana, un enigma

4 Aprile 2022

Se Dies Irae dev’essere, sia. Dopo pestilenza, catastrofi ambientali, carestie e guerra, a un pieno adempimento della più classica fra le profezie apocalittiche manca solo l’invasione delle locuste. La quale, a giudicare dall’andamento climatico, non si farà attendere. Nel frattempo, a milioni di inermi inquilini del pianeta non resta che la faticosa, quotidiana decifrazione di sottili fili di fumo da cui dedurre se sarà vita o morte, guerra o pace. Nell’auspicata ipotesi che un decente domani ci attenda, sarà difficile, forse impossibile, tornare a prendere sul serio le cose del mondo e i suoi bizzarri abitanti. A ben guardare, infatti, fra la pandemia non ancora sconfitta e la guerra che repentinamente ha interrotto la lunghissima ‘Pax Atlantica’ non corre solo una prossimità temporale ma un vincolo più sottile e profondo, rivelatore di una radicale contraddizione fin troppo visibile a occhio nudo. Proverò dunque a dirla a modo mio.

Mentre il contagio correva seminando angoscia e morte, la parola d’ordine del pianeta, specie nelle sue aree più ricche e fortunate, era salvare vite umane. Comunque la si pensi al riguardo, è innegabile che la scienza ha messo in campo uno sforzo eccezionale per correre più veloce del virus e mettere al sicuro quante più vite possibile. Per mesi, ormai più di due anni, abbiamo quotidianamente sperimentato una diffusa ‘pietas’, forse retorica nell’alluvionale loquacità di opinionisti e politici, ma di certo autentica e spesso eroica nel caso degli operatori sanitari costretti, nella fase iniziale, a fronteggiare a mani nude un nemico sconosciuto. Che fortuna, mi dicevo, vivere nella famosa civiltà occidentale che avrà pure le sue magagne ma nel momento dell’emergenza e del bisogno si prende cura di te, coerente portatrice d’un dna d’alto lignaggio che riconosce alla vita di tutti e di ciascuno l’unicità di un prezioso valore. Una palese superiorità morale, questa, rispetto a sistemi in cui la persona è un’insignificante entità biologica, un numero al servizio delle ideologie, dello stato e dei suoi deliri di onnipotenza. Ma in quei mesi anche altro è accaduto. Abbiamo infatti compreso con definitiva chiarezza che non possiamo pretenderci sani in un mondo malato. Dai malanni degli umani a quelli del pianeta il passo era breve. Fu compiuto e tradotto negli ambiziosi proclami di ravvedimento operoso comunemente noti come ‘sviluppo sostenibile’, green economy e così via. Tutti insieme appassionatamente, dunque, per la salvezza del pianeta e della specie umana. Impossibile, a fronte di così nobili propositi, non pensare che, tutto sommato, il mondo in cui viviamo è dotato di senso e di un paracadute che prima o poi si apre. Magari tardivamente ma in tempo per scongiurare il completo disastro della specie. Disponiamo di politiche sanitarie se l’aggressore è un virus, di risposte strategico militari, fino all’estrema ratio del deterrente nucleare, se l’aggressore è una potenza straniera in assetto di guerra. Che meraviglia: siamo i fortunati azionisti di un sistema di sicurezza razionalmente progettato, non infallibile ma discretamente affidabile.

