Sono i giorni della contestazione, degli studenti e dei cittadini comuni in piazza per il diritto allo studio, contro il caro vita e gli armamenti. Sono i giorni di Halloween. Quelli delle zucche illuminate, dei travestimenti horror, del dolcetto o scherzetto. Per politici e pubblici amministratori sono giorni di allarme rosso per l’ordine pubblico. Sono giorni da incubo per la degenerazione delle proteste. Per gli scontri tra manifestanti e polizia. Per i vandalismi. Per il ragazzino di undici anni fotografato a Milano tra i manifestanti e finito su televisioni e giornali. Per lo sfregio alla privacy che evidentemente funziona a corrente alternata. Sono giorni di disagio e d’incomunicabilità. Del distacco tra società civile e politica.
Cremona, per non farsi mancare nulla, la scorsa settimana ha messo il carico da undici con la polemica sulla beffa di una manifestazione fantasma, apocalisse annunciata, ma mai pervenuta. Anche Crema, rimasta attaccata alla ruota del capoluogo, ha rimediato la medesima figura barbina. La polemica si è raffreddata, ma non si è completamente spenta.
Il binomio giovani e contestazione è un classico della politica. Fiume carsico, riaffiora e balza agli onori della cronaca con andamento sinusoidale. Ci rimane il tempo di una manifestazione, di uno scazzo tra partiti di governo e opposizioni. Se approda nei consigli comunali s’incarta in discussioni sterili tra maggioranza e minoranza. Poi, per ridurre polemiche e scontri, ai contestatori viene concesso un briciolo di ragione che, secondo un detto popolare, si dà ai coglioni. Ma arruolare tutti i manifestanti in questa categoria è scorretto e fuorviante. I deficienti si celano in ogni anfratto della vita quotidiana. Compaiono senza preavviso. Sono impossibili da eliminare. Come i Pokémon. Ed è illusorio credere che sia sufficiente soddisfare anche solo in parte le richieste dei contestatori e aggiungere una mancetta per archiviare il casus belli. Tutt’al più si anestetizzano le proteste per un periodo più o meno lungo.
Non si risolvono problemi strutturali con le brioche di Maria Antonietta. Pezze sul culo, questi interventi spot aiutano a parcheggiare le criticità nel limbo di color che son sospesi. Non prosciugano il fiume, favoriscono il suo ritorno nelle viscere fino al prossimo sussulto.
Ex capi e capetti della contestazione giovanile sono restii a togliersi dal palco e per rimanerci più a lungo e più comodi molti reduci, spesso imbolsiti, qualche volta millantatori, difficilmente rivendicano, se non sollecitati, la loro esperienza barricadiera. A maggior ragione tacciono se gli ex avversari sono diventati colleghi di partito e indispensabili alleati. Inglobati nel sistema un tempo contestato, molti degli idealisti pentiti e dei pragmatici della pagnotta hanno intrapreso una brillante carriera politica. Oppure hanno rimpinguato il conto in banca e occupato posizioni apicali nella scala sociale. In entrambi i casi possono esibire un palmarès professionale e istituzionale da primi della classe, anche se non è tutto oro ciò che luccica. Garantiti, vivono tranquilli nella loro comfort zone. Elargiscono perle di saggezza non richieste agli sfigati dal presente precario e dal futuro incerto. Scrivono sui giornali, vanno in televisione, relazionano a conferenze, moderano dibattiti. Definiti conservatori illuminati, ma muniti di una lampadina con luce fioca, illuminano solo se stessi. Servono però all’establishment per apparire democratici e tolleranti. Ingiusto definirli cialtroni. Non sbagliato chiamarli opportunisti in guanti bianchi.
Il vecchio saggio ammonisce che si nasce incendiari e si muore pompieri. E in politica, se si è abili nelle pubbliche relazioni e nel vendere le proprie capacità reali o fasulle, si è agevolati a entrare nell’ascensore per la stanza dei bottoni. Il binomio giovani e contestazione stimola analisi e confronti. Il come eravamo e il come siamo funzionano sempre, ma non insegnano molto e il poco che è stato appreso viene dimenticato in fretta.
Senza scendere nelle catacombe della memoria e senza ripercorrere la deriva terroristica che ha insanguinato l’Italia dalla fine degli anni Sessanta agli inizi degli anni Ottanta, il 1968 è un buon punto di riferimento per riflettere sulla questione. Una deriva, quella degli anni di piombo, che non ha risparmiato Cremona. E può essere utile ricordare che il 31 gennaio 1983 la città apprese dell’arresto in via Volturno di cinque brigatisti della colonna Walter Alasia.
Il Time definì il Sessantotto «una lama di coltello che separò il passato dal futuro». Era il 1988. L’articolo si riferiva soprattutto all’America. Mutatis mutandis, il concetto può essere applicato anche all’Italia, alla nostra provincia, a Cremona, a Crema, a Casalmaggiore. Con l’avvertenza che allora, da noi, la lama era spuntata e l’arrotino a casa in malattia. Ma oggi è ancora peggio. I mulita non servono al nostro territorio. Con la morta gora che ospita una melassa magmatica e indistinta non esiste, per ora, una coltello tanto efficace che possa mettere ordine. Domani si vedrà. Si spera. S’incrociano le dita.
