L’Italia non si è nemmeno qualificata ai mondiali e quasi tutte le ex grandi potenze coloniali sono ormai fuori gioco. Francia a parte, L’Europa era già data per moribonda alla World Cup 2026. Il Marocco avanza trionfale e giovedì si scontra con la Francia, partita che è ormai una sorta di derby data l’altissima presenza di giocatori di origine magrebina (e non solo giocatori) nella nazionale francese e nella Francia in generale.
E dato che più o meno tutto finisce in politica, già gli estremi opposti dibattevano sulla fine dell’Europa anche nello sport, sulla fine delle nazionalità come le conosciamo, oppure sul fatto che il futuro sarà solo delle nazionalità mischiate etc… Ma improvvisamente sono arrivati i vichinghi: tutti alti, tutti biondi, tribali e aggressivi come i loro antenati. E già i ‘suprematisti bianchi’ tirano un sospiro di sollievo e inneggiano alla Norvegia. Al di là della politica, c’è un dato obiettivo: i norvegesi hanno già vinto la loro World Cup, a prescindere da come andranno le prossime partite. Si sono imposti al mondo non tanto con il loro gioco raffinato o strategico ma con un carisma tribale che se all’inizio ci faceva tutti sorridere di un vecchio cliché, quel video motivazionale dove tutta la squadra in panni vichinghi salpava per gli Usa oggi ha strabiliato miliardi di persone nel mondo.
Quel battere di tamburi al grido di “RO!” mentre i giocatori e il pubblico mimano le manovre di voga sulle navi ha dilagato nel web in maniera inimmaginabile, più di ogni altro fenomeno recente, guerre comprese.
Quintessenza del cliché è Erling Haaland, il gigante dalla lunga chioma bionda e dai lineamenti marcati che sembra uscito dal Signore degli Anelli più che da una squadra di calcio. Haaland, 25 anni, oggi è probabilmente il volto piu famoso del mondo dopo quello di Donald Trump: sui social impazzano milioni di video, immagini e perfino cartoni animati che lo celebrano come un re nibelungo buffo ma inarrestabile.
Vada come vada, la squadra norrena sul campo che voga assieme a tutto il suo pubblico al ritmo di un tamburo è uno spettacolo mondiale incredibile, di una forza e di una simpatia inarrivabili, quasi una perfetta performance di pop art. E mai avremmo pensato che quella squadra improbabile, destinata come sempre a uscire presto, avrebbe conquistato il mondo replicando un cliché come quello della tribù vichinga.
Eppure, dietro a quel cliché c’è molto di più: millenni di tradizione e un dna etno-culturale che nei secoli non è molto cambiato, complice un clima che non ha certo favorito la mescolanza e una terra selvaggia che ha mantenuto i norvegesi molto simili a sé stessi per secoli. E del resto i popoli vichinghi sono stati tra i più carismatici di sempre: chi da bambino non ha avuto un elmetto con le corna? I vichinghi sono stati tra i più straordinari navigatori della storia, arrivati sulle sponde nordiche dell’America forse secoli prima di Colombo, combattenti temutissimi e quasi impossibili da sconfiggere, e non ultimo furono anche i fondatori della Russia: il primo Rus’, quello di Kiev, era un insediamento vichingo, e dunque anche i russi sono in un certo senso di stirpe norrena.
Al di là di ogni considerazione, di certo lo spettacolo mondiale di questa squadra ci ricorda con entusiasmo e commozione quanto lo spirito di gruppo e la convinzione, mescolati a una tradizione secolare, aiutino a conseguire dei risultati incredibili a livello globale. E questo ci rende un po’ stranamente proprio i norvegesi decisamente i preferiti e i più simpatici.
Francesco Martelli
sovrintendente agli Archivi del Comune di Milano
docente di archivistica all’Università degli studi di Milano
4 risposte
Come sempre leggo con interesse i suoi editoriali che apprezzo moltissimo. Mi permetto di osservare che il modello norvegese per tutti i bambini prevede che fino a 13 anni la competizione non sia il punto di riferimento. Lo sport è a disposizione dei bambini e delle bambine in modo libero e multidisciplinare, in modo che tutti abbiano conoscenze e competenze motorie di base da imparare a utilizzare e da sviluppare. Così arrivano i risultati eccellenti senza esasperare l’attività sportiva dei più piccoli. Da noi è l’esatto contrario, con genitori esaltati che vedono i loro figli come dei campioni da subito se hanno anche minime capacità, o dei relegati in disparte se sono meno in grado di esprimersi a certi livelli. La competizione è degli adulti che la trasmettono in modo esasperato ai bambini, i quali anche nello sport non sanno effettivamente il loro valore fino a quando non lo apprendono in modo traumatico: con l’esclusione. Sicuramente la Norvegia avrà le strutture per poter portare avanti le attività motorie gratuitamente per tutti e persone preparate adeguatamente. Da noi manca quasi tutto, e soprattutto le basi.
Bellissimo articolo !!! Che ci riavvicina al calcio giocato e non solo ! E ci allontana inequivocabilmente dal calcio di….Infantino e Donald, pataccari di bassa lega !!!……
Chissà se anche in Norvegia e Capo Verde ci sono genitori invasati che a sette/otto anni non solo credono di avere in casa dei campioni, ma alimentano certezze e speranze nei loro figli che puntualmente saranno mortificate? Poi i risultati li vediamo: giocatori che per noia diventano dipendenti dal gioco d’azzardo e dalle scommesse, e anche peggio. Ragazzi rammolliti pieni di soldi che ahimè diventano idoli di ragazzini che sognano di arrivare nelle squadre più in auge. E quelli che arrivano davvero non sono all’altezza di nazionali più concrete e senza tanti grilli per la testa.
Mi è davvero piaciuto lo scritto di Francesco Martelli. Un’aggiunta criptica e affettuosa: buon sangue non mente.