Il 25 aprile su Rai 3 è passato Berlinguer. La grande ambizione, regia di Andrea Segre, protagonista uno straordinario Elio Germano nei panni del defunto segretario del Pci. Non è un film perfetto e non tutti lo applaudono. Non è un omaggio ai nostalgici, ai disillusi e ai pensionati della politica. Non un amarcord sui tempi andati. Non un cadeau per i reduci di un passato che non ritorna e non ritornerà.
Spaccato di storia degli anni Settanta, racconto biografico, stimola analisi e riflessioni sullo stato comatoso della politica in generale e di quella locale in particolare. Dopo le guerre stellari per la nomina del collegio sindacale di Padania Acque, il film aiuta a cogliere la differenza tra partiti-corpi intermedi e partiti-agenzie di collocamento, ascensori e scorciatoie per salire ai vertici della scala sociale.
La grande ambizione permette di distinguere un leader politico autentico da un mestierante, che si autoproclama il più furbo del bigoncio. Agevola il confronto tra la politica del tempo che fu, rigorosa, ricca di ideali e idee, con quella instabile e ballerina del tempo che è. Condizionata dall’attualità e dai sondaggi, costruita con una comunicazione mordi e fuggi, in costante aggiornamento e in un perenne hic et nunc, la politica odierna vive di slogan e di immagini. Di post e reel. Spesso di fake news. Personalizzata e spettacolarizzata da leader caricaturali e tronfi, è quasi sempre gassosa e sfuggente.
Nel nostro territorio un refolo di vento, uno stormir di fronde e una voce dal sen fuggita bastano per scatenare un inferno mediatico. Un sedere troppo ingombrante o fuori dal coro, piazzato su una sedia destinata ad altri, trasforma in uragano politico di grado 5 la nomina in un organismo di controllo di una società pubblica con i numeri vincenti. Padania Acque li possiede. Tutti li conoscono e li apprezzano. Li approvano e li applaudono.
Al contrario, pochi politici si scompongono per questioni assai più gravi di una nomina in un collegio sindacale. Tra queste, la costruzione del nuovo ospedale di Cremona. Ancora meno li scalfisce la perdita di posizioni nella classifica sulla qualità della vita in provincia, pubblicata alcuni giorni fa da Il Sole 24 ore. La notizia non ha suscitato reazioni politiche degne di nota. Nemmeno una smorfia di disappunto o di fastidio.
Per animare il dibattito servono infatti quelle che Totò chiama bazzecole, quisquilie, pinzillacchere. E così è accaduto per la proposta del consigliere di minoranza, Alessandro Portesani (Novità a Cremona) di dedicare una targa al passaggio di Mozart in città. Nulla di sconvolgente, ma coerente con Cremona città della musica, definizione che piace tanto agli amministratori e procura loro memorabili orgasmi. Ebbene, Portesani ha incassato il niet della giunta e si è scatenato il finimondo.
La grande ambizione di Enrico Berlinguer è stata il compromesso storico del Pci con la Dc, preceduto dal distacco del Pci da Mosca. Un salto del fosso dei comunisti, non più trinariciuti, passaggio necessario per puntare a entrare nel governo con la Democrazia cristiana.
Da noi la grande ambizione non supera l’altezza di una spanna e non è necessario saltare alcun fosso. Tutt’al più un ruscello largo quaranta centimetri. Fingere di stare su barricate opposte è la recita preferita dei partiti locali. Il duello all’arma bianca su Padania Acque è un’eccezione. Secondo Rino Formica «La politica è sangue e merda». Da noi è molto meno. Da noi è furbizia miope da quattro soldi. Non quella da magliari del gioco delle tre carte, ma la destrezza degli imbonitori da sagra di paese. È l’abilità di piazzare un uomo del proprio partito nel consiglio di amministrazione di una partecipata. Risultato che aggiunge al palmares personale una medaglietta al valore e permette di incassare un bonus per un avanzamento di carriera nel partito.
Molto apprezzata e meritevole di encomio è la capacità di strappare la presidenza di un ente pubblico a un concorrente. Fioccano onori e applausi anche per l’occupazione di uno strapuntino nel direttivo del Circolo Pickwick della politica locale.