Chi mai avrebbe immaginato – a parte un’infinitesima fetta di Intelligence in grado di predire ma non di impedire – che dietro l’angolo si preparava uno scioccante ribaltone in grado di spiazzare ogni certezza, polverizzare ragionati investimenti sul futuro e riportarci, con la repentina inversione temporale di un horror fantascientifico, nel passato remoto della guerra fredda, delle centrali a carbone, del riarmo della Germania e degli oscuramenti serali nel cuore d’Europa? Fra le tante tristezze del momento è forse questa la più demoralizzante: scoprire che il sistema di sicurezza non è che una fragile illusione lecitamente coltivabile in tempo di pace. La realtà è tutt’altra. Viviamo in un condominio perfettamente in regola quanto a protocolli di sicurezza ma condizionato da un piccolo particolare. E’ costruito sul letto di un torrente. Basta un sasso a monte, una pioggia più abbondante del solito e ci scopriamo abitatori di un castello di carta. Se la lucida follia di un despota a lungo apparentemente dormiente si risveglia e decide di mettere a ferro e fuoco un confinante libero e sovrano, il sistema di sicurezza va in tilt. Il resto del mondo coi suoi otto miliardi di anime non può farci niente se non consultarsi su come ammansirlo, rivolgergli circospette telefonate per sondarne i segreti umori, attivare decrepiti minuetti diplomatici e fornire armi all’aggredito per evitargli almeno l’onta e il danno di una resa incondizionata. Il che tuttavia moltiplica i morti, la distruzione, incattivisce rancori forieri di futuri conflitti e spinge la Russia fra le braccia della Cina, con quel che ne consegue per il riassetto geopolitico del pianeta.

In conclusione: quando il sistema di sicurezza è messo alla prova e occorre che la liberale, democratica e celebrata civiltà occidentale dimostri di sapere e poter prevalere sulla barbarie, questo non succede o succede in misura inferiore al necessario. La più ingombrante e imbarazzante fra le domande che la guerra lascerà in eredità al dopoguerra è proprio questa. Come mai l’Occidente, e in particolare l’Europa, col suo patrimonio oggettivo di esperienza diplomatica, argomenti spendibili e potenzialità dissuasive non riesce a convertire il tutto in efficace potere negoziale e cede il ruolo mediativo a ‘Paesi canaglia’ come Turchia e, indirettamente, Cina. Ma così è. E non pare affatto scalfire l’inossidabile ego del vecchio continente, a giudicare dalla generosità autocelebrativa con cui la Comunità se la canta e se la suona: quanto siamo bravi, quanto siamo uniti, quanto efficaci e geniali sono le nostre sanzioni … Ma chissà perché l’impressione è tutt’altra: nei conflitti internazionali siamo ancora e sempre all’età della pietra. Potenze industriali disperatamente affamate di risorse energetiche e finanziarie non possono procurarsele se non infilando la testa nel nodo scorsoio di crescenti ricatti reciproci. Sfilarla dal cappio sarà difficilissimo. Sfilarla evitando una poggia di danni collaterali, impossibile. Età della pietra con un’aggravante: la minaccia nucleare intorno alla quale è partito un balletto di ‘se’ e di ‘ma’ che con inquietante leggerezza sta sdoganando e ‘normalizzando’ l’ipotesi che in certe condizioni il ricorso all’atomica potrebbe essere inevitabile.

Povero pianeta. Dalla pietà all’empietà nel giro di pochi mesi. Dalla religione della vita che caricava sull’elisoccorso vegliardi in corsa verso la più vicina terapia intensiva, ai cadaveri anonimi ammassati come stracci ai margini delle strade, all’infanzia violata e massacrata, ai giovanissimi caduti russi oscenamente buttati senza nome né storia nei sacchi della spazzatura. Tutto il bene e tutto il male del mondo.

Sotto quale segno leggere l’avventura umana e la sua traiettoria storica è, oggi più che mai, insondabile enigma.

 

Ada Ferrari

2 risposte

  1. Cina..e anche India rappresentano quasi un terzo della popolazione mondiale messe insieme…meditate gente meditate. La professoressa Ferrari sicuramente ne tiene conto. Sempre piacevole e ben chiara la sua interpretazione sui vari argomenti. Complimenti.

  2. Elegante.ed esaustiva, c’è da imparare! Ripeto ciò che ho già citato in altre occasioni: ”La Storia insegna, ma non ha allievi“. (Gramsci).

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