Evviva! In Lombardia ci sono 187 case di comunità, peccato che manchino i medici (e i soldi). E Cremona è la solita cenerentola

19 Luglio 2026

C’è un problema: le Case di comunità.  Pochi cittadini hanno capito il ruolo di queste strutture. Ancora meno chiaro risulta il funzionamento di quelle attive.  Al contrario, molte le criticità già emerse. Non pochi i malumori dei medici di medicina generale coinvolti.

Finanziate con 2 miliardi dal Pnrr, dovevano essere ultimate e operative entro il 30 giugno scorso.  Qualche giorno prima, il 25 giugno, con una conferenza stampa, Guido Bertolaso, assessore regionale al Welfare, informava che la Lombardia aveva mantenuto il proprio impegno. Era programmata l’apertura di 187 case di comunità e l’obiettivo è stato raggiunto. Brava, la Regione. Su questo non si discute.  Ma il contenitore da solo non basta. È necessario che la struttura svolga il compito assegnato.  Servono gli operatori, che però scarseggiano. E questo è il problema. C’è la nave, manca l’equipaggio. 

Nelle case di comunità sono previsti un’area prelievi e vaccinazioni, cure primarie e continuità assistenziale, ambulatori specialistici, spazi per programmi di prevenzione e di promozione della salute, attività consultoriali, servizi sociali del Comune.  La gestione è affidata a équipe di medici di medicina generalepediatri, medici specialisti, infermieri e altri professionisti della salute (tra cui tecnici di laboratorio, ostetriche, psicologi, ecc.) che operano in raccordo anche con la rete delle farmacie territoriali (Lombardia informa).

La conoscenza superficiale dei cittadini delle case di comunità dipende da molti fattori, non ultimo l’informazione incompleta e celebrativa.  Una comunicazione che non accenna al vulnus congenito che le affligge: la carenza di personale e di risorse finanziarie necessarie per raggiungere il risultato prefissato.  Due facce della stessa medaglia strettamente collegate tra loro: note ai generali, taciute alla truppa. Le istituzioni raccontano, ma non spiegano.  Al popolo è stato regalato un grande uovo di Pasqua, infiocchettato a regola d’arte, ma con dentro una sorpresa non corrispondente alle promesse e alle aspettative. 

In una ventina di minuti Bertolaso ha mostrato e commentato, in modo sbrigativo, numeri, tabelle e diagrammi, ma senza approfondire. Senza entusiasmo. Soprattutto senz’anima. Il video postato dalla Regione su YouTube con l’intera conferenza stampa spiega molto dell’atteggiamento di Bertolaso.  Con questa comunicazione le informazioni si squagliano. Si perdono «come lacrime nella pioggia» (Blade Runner). 

È la visibilità teatrale definita da Byung-Chul Han, utilizzata per lasciarsi guardare, per rendersi noti, cantarsi, risplendere. Non è una novità. Oggi è prassi generale. È la trasparenza fasulla veicolata da chi è al comando dell’ambaradan. L’informazione è abbondante, ma unidirezionale.  Enfatizza il raggiungimento dell’obiettivo, ma tace sulla partenza in salita. Un po’ come un imbonitore da fiera: esalta il prodotto, ma non accenna alle possibili criticità. Con una differenza: vengono utilizzati metodi più raffinati e sofisticati. 

Durante la conferenza stampa Bertolaso ha proiettato una tabella dalla quale si evince che nell’Ats Valpadana Cremona-Mantova le case di comunità sono due nell’Asst in riva al Po, due in quella in riva al Serio e  otto sulle sponde del Mincio.  In totale: otto a Mantova e quattro a Cremona. La Regione aveva stabilito una Casa di comunità ogni 50 mila abitanti.  La provincia di Cremona ne conta 355 mila e Mantova 408 mila. La seconda, con 8 strutture è allineata ai parametri regionali.  La prima, con 4, invece di 7, è sotto soglia.  Era stata ipotizzata una casa di comunità a Castelleone, ma è rimasta nel limbo.

Non viene spiegata la causa della discrepanza tra Mantova e Cremona, che senz’altro sarà valida, ma potrebbe generare un pensiero maligno nella testa dei dietrologi. La terra dei Gonzaga è sempre un passo avanti rispetto a quella dei violini. Anche quando apparentemente Mantova è dietro Cremona, poi risulta davanti. Significativa è la vicenda del Dea di secondo livello assegnato dalla Regione all’ospedale di  Mantova e promesso a Cremona, ma mai spedito da Milano.  In queste settimane sotto il Torrazzo si suona la grancassa per la candidatura del capoluogo a Capitale Italiana della cultura.  Mantova è stata riconosciuta tale nel 2016, dieci anni fa.  