Con l’adattamento che prevale sulla rivendicazione non bastano coltelli appuntiti per modificare paradigmi obsoleti e superare pregiudizi territoriali. Con la confusione politica imperante e il mercato spietato e selvaggio delle poltrone anche un affilato rasoio sarebbe in difficoltà a tracciare i confini di partiti proteiformi e gassosi. Con leader o pseudo tali che campano della gloria passata, c’è poco futuro. E non provocherebbe stupore se parafrasando Norma Desmond in Viale del tramonto, i capipopolo in disarmo precisassero che loro sono ancora grandi, mentre la politica è diventata piccola.
Nel 2001 il Centro Ricerca Alfredo Galmozzi pubblicava Soffiava il vento a Crema. Firmato da Nino Antonaccio, Piero Carelli, Elena Crispiatico, ricco di fotografie, il libro racconta il Sessantotto nella capitale della Repubblica del Tortello. Sfogliarlo mette tenerezza. Strappa un sorriso, ma induce anche giudizi ingenerosi e sopra le righe sul reale cambiamento operato dalla generazione protagonista di quegli anni. Accolto con entusiasmo dal pubblico a cui era destinato, possiede un grande pregio: l’onestà di dichiarare i limiti del lavoro. Non è esaustivo. Non è il peana di una generazione. Non un amarcord, nei fatti lo è diventato, ma non è colpa dei tre curatori. Il titolo del libro richiama la vecchia, ma ancora attualissima Blowin’ in the wind (1963) di Bob Dylan con le risposte che stanno nel vento. In riva al Serio soffiava un refolo anemico, privo della forza per trasportare risposte tanto impegnative. E le poche giunte a destinazione sono oggi appassite.
Il vento però non ha mai smesso di soffiare. E’ sempre debole il respiro di un agonizzante, ma c’è e insiste a stimolare la ricerca di risposte. Ma troppo pochi lo interrogano. Ma finché c’è vita c’è speranza.
Dopo il sessantotto seguirono il movimento del 77, i no global, l’Onda, le Sardine per citare solo alcuni momenti di protesta e ribellione. La fantasia al potere ha ceduto il posto all’intelligenza artificiale. I no global si sono ridimensionati. L’increspatura delle onde è quasi scomparsa. Le sardine sono state inscatolate e istituzionalizzate. Tra una contestazione e l’altra si è infilato il riflusso. Sono cambiati governi e amministrazioni comunali. È sopraggiunta la disaffezione alla politica. La contaminazione tra partiti e società civile è il belletto dei partiti per recuperare credibilità e consenso, ma le camarille non sono state intaccate.
Poi ci sono i comitati spontanei che si mobilitano per un obiettivo specifico. Quello per l’opposizione al biogas a San Rocco è stato un esempio. In attività ci sono i due movimenti contro la costruzione del nuovo ospedale. Meritano rispetto e applausi, ma hanno un limite: vincitori o sconfitti, si sciolgono. E così deve essere.
Sono i giorni della contestazione, degli studenti e dei cittadini comuni in piazza per il diritto allo studio, contro il caro vita e gli armamenti. Ma non basta per cambiare e la violenza non risolve i problemi. «Noi non prenderemo d’assalto la convention con carri armati o manganelli, ma prenderemo d’assalto i cuori e le menti del popolo americano. (David Dellinger ne Il processo ai Chicago 7). Questa è la strada. E allora il fiume non sarà più carsico. E il binomio giovani e contestazione sarà meno effimero.
Antonio Grassi
3 risposte
Chi ha davvero l’obiettivo di protestare non spacca le vetrine, non ruba la merce nei negozi, non si muove con violenza e anche le forze dell’ordine devono avere rispetto. Chi protesta ha ragione da vendere. Le motivazioni sono concrete e validissime e su queste bisogna riflettere. Tutti, ma la politica per prima. Per risolvere i numerosi problemi del Paese non si va in TV a stracciarsi le vesti, non si inventano decreti repressivi, non si contesta in modo irrispettoso la magistratura, non si sposta l’attenzione da quello per cui i manifestanti protestano. I giovani vivono un presente pieno di problemi su cui si gira la faccia dall’altra parte, e non vedono alcun futuro. I violenti devastano senza porsi alcun limite.
Penso a Mario Capanna, a com’ era ai miei tempi a come ora rivendica i suoi vitalizi e le sue pensioni. Partito come contestatore è entrato di diritto tra le file dei contestati. È cambiato qualcosa?
Vogliamo prendere atto che i giovani stanno protestando per validi motivi? Vogliamo ammettere che nonostante quanto dichiara il governo i nostri ragazzi devono affrontare molti problemi? Se studiano, la scuola va alla deriva e non si investe, se lavorano sono trattati come schiavi sfruttati e pagati poco, ammesso che siano assunti. La casa se la sognano con affitti improponibili e acquisti non avvicinabili. Soprattutto nelle città dove è meno difficile trovare occupazione. Che cosa concretamente si fa per loro? Dovrebbero continuare a stare zitti e credere alle parole di un governo che preferisce spostare l’attenzione su vandali e incivili? In realtà tutti dovremmo scendere in piazza.