Hybernia la chiamarono i Romani, forse perché ci abitavano gli Iberni o forse perché vista dalle coste della Britannia quella terra avvolta da spesse brume misteriose faceva pensare al gelo artico. Fatto è che quel nebbioso mistero vinse perfino sulla inarrestabile brama di conquiste di Roma: ci provò soltanto Gneo Giulio Agricola tra l’80 e l’85 d. C. a sbarcare su quella strana terra, ma poi il progetto venne abbandonato per sempre.
Fu così che l’Irlanda venne relegata ai margini dell’Impero, rimanendo una terra vergine, spettatrice ignorata della Storia che correva di là dal mare. Eppure, proprio a questo suo isolamento noi dobbiamo moltissimo: le furono risparmiate quelle devastanti guerre gotiche o barbare che per tutto il IV secolo devastarono ciò che rimaneva della gloria di Roma. Mentre l’Europa continentale cadeva in un baratro di devastazioni fisiche e oblio culturale, gli eredi degli Iberi si radicavano nella fede cristiana grazie alla straordinaria opera di un britanno di nome Maewyn Sucat, che dopo essere stato perfino schiavo convertì tutta l’isola alla nuova religione passando alla Storia come San Patrizio.
Quella strana combinazione di innocenza neo cattolica e di robustezza barbarica temprata dalle durezze del clima, quell’essere stati confinati ai margini della gloria e al contempo risparmiati dal suo devastante declino, fece dei monaci irlandesi i più improbabili e più straordinari custodi della storia di Roma. Confinati in quelle nebbie impenetrabili, fuori dal mondo conosciuto di allora, non avevano altro che la fede e quel poco di letteratura latina che i Nicomachi e i Simmachi avevano spedito ai confini dell’impero due secoli prima. Fu forse quel sogno idealizzato e mai raggiunto dello splendore di Roma a farne i piu gelosi e caparbi custodi. Nello sforzo immane di immaginare Roma e di imparare il latino, l’unica lingua che consentiva di viaggiare nel mondo di allora ben più dell’inglese di oggi, quegli straordinari monaci relegati in oscuri monasteri immersi nella nebbia iniziarono a ricopiare con infinita cura e precisione quel poco di Roma che possedevano.
Mentre in Europa i documenti di quel periodo sono laceri, mal copiati, senza impaginazione, senza figure e senza punteggiatura, gli stessi scritti degli irlandesi sono dei capolavori di calligrafia. Come sempre nella storia, quando una civiltà tramonta e tutto pare perduto, è da un luogo ignorato e da individui sconosciuti che tutto rinasce. Forti del loro innocente entusiasmo, di una fede forgiata dalle temperie e del desiderio di vedere finalmente Roma, monaci come San Colombano partirono per un viaggio omerico verso una Europa devastata che proprio loro contribuiscono a ricostruire.
Diventano maestri di calligrafia e copiatura, fondano centri di scrittura nei monasteri altrui e laddove non ci sono monasteri li fondano loro. Colombano fonderà da solo quattro monasteri e una intera città, quella Bobbio piacentina in cui ancora riposa. I loro servigi di copiatori della letteratura latina e del diritto romano saranno richiesti da tutti i vescovi illuminati del tempo, come Ansperto da Biassono che li fece venire a Milano per costruire lo Scriptorium Ambrosianum.
Fu proprio così, che inseguendo il sogno di Roma copiandolo sulla carta, quei monaci venuti dai confini dell’Impero ne riconsegnarono il patrimonio a un’Europa distrutta che poco ricordava di se stessa.
2-fine
Francesco Martelli
sovrintendente agli Archivi del Comune di Milano
docente di archivistica all’Università degli studi di Milano
Una risposta
Molto interessante, come sempre. Il dottor Martelli ha l’enorme pregio di saper coinvolgere il lettore grazie alla sua scrittura e al modo di “raccontare” la storia.