Manifesto anti aborto rimosso da Virgilio e successive spiegazioni, doppio autogol: quando il tacon è peggio del buso

14 Giugno 2026

Probabilmente era in crisi di visibilità. Così Andrea Virgilio, sindaco di Cremona, Pd di origine controllata, ha provveduto, ma forse ha esagerato. Coerente con il nome del partito, ha democraticamente ordinato di rimuovere il manifesto pro-vita affisso da tempo, in uno spazio riservato alla pubblicità in una zona antistante l’ospedale di Cremona. L’azione ha trovato spazio sui media locali e, in un battibaleno, il sindaco è diventato il centro di gravità, baricentro del dibattito politico cittadino. L’astinenza mediatica si è trasformata in overdose. In tempi record, la polemica ha raggiunto i picchi del passato, con lui protagonista indiscusso.

Il clima è ritornato ai tempi dello scontro per i fondi regionali alla liuteria, che lo aveva visto contrapposto al consigliere regionale di Fratelli d’Italia, Marcello Ventura, e agli stessi liutai. Alla promozione della cremonese in Serie A, con la sua assoluzione agli ultras, che avevano ballato sull’antico tavolo della Consulta comunale. Al video girato all’alba per giustificare la rotatoria di via Moreni. Allo spottone autoreferenziale di fine-inizio anno per documentare i suoi successi istituzionali. Lui silenziosa superstar e Olly che cantava: «Che più fastidio vi do, più voglio starmene qui». Molto fico, ma l’erba voglio non cresce nemmeno nel giardino del re. Ancora meno in quella del sindaco di Cremona.

Non è chiaro se la rimozione del manifesto sia stata un’operazione di distrazione di massa, un rigurgito di integralismo ideologico, un’inquisizione laica, una censura. Una minchiata. Un autolesionismo tafazziano.  È chiaro, invece, che la decisione è un autogol politico. Sostenere che Virgilio abbia calpestato una torta – ma non quella paradiso – è assai vicino alla realtà.

Se l’intenzione era di spostare l’attenzione dalle polemiche sulle nomine del collegio sindacale di Padania Acque, con relativo matrimonio contro natura tra Pd e Fratelli d’Italia, il progetto è in parte riuscito. Già, come quello di chi spegne il fuoco con la benzina. Difficile, invece, sia un rigurgito di integralismo ideologico. Il crollo del muro di Berlino ha portato alla società liquida.  All’opportunismo e alle alleanze asimmetriche. Ai cambi di casacca al ritmo della sostituzione della biancheria intima.  La tecnocrazia ha sfrattato la politica e l’ha asservita. Nel nostro territorio gli stakeholder tengono il banco e danno le carte e i partiti battono i tacchi.  E il citato accordo Pd-Fratelli d’Italia per Padania Acque conferma che non solo l’ideologia è andata a farsi fottere, ma anche il pudore. Non esiste più vergogna, cancellata da un accordo osceno, ammesso che in politica esistano moralità ed etica. Un patto sottoscritto alla luce del sole, con l’arrogante sicurezza di essere nel giusto. Questo è il problema.

La devianza si è fatta normalità, con la complicità dell’indifferenza e con poche e inascoltate voci fuori dal coro. La metamorfosi è compiuta.  La spartizione delle poltrone ha sostituito il bene comune nelle priorità della politica locale. 

Inquisizione laica.  Potrebbe essere, ma è poco probabile. Virgilio, possiede molte qualità, ma non le caratteristiche per ricoprire il ruolo di inquisitore. E la gestione del Comune in questi anni rafforza questa impressione.  Gli manca la stoffa del mastino domenicano inflessibile contro gli eretici. Non è Bernardo Gui, il monaco reso popolare da Umberto Eco con Nel nome della rosa. Soprattutto nel minestrone della politica locale non servono inquisitori. Scarseggiano gli eretici. Abbondano i carrieristi.  

La censura non si addice a un partito che si è battuto contro la legge sul bavaglio alla stampa. Approvata nel 2024, non nel giurassico, giudicata dal Pd un arretramento della democrazia, aveva schierato il partito in prima linea per contrastarla.  Togliere un manifesto esposto nel rispetto della normativa, invece, promuove la democrazia?  Per cremaschi e lodigiani diversamente giovani Virgilio ricorda Francesco Novello, procuratore di Lodi. Negli anni sessanta e inizio settanta, sequestrò centinaia di film. Anche un manichino in topless. 

