Per chi desidera approfondire un fenomeno non a tutti noto, si terrà sabato 17 ottobre alle 17,30 al Libraccio di piazza Stradivari la presentazione del libro “Ballroom”, scritto dallo studioso e docente universitario Giancarlo Covella.
Il libro edito da Mimesis indaga uno spaccato sociologico e antropologico di una pratica nata negli Stati Uniti, a partire dagli anni Sessanta, fatta di balli, performance, moda, danza e competizione. L’approccio dell’autore è molto tecnico e scavante, da parte mia pochi cenni divulgativi, per avvicinare il lettore.
L’esperienza della ballroom nasce a New York sviluppandosi soprattutto tra Harlem e altre aree della città. Era uno spazio in cui persone emarginate, in particolare persone LGBTQ+ nere e latine, potevano esprimersi e costruire una comunità. I ball sono competizioni organizzate in categorie: per esempio moda, bellezza, realness, performance e danza. I partecipanti spesso appartengono a delle Houses, che funzionano un po’ come famiglie d’elezione, non biologiche. Una House può avere una Mother o un Father e offrire sostegno, appartenenza e mentoring ai membri.
Una delle forme di danza più caratteristiche è il voguing, che comprende pose ispirate alle fotografie di moda, movimenti geometrici e, nelle sue evoluzioni successive, elementi molto acrobatici.
La ballroom ha sviluppato un linguaggio e una cultura propri, con termini come shade, reading, realness, category is… e serving. La cultura ballroom è diventata più conosciuta dal grande pubblico grazie al documentario Paris Is Burning e, decenni dopo, alla serie Pose e all’influenza del voguing nella musica pop. Basta un nome: Madonna.
Una cosa importante è che ballroom non significa semplicemente “ballare”: è un’intera sottocultura con storia, identità, comunità, moda, competizione e forme artistiche proprie.
Il libro, che scava con una riflessione molto profonda e articolata, ha il merito di portare all’attenzione del pubblico un fenomeno misconosciuto o non sempre ben focalizzato e non di rado spacciato per ostentazione o esibizionismo. Dietro le pose c’è una necessità espressiva auto determinante, una rivendicazione di amore e valore di sé, in un contesto accogliente che mima la famiglia, in una inedita architettura sociale, che ha codici ben definiti, per accettarsi e amarsi, partendo dal corpo, dal gesto che diventa simbolico, e dalla parola, che mai deve essere stigmatizzante, bensì viatico, consiglio, invito alla riflessione.
La ballroom culture crea pertanto un universo parallelo protetto, offrendo uno spunto di indagine su una struttura di genitorialità e mutuo aiuto che scavalca la biologia e il concetto di parentela tradizionalmente inteso.
Francesca Codazzi
