Dai Nicomachi ai monaci irlandesi: il miracolo della sopravvivenza della nostra cultura

7 Giugno 2026

Avevano ville immense, con parchi tanto grandi da contenere perfino i colli di Roma, tanto grandi che l’attuale parco di Villa Borghese ne era una piccola appendice; soffitti di cedro del Libano ricoperti di avorio africano; pavimenti lastricati di oro e argento incastonati di gemme preziose; colossali piscine in cui si svolgevano finte battaglie navali con veri vascelli e ippodromi in cui potevano gareggiare le quadriglie di cavalli. Ce li racconta perfino Aulio Gellio, l’Oscar Wilde dell’Impero Romano, gli sfarzi inimmaginabili delle grandi famiglie della Roma tardo imperiale che governavano il mondo conosciuto dai loro porticati di marmo rilucente. 

Eppure, proprio quelle dinastie dalla ricchezza e dal potere senza uguali nella Storia, tanto ricchi da far sembrare poveri i petrol-sultani arabi di oggi, loro che stavano in cima al mondo immersi nella ricchezza e nel potere più assoluti, avevano sentore che qualcosa poteva accadere.  C’era in loro la consapevolezza che tutto poteva finire, o magari anche solo un ricorrente fastidioso sospetto, come una pulce nell’orecchio, che sussurrava di non dormire tranquilli. 

Fu così forse che i Nicomachi, i Simmachi, i Pinci e via via decisero che dentro a quelle straordinarie dimore dovevano ospitare anche altro. Delle grandi sale in cui operai specializzati della scrittura, gli amanuensi, dovevano iniziare a ricopiare lettera per lettera tutta la letteratura latina e greca e tutto il diritto romano. Usavano il calamo, una piccola cannuccia vegetale che raccogliendo una goccia di inchiostro a ogni intingimento consentiva di scrivere una sola lettera alla volta. Un lavoro immenso, costoso ogni oltre immaginazione, con decine di scrittori ingaggiati senza occhiali e senza luce artificiale, quello di ricopiare tutti i papiri e le pergamene che stavano accumulate a migliaia nelle terme, i veri centri della politica e della cultura romana e globale. 

E poi che farne? Spedire tutto in tre, quattro, cinque copie ai confini estremi dell Impero… in Dacia, in Persia, in Britannia…lande lontane a volte selvagge e desolate dove Roma era l’unico punto di luce. Con un doppio intento: copiare e quindi salvare, distribuire e quindi “evangelizzare”, acculturare, divulgare conoscenza. 

Quei sovrani assoluti della piu grande cultura del Mondo Antico in qualche modo presentirono che tutto avrebbe potuto finire, e intuirono forse che copiare e spedire ai confini poteva essere un modo per salvare il salvabile. 

È così fu: Roma collassò su se stessa pochi anni dopo. Tutti quegli immensi depositi di cultura e diritto finirono distrutti, bruciati, allagati… E poi, cento e duecento anni dopo la distruzione, proprio da una di quelle terre di confine, quella straordinaria cultura ricopiata tornò lentamente e inesorabilmente in circolazione grazie ai monaci di Hyberia, piccola grande isola di là dal mare di Scozia. 

1-continua

Francesco Martelli

sovrintendente agli Archivi del Comune di Milano

docente di archivistica all’Università degli studi di Milano

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