Il 28 agosto 2026 Cremona ha visto quanto la forza degli eventi meteorologici estremi possa mettere a dura prova una città, modificandone, in pochi minuti l’aspetto. Alberi sradicati, tronchi spezzati, grandi branche a terra e chiome danneggiate, oltre a manufatti edilizi. Di fronte a immagini come queste è naturale chiedersi: possiamo imparare qualcosa da ciò che è successo? La risposta, probabilmente, è più complessa di quanto possa sembrare.
Gli eventi meteorologici estremi non possono essere evitati e nessun albero può essere considerato invulnerabile. La violenza del vento può provocare il cedimento anche di un esemplare sano e correttamente gestito. Tuttavia, la capacità di un albero di resistere alle sollecitazioni dipende anche da molti fattori: la specie, la qualità e la struttura della pianta, le condizioni fitosanitarie, lo spazio disponibile per le radici, il terreno e le modalità con cui l’albero è stato messo a dimora e gestito nel corso degli anni.
È quindi il momento di imparare a guardare gli alberi in modo diverso. Non soltanto come elementi che abbelliscono le nostre strade e i nostri parchi, ma come organismi viventi complessi, con esigenze precise e tempi di crescita molto lunghi.
In molte specie la presenza di un asse principale ben formato, con una corretta gerarchia tra fusto e rami, contribuisce alla formazione di una struttura equilibrata e maggiormente capace di reagire alle sollecitazioni del vento.
Al contrario, alcune biforcazioni ravvicinate o caratterizzate da inserzioni strutturalmente deboli possono costituire punti di maggiore vulnerabilità.
Dopo un evento come quello del 28 agosto possiamo osservare come alberi apparentemente simili abbiano reagito in maniera completamente diversa: alcuni sono rimasti in piedi, altri hanno perso grandi branche, altri si sono spezzati e altri ancora sono stati completamente sradicati. Ogni albero porta con sé una storia. La storia della specie alla quale appartiene, del luogo nel quale è stato piantato, delle condizioni in cui è cresciuto e degli interventi che ha ricevuto nel corso della sua vita.
Ancora più difficile da osservare è ciò che accade sotto terra. L’apparato radicale è fondamentale per la vita dell’albero e per il suo ancoraggio. Eppure, nel contesto urbano, le radici devono spesso svilupparsi in spazi estremamente limitati, circondate da asfalto, cordoli e pavimentazioni, all’interno di terreni che possono essere fortemente compattati. Quando piantiamo un nuovo albero dobbiamo già pensare a quello che diventerà tra venti, trenta o cinquant’anni.
Il terreno deve essere sufficientemente ampio e adatto allo sviluppo delle radici; deve permettere la presenza di acqua e ossigeno e non essere eccessivamente compattato. Nei primi anni, inoltre, l’irrigazione è determinante per consentire alla pianta di superare la fase di attecchimento e sviluppare un apparato radicale adeguato.
Per comprendere meglio questi concetti possiamo guardare alcuni casi presenti sul territorio cittadino.
Un primo esempio è rappresentato dai pioppi cipressini. È una specie che può raggiungere rapidamente dimensioni importanti e le cui caratteristiche devono essere attentamente considerate nella scelta del luogo di impianto. In alcuni degli esemplari danneggiati dall’evento si possono osservare condizioni nelle quali la grande massa della chioma si confronta con uno spazio radicale limitato e con condizioni di impianto non sempre favorevoli. Il problema diventa particolarmente evidente quando un albero di grandi dimensioni viene collocato troppo vicino alla sede stradale o all’interno di uno spazio che non consente un adeguato sviluppo dell’apparato radicale.
È un tema che possiamo osservare, ad esempio, in alcune alberature di via Boschetto e via dei Cipressi.
