Crisi del commercio a Cremona, molte cause (non gli eventi), pochi rimedi

9 Luglio 2024

Cremona nella settimana che si è da poco chiusa ha visto grande animazione. Non entro nel merito degli eventi. Erano per tutti i gusti. Per tutte le età. Per quasi tutte le tasche. Dunque, scavalco le raccapriccianti polemiche che ho letto qui e là, derubricandole tutto ad una gretta attitudine al lamento di un fronte di livorosi, frustrati, tristi cremonesi. Non prenderò difese. Tanta intolleranza non merita lo spreco di una sola parola. Del resto, non è questo lo scopo di questa mia esternazione. Provo solo a ragionare. Certo, attribuire al Cremona Pride la colpa di aver danneggiato il commercio cittadino il primo giorno di saldi è bizzarro. Era una sfilata, sono passati nelle vie cittadine. Non hanno colpito con le spranghe le vetrine. E’ stata una manifestazione pacifica. Non hanno impedito di raggiungere i negozi per gli attesi acquisti forsennati, in una stagione climaticamente strana. Abbiamo messo il cappotto fino a maggio. Nei nostri armadi si mischiano i maglioni con i costumi da bagno, nello stipetto coabitano stivali e infradito. La stagione tradizionale, quella primavera – estate, non è mai decollata. Giocoforza neppure le vendite. Assurdo imputarne la colpa al Comune, che anzi non ha ostacolato la libera espressione con eventi e rassegne, soprattutto giovanili che, se non hanno favorito, certo non hanno danneggiato nessuno.  

Negli anni ’90 il commercio era inferocito con l’allora sindaco: ricordo i manifesti esposti nelle vetrine e non c’erano tutti i centri commerciali di oggi. Una solenne assurdità. Sono passati 30 anni e le beghe restano le stesse. Canta Peù: “E’ il mio corpo che cambia nella forma e nel colore”. Muta tutto. Difficile adeguarsi al cambiamento.  Quale esso sia. Oggi, so di gente che entra in un negozio di scarpe. Prova e decide la misura. Poi compra in internet al 30% in meno. E’ una vergogna morale. Ma tant’è. Dietro il 30% in più ci sono affitti proibitivi, pubblicità, utenze, commercialisti, empatia, professionalità.   

Esistono problemi che vanno oltre le competenze di una pubblica amministrazione. Se volete puntare il dito oggi con prendetevela con il Cremona Pride ma puntatelo su un decoro abbandonato, che richiede anche alfabetizzazione. Quello sì compete al Comune. Occorre aprire una parentesi. I giovani fanno bivacchi, lasciano mozziconi, bottiglie e resti di cibo a due passi dal cestino dell’immondizia in luoghi sparpargliati qua e là sul territorio. Sono giovani che evidentemente non trovano spazio all’interno dell’offerta di intrattenimento esistente. Sono forse gli stessi che scrivono sui muri? Un fenomeno davvero irritante, che dilaga sotto elezioni,  durante le guerre nel mondo e col matrimonio fra i fatti e la stupidità umana. Lì monta la rabbia. Non si scrive sui muri. E’ uno schiaffo all’intelligenza umana. Da antifascista, non mi interessa il vostro antifascismo, il vostro -ismo, qualunque esso sia. La vostra è solo imbecillità se questo è il linguaggio che usate.

La questione centri commerciali e supermercati. Hanno un’offerta quasi interamente indirizzata ai giovani. In inverno sono riscaldati e refrigerati in estate. E’ una sicurezza per i genitori sapere che i figli guardano un film, mangiano un hamburgher in un luogo chiuso e sicuro. I teenagers vanno lì. Al CremonaPo ci passano il weekend. Ai nostalgici delle vasche in centro degli anni 80 (che hanno la mia età)  va detto con chiarezza che i giovani adesso le vasche se le fanno lì. Non accade nulla di che. Si innamorano, come accadeva a noi, ma in un altro posto. Sono prigionieri di un luogo che soddisfa i loro bisogni. Sono i figli di molti miei amici. Non vanno in centro. Frequentano le medie o le prime classi delle superiori. In centro non c’è nulla per loro. Tranne un gelato da Goelia. Ogni tanto ci vanno. Ma la Galleria dei nostri tempi resta spoglia, desolata: una terra abbandonata, una waste land, scomodando T.S. Eliot. 

