Il campo largo è come il rancio della truppa. Ottimo e abbondante per mancanza di alternative. Della serie, o mangi la minestra o salti la finestra. Per adesso è più simile a un campo minato con gli artificieri impegnati, a parole, nella bonifica. Domani è un altro giorno, si vedrà.
Con tanti generali e generalesse occupati nella missione, ognuno con le proprie strategie, è complesso trovare un baricentro. E ancora più difficoltoso costruire una macchina da guerra vincente, diversa da quella gioiosa e fallimentare di Achille Occhetto. Non è però impossibile, comunque obiettivo imprescindibile per una linea comune, l’unica per tentare di vincere le elezioni politiche del prossimo anno.
Potrebbe essere il Campo dei miracoli, quello di Pinocchio, nella città di Acchiappacitrulli, con il Gatto e la Volpe che circuiscono il burattino. Infinocchiato, Pinocchio va in carcere e i due manigoldi restano liberi. Con una differenza sostanziale rispetto al romanzo di Collodi: nel campo largo tutti si reputano il Gatto e la Volpe, tutti con la verità in tasca. Tutti con la soluzione per battere il centro destra. Tutti convinti che Pinocchio sia l’elettore medio, scazzato e qualunquista che, al contrario, è tutt’altro che allocco.
Di sicuro, i citrulli non albergano esclusivamente nel centrodestra, come narrano alcuni arroganti esponenti del centrosinistra che si reputano i più furbi del bigoncio. Orbi per convenienza, fingono di ignorare la presenza di citrulli e opportunisti anche nel centrosinistra, ai quali però lisciano il pelo per una ciotola di applausi e un voto pro domo sua. Fenomeni, maître à penser, paradigmi di tolleranza, inclusione e accoglienza, sono i professionisti dei dibattiti. Sono gli intellettuali più ferrati sulle varietà di chardonnay che sulla differenza tra egemonia e dittatura. Sono loro i frequentatori dei social. Loro che postano foto delle vacanze trendy in qualche borgo medievale o del Salento. Loro che commentano gli ultimi autori fighi e di nicchia. Sì, proprio loro, «Quelli che lo status quo, che nella misura in cui, che nell’ottica, oh yeh. Quelli che hanno una missione da compiere, oh yeh» (Enzo Jannacci).
Per ora, il Campo del vorrei e speriamo che posso è un agglomerato disomogeneo di sinistri e meno sinistri, in cerca di amalgama. Un pot-pourri più avvezzo a seguire il lato mancino che il destro, con numerose eccezioni. Cremona insegna. Negli ultimi mesi, sotto il Torrazzo lo sguardo di alcuni campolarghisti piddini si è rivelato strabico. L’occhio guardava a sinistra, ma vedeva a destra.
Nel campo largo sono schierati Pd, 5 Stelle e Avs (Alleanza Verdi e Sinistra). In stand by Italia Viva di Matteo Renzi, prodotto dell’ingegneria genetica, gatto e volpe insieme.
Nella nostra provincia il Pd è il capocordata indiscusso. È guidato da Rosolino Azzali, sindaco di Corte de’ Frati, nonché portavoce di Andrea Virgilio, sindaco del capoluogo.
Il partito di Elly Schlein è il Manchester City della coalizione. I suoi alleati si arrabattano in serie B. Qualcuno anche in Prima categoria. Soci di minoranza, meritano il massimo rispetto, senza nessuno svilimento del loro ruolo, ma i numeri del consenso sono spietati. Si potrebbe obiettare, grande, grosso e ciula, ma il Pd può essere giudicato in tanti modi, fuorché ciula. Tuttalpiù masochista. O ingordo. O narcisista all’eccesso.
Si sa, piccolo è bello. È un po’ la favola della volpe e l’uva. Intanto il grande comanda.
I 5 Stelle pensano che non sempre il mazzo lo debba tenere il più muscoloso della coalizione. Non sta scritto sulle tavole della legge e non è un dogma. Poi, non sempre l’azionista di maggioranza di una società designa l’amministratore delegato. Le azioni non si contano, si pesano, sosteneva Enrico Cuccia, uno che di queste cose se ne intendeva.
I 5 Stelle, rappresentati da Paola Tacchini, entusiasta consigliera comunale di Cremona, dispongono di un discreto pacchetto di voti. Orfani di due cavalli di razza cremaschi, Marco Degli Angeli e Manuel Draghetti, passati a Schierarsi, l’associazione di Alessandro Di Battista, i pentastellati sono azzoppati. E spiace che le ultime notizie riferiscano di un grave malore che ha colpito Di Battista mentre si trovava a Cuba. Sicuramente volonterosi i 5 Stelle, escluso il capoluogo, patiscono la carenza di punti di riferimento sul territorio provinciale.