Un secondo esempio riguarda i cedri del Libano presenti nel giardino della Casa di Cura Figlie di San Camillo. Il cedro del Libano è una specie di grandi dimensioni, caratterizzata anche da un apparato radicale che può svilupparsi in maniera prevalentemente superficiale ed estesa. La sua stabilità deve quindi essere valutata in relazione alle caratteristiche del terreno e allo spazio realmente disponibile per le radici. Anche in questo caso, osservare ciò che è rimasto dopo lo sradicamento può aiutarci a comprendere quanto sia importante considerare la parte dell’albero che normalmente non vediamo.
Un altro caso interessante è quello degli olmi di via Giuseppina, dove le condizioni estremamente costrette nelle quali gli alberi hanno dovuto svilupparsi rappresentano un esempio di quanto il rapporto tra albero e terreno sia determinante. Quando le radici sono costrette da superfici impermeabili, pavimentazioni e terreni compattati, l’albero non dispone dello stesso ambiente che avrebbe in un terreno libero.
Infine, osservando gli alberi danneggiati in via Trento e Trieste, possiamo riconoscere un’altra problematica: la presenza di esemplari con fusto policormico, cioè caratterizzato dalla divisione del fusto principale in più assi. Una pianta policormica non è necessariamente un albero pericoloso. Ha tuttavia una conformazione che deve essere valutata attentamente, perché la presenza di più assi principali può determinare punti di inserzione strutturalmente più delicati, soprattutto quando questi competono tra loro per diventare il nuovo asse dominante.
Oltre a tutto questo bisogna considerare la potatura con maggiore attenzione e con la consapevolezza di quanto sia importante per la salute degli alberi.
Gli interventi effettuati durante i primi anni di vita possono essere fondamentali per accompagnare lo sviluppo della pianta e costruire una struttura equilibrata. Quando invece l’albero è adulto, la potatura dovrebbe avere una motivazione precisa e rispettare, per quanto possibile, la sua architettura naturale. Interventi drastici e ripetuti possono alterare la struttura della chioma e creare nel tempo nuove criticità.

Da qui deriva un altro principio fondamentale: la scelta della specie deve sempre essere rapportata al luogo nel quale verrà piantata. Non esiste un albero universalmente adatto a ogni situazione. Esiste l’albero adatto a quello specifico spazio, a quel terreno, a quelle condizioni climatiche e a quella funzione urbana. Piantare una specie destinata a raggiungere grandi dimensioni in uno spazio che non potrà accoglierla significa creare oggi un problema che dovrà essere gestito domani.
Quindi sostituire gli alberi caduti con altri uguali non è la soluzione del problema. Dovremmo chiederci quali specie siano più adatte alle nostre strade, quali condizioni possiamo offrire alle loro radici e come possiamo accompagnare la crescita degli alberi nel corso degli anni.
Dovremmo anche imparare a considerare il verde urbano non come una semplice voce di manutenzione, ma come una infrastruttura fondamentale della città, che richiede progettazione, competenza e programmazione nel lungo periodo.
Cremona ha bisogno di alberi. Ne ha bisogno per la qualità dell’aria, per l’ombra, per il microclima, per la biodiversità e, più semplicemente, per la qualità degli spazi nei quali viviamo. Ma proprio perché ne abbiamo bisogno, dobbiamo imparare a progettare e gestire il verde con una prospettiva più lunga e più consapevole. Un albero che piantiamo oggi dovrebbe essere ancora qui quando noi non ci saremo più.
È questa la responsabilità che abbiamo nei confronti del verde urbano: non pensare soltanto all’albero che piantiamo oggi, ma a quello che vogliamo lasciare alla Cremona di domani.
Gli alberi sono una risorsa fondamentale per l’umanità e per le nostre città. Come tutte le risorse preziose, vanno trattati con rispetto.
E si rispetta ciò che si conosce.
Giovanni Cristofolini
agrotecnico
Giulia Cristofolini
architetto paesaggista
Nella foto centrale un albero caduto alla Canottieri Baldesio