Dal grillismo alimentare il colpo di grazia alla nostra civiltà

20 Aprile 2023

GLI EDITORIALI DI ADA FERRARI

Mentre ancora tiene campo il grillismo politico ecco piombarci fra capo e collo pure quello alimentare. Si, proprio lui, quello che ora ci intima di ripudiare arrosti, fiorentine e stracotti ormai colpiti da mandato di cattura internazionale per ecoterrorismo. Lapidaria la sentenza. Una bistecca ti accorcia la vita. Un allevamento intensivo accorcia la vita del pianeta. Quale l’alternativa proposta? Irresistibili pappette di
farine ricavate da qualche allevamento pregiato di zanzare tigre, grilli o cavallette. Il che, tuttora amando l’indimenticato Grillo parlante del Collodi, sparge ulteriore sale sulla bruciante ferita. Con la classica tenacia del guastafeste professionale, eccolo il ‘politicamente corretto’ estendere il suo decalogo implacabilmente penitenziale a milioni di italiani reduci dalle allegre convivialità pasquali. E se reduci pentiti o impenitenti é in fondo affar loro e dei rispettivi trigliceridi, non certo di assatanati lavatori di cervelli che avrebbero da ridire persino su un menù personalmente stilato dal leggendario dottor Mozzi. Ovviamente innegabili le drammatiche spade di Damocle sospese sulla testa del pianeta: cambiamenti climatici, desertificazioni e alluvioni ma soprattutto una popolazione mondiale che lo scorso novembre ha toccato gli otto miliardi di bocche da sfamare.

Nonostante questo, o forse proprio per questo, è più che mai desiderabile che la cultura ambientalista possieda requisiti all’altezza dei nobili scopi con cui intende rieducarci. Per esempio, che esprima posizioni fondate su incontrovertibili evidenze scientifiche. Che sia capace di un sensato compromesso fra l’astratto perfezionismo (prezioso alleato dell’immobilismo) e quel che in concreto è realisticamente praticabile. Ma soprattutto sia libera dai due vizi capitali che ne depotenziano credibilità e forza persuasiva. L’uno riguarda le intuibili parentele coi giganteschi interessi commerciali e geopolitici di una ‘green economy’ che si direbbe studiata su misura per fare il gioco dei mercati asiatici. L’altro è l’inconfondibile retrogusto del pregiudizio ideologico antioccidentale caro alle solite frange di quella sinistra militante che, criminalizzato ogni aspetto del nostro stile di vita, muove ora guerra a una millenaria cultura alimentare.

Nuove munizioni, dunque, per una vecchia battaglia? Molto spesso direi di sì. La cautela è dunque d’obbligo. Se è infatti vero che a novembre la popolazione del pianeta ha raggiunto gli otto miliardi, è pur vero che la spaventosa cifra va a sua volta contestualizzata. Giganti come Cina, India e Brasile, per esempio, pur con differenti tempistiche, sono ormai in significativa frenata demografica. La vera bomba a orologeria sospesa sulla testa del pianeta è l’Africa la cui sfrenata fertilità viaggia su livelli del 30% con punte del 40% in Paesi come Niger e Somalia. Ma chissà perché predicatori loquacissimi quando si tratta di spiegarci che un’energivora forma di parmigiano reggiano è un crimine contro il pianeta, di colpo ammutoliscono quando gli tocchi il tasto Africa. Nulla da dire su un continente che pur in presenza di spaventose criticità climatico ambientali si mantiene in larga parte estraneo a qualunque forma di sessualità responsabile?

Nel frattempo, il conto che si pretenderebbe di esigere dalla nostra economia, invitata a smantellare le filiere di un agroalimentare d’eccellenza, è spaventosamente salato. Un suicidio produttivo, commerciale, culturale e di conseguenza turistico in nome di cosa? Di una curva demografica che non abbiamo certo contribuito a impennare o peggio per cedere il passo al nuovo business legato alla produzione di carni sintetiche, farine d’insetto e altre abominevoli ‘prelibatezze’. Davvero difficile cogliere qualche interna coerenza logica e culturale fra le componenti della macchina da guerra, di variegato piumaggio, che con notevole sostegno mediatico e di marketing pubblicitario avanza verso di noi secondo l’antica regola del ‘marciare divisi per colpire uniti’. C’è un globalismo pronto ai soliti allarmi isterici al minimo sentore di difesa nazional patriottica. Ci sono i sostenitori di un’accoglienza dei migranti indiscriminatamente aperturista che, felicemente ignari della legge sull’impenetrabilità dei corpi, confidano che, stringendoci un po’, l’Italia possa contenere l’Africa. C’è in fine un ambientalismo con pretese salutiste di assai dubbio fondamento se gli sfugge la clamorosa evidenza che proprio attraverso il mercato globale si muovono le potenti multinazionali dell’alimentare che invadono le nostre tavole e i nostri supermercati di quell’inconoscibile cibo spazzatura la cui parte meno nociva e probabilmente meno inconoscibile è la plastica delle confezioni.