E’ notizia recente che anche gli ipermercati sono in crisi. Finirà come una guerra fra poveri. Sono troppi. Fanno concerti. Creano intrattenimento. Fanno sconti. Esibiscono montagne di merci che servirebbe un’orda barbarica di unni affamati per smaltirla. Vogliamo dire invece quanto è accogliente il negozietto dietro casa all’ombra del Torrazzo?        

I negozi di vicinato sono magnifici, i nostri, ma anche quelli che si incontrano in vacanza. C’è una cura incredibile. Il segreto sono: il sorriso, la parola, l’amicizia. Lasciano fuori dal negozio l’acqua per gli amici a quattro zampe. Sanno tutto di te. Aspettano tuo padre che passi. Un caffè. Ti chiedono ‘come va.’ Raccolgono confidenze. Ti consigliano gli acquisti. Si trova ancora qualcosa di particolare. Ti fanno provare in camerino tutto il negozio. Sono presìdi umanitari.  Fra un po’ diventeranno delle Ong. Delle Odv. Delle onlus. C’è una quota immateriale nel loro lavoro che va oltre il profitto. A tale proposito va detto che non tutti gli esercizi commerciali vanno male. Vanno male quelli dove non si percepisce ancora o dove non si percepisce più il valore aggiunto di una personalità. Perché cerchi la pizza buona, il vestito originale, la mano dell’artigiano, le calze condite da due parole d’amore. Cerchi Franco, Betta, Mela, Anna, Marco, Giudy. So di un negozio in centro di abbigliamento giovanile aperto in epoca covid che va a gonfie vele. C’era la coda fuori. Come oggi. Mosche bianche ormai. Hanno il loro segreto.

Tralascio dati economici, carovita, inflazione, salari inadeguati, consumi fermi. Solo per il cibo si spende uno sproposito, figuriamoci per le scarpe, il vestito nuovo, la calzina, il divertimento. Oggi moltissimi comprano online. Io sono della vecchia guardia, perché sono stata toccata sul vivo: mi hanno prelevato i soldi sulla prepagata. I carabinieri si sono arresi: accadono casi simili continuamente. Online viaggiano truffe costantemente.

La globalizzazione ha fatto il resto, diffondendo a tappeto oggetti tutti simili: tanta, tanta, tanta roba. Ho attraversato il mercato sabato e mi sono sentita soffocare. L’offerta supera la domanda. Se non c’è un valore aggiunto empatico si va a sbattere. E ci faremo male tutti. Fiere spopolate, centro in disarmo, città tristi dove c’è spazio solo per un amarcord stonato e anacronistico.

La domanda è: dove vogliamo andare? 

 

Francesca Codazzi

        

2 Responses

  1. Penso semplicemente che alla base dell’affollamento di eventi di sabato scorso ci sia la mancanza di una programmazione adeguata. Nulla contro il Pride ( che personalmente reputo una pagliacciata con poco significato rispetto a quello che si vorrebbe esprimere), nulla contro le altre manifestazioni ( tra l’altro apprezzo l’impegno degli organizzatori di eventi per i giovani tanto scarsi in città). A meno che non ci sia qualcosa di diverso dietro. Dicono che a pensare male si fa peccato ma spesso ci indovina…

  2. Brava come sempre Francesca. Io non ho mai comprato su Internet e non mi attira proprio e poi quell’uso schifoso dell’antifascismo. Spregevole scusa per combinarne d’ogni. L’antifascismo è una cosa molto più seria.

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