I Verdi hanno scelto un duumvirato: Luciano Belotti, consigliere comunale e Teresa Bettinelli, portavoce di No alla logistica. Entrambi di Castel Gabbiano. Bravi, bravissimi, coraggiosi, ma in politica non basta.
Sinistra Italiana si è affidata a Paolo Losco di Ripalta Cremasca. Già candidato sindaco alle ultime elezioni di Crema, è ancora un rosso, neppure tanto sbiadito e con il pugno chiuso d’ordinanza. Sinistro doc, con imprimatur e bolla pontificia, merita d’essere protetto in una riserva per le specie in via di estinzione. Non è però il Diego Maradona della politica locale. Non possiede la mano de Dios che cambia la partita.
Ora, con la massima considerazione dei segretari e coordinatori provinciali, è doveroso precisare che a contare e decidere sono altri. Manovratori non tanto occulti, sono i soliti noti. Che a Cremona, nel Pd, Luciano Pizzetti sia quello che fa e disfa, sintesi tra il cardinale Richelieu e Cesare Borgia, figlio di Papa e lui stesso cardinale, è il segreto di Pulcinella.
Che tra i piddini cremaschi il verbo di Matteo Piloni sia più ascoltato di quello di Azzali è la scoperta dell’acqua calda. Senza contare Stefania Bonaldi, la tequila bum bum della politica in riva al Serio. Nella segreteria nazionale del partito, quando si cimenta in singolar tenzone non fa prigionieri. Che l’highlander verde cremasco Andrea Ladina sia ancora il guru per antonomasia degli ambientalisti per antonomasia non lo dubita neppure il politico più scettico e il più cacadubbi del territorio provinciale.
E poi sorge un altro problema. Pd cremonese e cremasco collaborano con parsimonia. Senza smancerie. Non è un amore grande grande. Piuttosto ridotto, si misura in micron. Convivono senza litigare. Qualche volta la loro linea non coincide. È accaduto per la nomina del collegio dei sindaci di Padania Acque. Succede anche nelle famiglie più collaudate.
Per capire una situazione, spesso più delle parole, contano l’atteggiamento, la postura, i gesti. Venerdì sera, alla festa del Pd di Ombrianello a Crema, sul palco accanto alla segretaria nazionale, c’era la nomenklatura provinciale del partito, compreso il segretario provinciale Rosolino Azzali. Nessuno l’ha citato e per i presenti non addentro alle vicende piddine risultava uno sconosciuto. Una persona sicuramente importante se si trovava lì, ma carneade. Defilato da apparire un intruso e impassibile da sembrare un ingombrante soprammobile, si notava per la stazza da giocatore di basket. Sospettare che fosse preoccupato non è fuori luogo se si considera l’iradiddio climatico che nel pomeriggio aveva devastato Cremona. Ma nessuno dei cremaschi si è degnato di sottolinearlo.
Di sguincio, in un passaggio sul cambiamento climatico, la Schlein ha accennato alla bufera che poche ore prima aveva investito il capoluogo. Quasi un flash, il tempo di un centometrista olimpico. Nulla di più. Poco, troppo poco, per quanto accaduto. Sarebbe esagerato parlare di mancanza di tatto e sensibilità verso Azzali e i cremonesi, ma sarebbe sbagliato non segnalarlo.
Per il Pd, non è il miglior viatico per andar coesi alle trattative per costruire il Campo largo in provincia. Un faro nella notte che illumina la situazione è la lettera di dimissioni anticipate del segretario provinciale Michele Bellini. Risale ai primi giorni di gennaio di quest’anno. «Di fronte alla necessità di individuare soluzioni capaci di tenere insieme esigenze diverse, è prevalsa la preoccupazione di tutelare esclusivamente il proprio ambito di riferimento, a scapito del livello provinciale e mostrando l’assenza di una reale volontà di collocarsi dentro una prospettiva unitaria e condivisa». Superfluo un commento, anche una sola virgola sarebbe pleonastica.
Per vincere non basta indossare la mimetica per apparire tutti uguali e appartenere al medesimo esercito. Non basta annunciare partiam, partiam e credere di vincere la battaglia ancora prima di iniziarla. Non basta una dotazione, ancorché abbondante, di fucili caricati a parole. Non bastano le buone intenzioni, le quali lastricano la via dell’inferno.
Il rancio è ottimo e abbondante, ma un’indigestione di sogni, molti a prezzo di saldo e alcuni un po’ rancidi, non sempre paga.
«Vorrei… Vorrei… Vorrei… Troppi desideri è come non averne nessuno». (Ferie d’agosto, regia Paolo Virzì). Già, il Campo del vorrei e speriamo che posso.
Antonio Grassi