C’è quanto basta e avanza per porsi qualche realistica domanda non tanto sul perché l’’Italia non fa più figli -peggio di noi solo Grecia, Corea del Sud e Portorico- quanto piuttosto sul perché mai dovrebbero farli. Per regalarli a un vecchio continente la cui civiltà e stile di vita sono fatalmente destinati a soccombere sotto il peso demograficamente schiacciante della componente araba e della conseguente islamizzazione? Con la beffa aggiuntiva di dover assistere al proprio tramonto sgranocchiando cavallette?

Ed eccoci al cuore del ragionamento. Esiste infatti una delicata soglia psicologica superata la quale milioni di normalissimi italiani, senza pretese eroiche o specifiche virtù ascetiche, non riescono più a ignorare l’insidioso dubbio che, una volta entrato in testa e nei profondi fondali dell’anima, non ti molla più: cosa diavolo diventerà la mia vita se giorno dopo giorno la spennano di ogni elemento ancora in grado di parlarmi col linguaggio confortevolmente familiare della terra e della civiltà in cui sono nato? E quale miglior linguaggio domestico di quello del cibo, carico di valori simbolici, sociali e affettivi, vivente prova di quella spiritualità della materia a cui solo i tristi predicatori del ‘grillismo alimentare’ sembrano essere inesorabilmente refrattari.

Non stupiamoci dunque se, con questi chiari di luna, un crescente numero di coppie assediate da mille precarietà e palesemente prive della grande tempra degli avi, mostrano la dilagante inappetenza genitoriale che gli fa piazzare nel passeggino l’adorato cagnetto al posto dell’indesiderato bebè. E’ statistica di questi giorni che persino gli immigrati che vivono da noi, dopo gli exploit del passato, mostrano ormai una fertilità in caduta libera. Pare proprio che le uniche coppie tuttora sensibili al tema della discendenza e più che mai risolute a procurarsela, dovunque e in qualunque modo, appartengano al popoloso pianeta gay. Paradossi del mondo contemporaneo. Ma se fra un po’, a diritto incassato, cambiano idea pure loro?

 

Ada Ferrari

3 Responses

  1. Se diamo in pasto a lupi e orsi gli agnelli,le pecore,i capretti, sembra anche vitellini..non ci rimangono che grilli mosche e zanzare.. Ma la nostra politica o..antipolitica,non concorda sull’abbattimento di animali che aggrediscono l’uomo….ben vengano.
    Profughi affamati a sud…e animali affamati a nord, in che morsa ci stiamo infilando…intanto Mattarella che sbandierava la sua stanchezza e vecchiaia, gira quotidianamente in paesi,piu’ poveri di noi, che questi problemi non hanno e non vogliono avere. Come sempre..complimenti Ada Ferrari.

  2. In realtà io penso che la base di quella sinistra istericamente distruttiva delle nostre tradizioni , pseudoambientalista, come lo dimostra la vicenda del biometano, PD contro PD…, preferisca di gran lunga il cotechino o un bel salame ai grilli di provenienza asiatica. E gli animalisti poi, che tanto si stracciano le vesti per gli orsi alpini, che fanno rispetto ai grilli in padella, tacciono? Non posso credere a tanta insensibilità. Da lungo tempo ormai abbiamo capito che tanto ecologismo, ambientalismo, animalismo, altro non sono che uno specchietto per le allodole, che incanta anche i polli per far sparire culture e concorrenza pur di arraffare business miliardari o poteri immensi e seppellire o appiattire coscienze, in uno scenario sempre più orwelliano, in cui chi sopravviverà non possa nel tempo aver più nulla da ridire sulle pastoie di lor signori alla libera espressione della natura umana.

  3. Articolo puntuale e ineccepibile come sempre che ci invita a riflettere su alcuni aspetti: “un’accoglienza” molto italiana e poco o punto europea, nel tempo, ci obbligherà a vedere le tende degli immigrati piantate in piazza Duomo; i sedicenti ambientalisti basano le loro azioni su evidenze scientifiche parziali e l’irriducibile perfezionismo in cui ci si perde diventa sinonimo di immobilismo; quest’ultimo è riscontrabile in tutti i campi, compreso quello delle riforme per le quali siamo in “fiduciosa“ attesa da decenni. Tutto questo perché i cialtroni della politica non sanno fare altro che blaterare sui media e genuflettersi di fronte al potere economico. Penso con sgomento a ciò che attende i miei figli e i miei nipoti.

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