Mentre la comunicazione regionale diffonde con squilli di trombe e rulli di tamburi la notizia dell’obiettivo raggiunto, è lo stesso Bertolaso a uscire dal coro da lui diretto.  Entra a gamba tesa sull’accordo nazionale firmato due giorni prima, il 23 giugno, con alcuni sindacati dei medici di medicina generale. Intesa che garantisce la loro presenza fino a sei ore settimanali nelle Case di comunità per un compenso di 38,32 euro all’ora.  

«Sui medici di medicina generale – ha precisato Bertolaso – la nostra posizione è chiara, io ribadisco sull’accordo di ieri che è un pannicello caldo e l’ho detto prima che venisse approvato» (Ansa, Tgr Lombardia, Sanità/33, Quotidianosanità.it, 25 giugno).  Un pannicello caldo per un malato grave qual è la medicina di prossimità.  Un integratore per curare una polmonite.

Poi ha messo il carico: «Scorciatoia che lascia il tempo che trova». Per finire in gloria: «Altra cosa è il ruolo del medico di medicina generale che ormai è sempre più lontano dalle esigenze dei cittadini».

Le reazioni non si sono fatte attendere. Tra le tante, da segnalare quella del gruppo WhatsApp In Casa di comunità, per scelta non per obbligo, al quale partecipano numerosi medici lombardi, tra i quali non mancano quelli della provincia di Cremona. Sul gruppo è stata postata una lettera aperta indirizzata al milione di pazienti lombardi.  Intitolata Se il tuo medico sarà meno disponibile…, fa un’analisi della novità e delle conseguenze dell’impegno dei medici di famiglia nelle Case di comunità.  Il testo termina con un appello ai cocchieri che guidano l’ormai sgangherata carrozza di quella che un tempo era la nobilissima sanità del territorio, oggi ridotta a uno straccio e trattata da servetta della gleba. 

«A chi decide l’organizzazione della sanità chiediamo una cosa molto semplice: non togliete tempo ai pazienti per riempire le strutture. Aggiungete medici, non spostate quelli che già ci sono».  Una lettera di buon senso.  La sanità di prossimità non migliora se si tolgono i medici di base dal loro territorio di lavoro. Non si chiude una falla per aprirne un’altra.  Ma il buon senso è merce rara in politica. 

Avvezzi alla demagogia, i vertici della politica sanitaria lombarda non risolvono i problemi. Li tamponano.  Li curano con i pannicelli caldi, almeno secondo l’autorevole giudizio del capo di stato maggiore. Non l’ultimo dei caporali.  Se questo è lo stato dell’arte, è lecito dubitare del mantra ossessivo per convincere i cittadini che le case di comunità sono il valore aggiunto capace di risolvere la crisi della medicina di prossimità. Altrettanto discutibile è il messaggio che siano la panacea per ridurre gli attuali ingorghi al pronto soccorso.

Per una valutazione oggettiva sul contenimento degli accessi, è necessario attendere alcuni mesi. Già, nella speranza che gli efficientissimi manager della sanità lombarda diffondano dati, percentuali e comparazioni. Nel frattempo, per la provincia di Cremona, non sarebbe una cattiva idea promuovere una novena alla Madonna di Caravaggio affinché si adoperi per la diminuzione dell’utenza al pronto soccorso.

Nel sessantotto, non c’erano i social. I post erano le scritte sui muri.  La provocazione aveva il sopravvento sul dialogo.  Quando tutto questo accadeva, probabilmente su qualche muro vicino a una casa di comunità l’incazzato di turno avrebbe scritto: È solo l’inizio. La lotta continua. Altri tempi. Oggi la lotta non è neppure cominciata. Mala tempora currunt per la sanità pubblica.

La medicina di prossimità non implica investimenti di centinaia di milioni come l’ospedale nuovo. Non è una ribalta che interessa i media nazionali con archistar inviate in televisione. Non è foriera di memorabili affari per gli stakeholder. Poca roba rispetto agli investimenti per la medicina ospedaliera. Non importa che il covid avesse indicato che la medicina del territorio fosse molto per la salute. In troppi l’hanno scordato. I politici per primi.

 C’è un problema e non sono le case di comunità. La sanità pubblica è ufficialmente un’azienda con le relative implicazioni di questo status. Sono Asst: aziende socio-sanitarie territoriali.   

Chi sognava di vedere fontane dove c’erano deserti (Patti Smith) non conti sulle case di comunità di oggi. Nel contempo però è utile non dimenticare Forrest Gump: «La vita è come una scatola di cioccolatini».  E incrociare le dita.

 

Antonio Grassi

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