Paola Moglia espone a Crema, le sue opere fonte d’energia

7 Novembre 2021

Paola Moglia espone al teatro S. Domenico di Crema portando opere che possano dar luce ed energia allo spettatore, un tema caro all’artista, nel quale esprime la sua anima che racchiude la luce che è nei suoi quadri.

Paola Moglia. Una donna che non ama parlare delle sue opere, lasciando che esse parlino da sole attraverso linguaggi e tecniche originali, coraggiose, capaci di dare spessore al dipinto affinché esso divenga bassorilievo, affinché il colore divenga corpo, il rosso
divenga sangue appena rappreso e l’azzurro una striscia di cielo tangibile. Così la luce non solo si vede, ma si sente, si percepisce al tatto, si può sfiorare. Così i corpi non sono costretti a rivelarsi nel loro nudo realismo quanto attraverso panneggi che ne restituiscono alla vista un’intuizione; ciò che è avvolto nel tessuto, nella veste o nella sindone è solo l’idea, una traccia di uomo o di donna, un dannato che vola verso la redenzione o il diavolo scagliato all’inferno, un uccello che si libra in volo, l’araba fenice…

Visioni da un’altra dimensione che coesiste con la nostra, visioni essenziali e materiche, algide e calde nello stesso tempo, tragiche e catartiche. Oltre ogni stantia convenzione. Il noumeno si dimena per diventare fenomeno ed uscire allo scoperto, per farsi guardare. Si
svela e rivela. Con timidezza oppure in  un’esplosione primitiva di colori.

Lo spirito si sprigiona dalla materia e viene immortalato mentre tenta la fuga. Braccato da Paola Moglia, esso si arrende alla presa dell’arte, all’artiglio d’artista. Che afferra l’attimo e che tutto può. Oltre ogni ortodossia, canone, regola fisica, categoria imposta. Ma Paola  Moglia ci regala anche i silenzi e le estasi di fondali bianchi, grandi campiture irregolari come vecchi muri non stabilizzati, sfondi su cui ciascuno che guardi a fondo può riconoscere i propri insondabili abissi, ove la luce ha assorbito anche il più buio dei ricordi rimossi. Ove sogni e memorie si contendono il primato.

Rimembranze che diventano reperti quando è la madre Terra, non più l’individuo, a voler condividere alcuni capitoli della propria storia. Ed ecco allora i ‘ritratti’ di fossili, vivi ancora oggi nell’impronta formatasi in un’era geologica lontana e quasi ineffabile, ma che ha lasciato tracce nell’oggi, prove di vita che non sfuggono all’artista, ansiosa di fermarle a sua volta nel tempo e nello spazio. Un ritorno al presente che è presagio di un’apparente
eternità.

Che gli strumenti di Paola siano basi di acciaio, ferro arrugginito o di argento che sembra appena ossidato, reti metalliche o trasparenti e futuristici plexiglass, è  un dato di fatto che in essi prendono vita, si agitano o si riflettono (come dopo la pioggia in una pozzanghera),
schizzi vitali di colori acrilici o corpi sospesi di carta trattata e più volte imbevuta in alchemiche ‘pozioni’. E la magia si rinnova ogni volta.

Ciascuno guardi e veda (scorga) ciò che la sua immaginazione vuole scoprire. L’arte è libertà. Per chi crea, ma anche per chi ne fruisce.

Gigliola Reboani

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