Il binomio minchiata politica e autolesionismo tafazziano è un’ipotesi credibile. Imporre la rimozione di un manifesto, già bruciato dal sole e bagnato dalla pioggia, affisso nel rispetto del regolamento comunale, senza che pubblicamente qualcuno avesse protestato o mosso rilievi, equivale a mettersi davanti al plotone d’esecuzione, privati della possibilità di una telefonata che salva la vita, come avverte una pubblicità.

A chi ha giovato il diktat del sindaco? Non all’Amministrazione comunale che si è trovata in mezzo a una bufera da lei stessa provocata.  Ha incassato un documento sottoscritto da Paolo Emiliani (presidente del Movimento per la Vita di Cremona), Barbara Bodini (presidente del Centro d’Aiuto alla Vita), Giorgio Celsi (presidente dell‘Associazione Ora et labora in difesa della Vita), Jacopo Coghe (portavoce di Pro Vita & Famiglia APS), Massimo Gandolfini (presidente Family day –Difendiamo i nostri figli). Poi un’interrogazione di Matteo Carotti, consigliere comunale di Fratelli d’Italia. Infine un comunicato di Forza Italia sottoscritto da Andrea Carassai, capogruppo in consiglio comunale, e da Luca Ghidini, segretario del partito a Cremona.

Un trattamento da spa termale extralusso per Virgilio, compreso un servizio di barba e capelli, pelo e contropelo e una spruzzatina di dopobarba. Perché il sindaco ha regalato un rigore ai promotori dell’iniziativa, i quali non si sono fatti pregare a calciarlo con successo in una porta sguarnita? Nessun segreto, i motivi vengono spiegati da lui stesso con un chilometrico post, un pistolotto in gergo giornalistico, su Facebook. Un’excusatio non petita, grondante buoni sentimenti, buone intenzioni, buono tutto. In sintesi un harakiri politico da oscar. 

Non c’è stata alcuna censura per motivi religiosi, morali o culturali. Si è proceduto alla rimozione di un messaggio potenzialmente disturbante per donne in procinto di entrare in ospedale. Virgilio veste i panni di un parroco di campagna di una volta, tonaca e collarino, e spiega che l’ospedale «È il luogo in cui si arriva per curarsi, per chiedere aiuto». A seguire una spatafiata di luoghi comuni per titillare emozioni e creare un clima da film melodrammatico. Una descrizione adatta a un romanzo di Carolina Invernizio. 

Nel ruolo di moralista da libro Cuore, Virgilio spara banalità in quantità industriale. «Nessuna donna – sottolinea – dovrebbe sentirsi colpevole, esposta o moralmente messa sotto accusa mentre accede a un servizio sanitario previsto dalla legge».  Ma lui non è l’avvocato Atticus Finch de Il buio oltre la siepe. È solo un sindaco. 

Per non farsi mancare nulla, Virgilio sbaglia il momento dell’entrata in scena. Un errore che lo costringe a condividere il palcoscenico contemporaneamente ai fuochi d’artificio per il concerto di Tony Pitony in programma il 3 luglio nell’ambito di Tanta Robba Festival. Polemica innescata direttamente da Alessandro Portesani, consigliere di minoranza di Novità a Cremona, e di sguincio da Chiara Capelletti, di Fratelli d’Italia.  Dove sta il problema? Semplice, il sindaco che con tanto zelo si preoccupa di salvaguardare donne, non spiccica una parola sui testi trash, volgari e provocatori delle canzoni di Pitony.  Sessisti e misogini, diventa difficile considerarli un’espressione artistica e dare un’interpretazione diversa da quello che dicono.  Leggere per credere. Cosa ne pensa Virgilio dei testi di Culo, di Donne ricche, di Stimoli

E’ il solito sistema, vecchio come il cucco: due pesi e due misure. E’ il solito Virgilio. Sempre fuori tempo, ma con gli applausi delle erinni del Pd e dintorni. Ma è normale. Almeno a Cremona.

 

Antonio Grassi

 

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