Lo smog aumenta contagi e morti da covid: Cremona tra le 6 città peggiori

11 Settembre 2022

Due anni fa, in piena pandemia da covid 19, si tentò di spiegare la maggiore incidenza di decessi in Lombardia, e in particolare in alcune zone tra le quali Cremona e provincia, basandosi su ipotesi, in primo luogo la bassa qualità dell’aria. Oggi sappiamo che lo smog è un fattore determinante nella diffusione del virus e nell’aggravamento delle condizioni di salute di soggetti contagiati.  Lo smog ha  «un impatto sia sulla diffusione del virus, sia sulla mortalità». Lo evidenza un’articolata ricerca dell’università di Pisa, pubblicata tra gli scientific report di «Nature», che ha indagato la relazione tra covid e inquinamento atmosferico.

«Una maggior concentrazione nell’aria di dieci microgrammi per metro cubo di biossido di azoto, Pm2,5 e Pm10 è associata rispettivamente con un aumento di 40,2, 63,7 e 81,6 decessi ogni 100 mila abitanti». Nello studio si parla di mortalità in eccesso, dunque di un maggior numero di vittime,  La medesima maggiore concentrazione degli stessi inquinanti, «è associata con un aumento di 0,27, 0,44 e 0,54 per cento della prevalenza covid». Il che significa che più è alto l’inquinamento più cresce il numero di nuovi positivi. Durante la pandemia la qualità dell’aria ha avuto «un impatto sia sulla diffusione del virus, sia sulla mortalità».

Il covid ha colpito maggiormente le province più inquinate d’Italia: che nell’indice sintetico elaborato dai ricercatori sono quelle lombarde, nell’ordine Monza, Brescia, Milano, Bergamo, Lodi e Cremona (la prima non lombarda, settima, è Torino).  Dunque la scienza dimostra con risultati sempre più solidi che gli alti livelli di inquinamento hanno contribuito ad aggravare le conseguenze della pandemia anche a Cremona che, ricordiamolo, è  classificata da due anni seconda città più inquinata  del Continente dall’Agenzia Europea dell’Ambiente .

La ricerca dell’Università di Pisa indaga i dati relativi alle 107 province italiane. Si parte dal contesto generale, consolidato in decenni di studi, e cioè il fatto che gli inquinanti «possono provocare irritazioni, infiammazioni e più serie infezioni e malattie ai polmoni e alle vie aeree». La maggior parte delle ricerche su smog e covid si è concentrata sulla relazione tra la pandemia e l’esposizione a breve termine ai principali inquinanti. L’articolo di Nature («Assessing the impact of long term exposure to nine outdoor air pollutants on covid-19 spatial spread and related mortality»)  propone invece una prospettiva più ampia. Si inizia dai livelli di inquinamento negli anni 2014-2019, quindi si parla di esposizione a lungo termine. In più, oltre ai principali inquinanti, vengono presi in considerazione anche benzene, benzo(a)pirene e metalli. Gli aspetti chiave sono però altri due: primo, nei modelli di analisi sono state inserite 18 varianti che avrebbero potuto fuorviare i risultati (dalla pioggia, al profilo demografico, alla vicinanza o meno da aeroporti e confini di Stato, e così via). La mole di dati è infine stata analizzata attraverso tre diversi metodi statistici e l’associazione tra il più alto inquinamento e la maggior diffusione e mortalità del virus è stata dimostrata in tutti e tre i casi. In più, lo studio «ha scoperto che, come gli inquinanti più comuni, anche gli idrocarburi policiclici aromatici e i metalli pesanti possono aver avuto un ruolo decisivo nelle differenze di diffusione e mortalità del Covid-19». Sul banco degli imputati, oltre agli inquinanti emessi dalle maggiori aziende industriali, dagli impianti di riscaldamento e dai mezzi a motore, ci sono gli allevamenti intensivi.

Per tentare di comprendere perché la pandemia abbia avuto conseguenze differenti in aree diverse, non è possibile far riferimento solo a uno o più elementi. Le differenze di contesto locale sono infatti il risultato di una complessa interazione di caratteristiche sociali, economiche, geografiche, demografiche. L’analisi ha confermato alcuni aspetti rilevanti. Come si era già compreso a livello empirico negli ospedali fin dai primi mesi della pandemia, gli uomini sono stati più vulnerabili. Adesso però si può dire che «la differenza di un punto percentuale nella presenza maschile nella popolazione è associata con un incremento di 96 decessi per 100 mila abitanti». Da un altro punto di vista, è emerso che le province di confine con un Paese estero hanno avuto un fattore di diffusione potenzialmente più alto, «e in particolare il coefficiente maggiore è risultato il confine con la Svizzera, probabilmente legato all’imponente flusso di transfrontalieri». Altro elemento che ha pesato sulla Lombardia.

Una alta concentrazione di particolato (PM10, PM2.5) rende il sistema respiratorio più suscettibile alla infezione e alle complicanze della malattia da coronavirus. Piu è alta e costante nel tempo (come per gli anziani) l’esposizione a PM, più è alta la probabilità che il sistema respiratorio sia predisposto ad una malattia più grave. D’altra parte, è noto che l’inquinamento atmosferico da PM 2.5, subito dopo dieta, fumo, ipertensione e diabete è uno dei fattori di rischio più importanti per la salute e causa ogni anno 2.9 milioni di morti premature in tutto il mondo..  Cardiopatia ischemica, ictus, malattia polmonare ostruttiva cronica, sono le principali condizioni associate alla mortalità correlata all’inquinamento atmosferico. La possibile interazione tra inquinamento e covid-19 è anche suggerita dal fatto che l’esposizione all’inquinamento atmosferico aumenta il rischio di patologie respiratorie e infezioni acute delle basse vie respiratorie particolarmente in soggetti vulnerabili, quali anziani e bambini. Una associazione tra inquinamento e aumentato rischio di malattie infettive è stata evidenziata anche in uno studio condotto in Cina.

Le conclusioni della ricerca dell’Università di Pisa contengono «l’indicazione alle strategie nazionali e di politica economica di puntare alla riduzione della concentrazione di inquinanti per migliorare la qualità dell’aria (specialmente nel Nord Italia) e per far fronte in modo più efficace a simili, impreviste pandemie in futuro».

 

 

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