Nel nostro territorio sogni e utopie sono stati sepolti, sfrattati dalla spartizione draconiana di poltrone e prebende di ogni tipo, comprese quelle per un posto nel club degli appassionati di carte Pokemon. Mercanti in fiera, i partiti barattano gli incarichi degli aspiranti poltronari o poltronisti con modi e sorrisi dei collezionisti di figurine Panini che si scambiano quelle per completare il proprio album.
La grande ambizione non abita qui. Da noi spopola la grande illusione o la grande fregatura, con un eccesso di brave persone inerti e poca dialettica vera.
Mancano gli antagonisti non da operetta, quelli senza se e senza ma. Rari i Darth Vader che rendono epica la storia. La loro assenza trasforma la politica in melassa. In morta gora.
Si dice che la virtù stia nel mezzo, ma si dimentica che in quest’area prolifera anche la mediocrità, l’inazione, l’apatia, l’inerzia. Il paraculismo. Questa grande e ospitale area, madre universale che accoglie tutti, è il problema della nostra provincia. Con Padania Acque si è superato il limite. Il compromesso si è trasformato in un accordo contro natura. In un patto con il diavolo. Ma attenzione, letteratura e cinema ammoniscono che Belzebù garantisce la vittoria iniziale alla quale segue una conclusione nefasta.
Le lotte intestine di Fratelli d’Italia, generate dall’accordo, confermano che il partito si è incamminato su una brutta strada. Rumors dell’ultima ora, usciti direttamente dalle segrete stanze del partito, riferiscono di possibili epurazioni di un paio di membri del coordinamento provinciale. Veri o falsi che siano, è assodato che gli spifferi sono sempre deleteri per la salute. Anche per quella di un partito.
Cremona è abituata alla genetica da prima pagina nazionale. Il toro Galileo e la cavalla Prometea, cloni d’eccezione, sono fiori all’occhiello della ricerca del territorio. Un bouquet prestigioso, che in queste settimane si è arricchito con il bocciolo di Fratelli Piddini Cremonesi (FPC). Organismo geneticamente modificato (Ogm) fa un baffo al compromesso storico pensato da Enrico Berlinguer e Aldo Moro. Indigesto a parecchi militanti dei due partiti coinvolti, il taglia e cuci genetico è la nuova frontiera politica provinciale. Probabilmente, il test anticipatore di operazioni più complesse. Per esempio, una parziale privatizzazione di Padania Acque. Fantapolitica? Forse, ma mai dire mai.
La grande ambizione era un progetto di grande respiro. Una rivoluzione copernicana nelle alleanze politiche non solo italiane, ma europee. La grande ambizione provinciale è meno pretenziosa. Mira a spartire pani e pesci e il resto, briciole comprese, che la politica e la pubblica amministrazione permettono di condividere.
Nel Pci di Berlinguer il partito era uno strumento collettivo che prevaleva sull’interesse dei singoli. Nel Pd attuale l’apparato è al servizio del leader di turno e modellato sull’autoreferenzialità dei dirigenti, coadiuvati da spin doctor e consulenti della comunicazione. Dal marketing politico e dalla pletora di soggetti imposti dall’era digitale.
Il Pd ha smesso di essere il partito diverso dagli altri, caratteristica che rivendicava con orgoglio. Il matrimonio con Fratelli d’Italia, celebrato durante l’assemblea di Padania Acque, ha ufficializzato la sua normalizzazione e l’affossamento della grande-piccola ambizione provinciale. In linea con la maggioranza dei partiti di oggi, anche il Pd locale è un comitato elettorale permanente. Forse più organizzato degli altri, ma nulla di più. Con buona pace di chi cita il passato, le lotte operaie e ricorda i Berlinguer, gli Ingrao, le Iotti e il resto del pantheon comunista. Per i diversamente giovani bisognosi di un energizzante, per gli adulti disillusi, per gli estimatori di un cinema non banale e non palloso, Berlinguer. La grande ambizione si trova su RaiPlay.
«Qualcuno era comunista perché con accanto questo slancio ognuno era come più di se stesso: era come due persone in una».
«Qualcuno era comunista. Perché ormai il sogno si è rattrappito».
Era il 1992. Giorgio Gaber, artista e profeta, aveva previsto tutto. Già.
Antonio Grassi
