«Il Tribunale di Cremona, in composizione collegiale, ha respinto oggi il reclamo presentato dalla Canottieri Baldesio A.S.D. e ha confermato integralmente l’ordinanza con cui il giudice Daniele Moro, lo scorso 15 febbraio, aveva sospeso la mia esclusione dall’associazione. Se fossi nei panni dei consiglieri che hanno proposto la mia radiazione e dei probiviri che l’hanno votata, oggi mi dimetterei. Sono stati loro a impegnare migliaia di euro di quote sociali — denaro dei soci — per portare avanti un’esclusione che, sulla radiazione, quattro magistrati diversi hanno ritenuto infondata: prima il giudice Moro, in via monocratica, e oggi i tre giudici del collegio che hanno respinto il reclamo. Sono stati loro a scegliere di affidare la difesa dell’associazione a un legale che è a sua volta socio della Baldesio, in una vicenda che ha riguardato un altro socio. Sono stati loro a insistere, dopo l’ordinanza del giudice Moro, proponendo un reclamo che oggi è stato rigettato e che ha comportato la condanna dell’associazione anche al raddoppio del contributo unificato. Ciascuno di noi, di fronte a un esito di questa portata, dovrebbe trarre le conseguenze che la coscienza suggerisce. Io, al loro posto, le avrei già tratte.
La decisione di oggi mi restituisce, in via definitiva nella fase cautelare, il pieno diritto di partecipare alla vita sociale del sodalizio: a cominciare dalla prossima assemblea, nella quale i soci saranno chiamati a discutere e a deliberare su interventi per circa sette milioni di euro. Si tratta di scelte che incideranno per anni sul patrimonio e sul futuro della Baldesio, e che riguardano tutti i soci: che ciascuno possa esprimere il proprio voto e la propria opinione non è un favore, è il fondamento stesso di un’associazione democratica.
La Baldesio avrebbe potuto, già a febbraio, prendere atto della decisione del giudice Moro. Ha invece scelto di proseguire, impugnando quel provvedimento davanti al collegio e impegnando ulteriori risorse — risorse che sono dei soci — in un contenzioso che oggi i tre magistrati hanno definitivamente respinto. Confido che siano i soci a prendere atto di ciò che sta accadendo: di come vengono spese le risorse comuni, di come vengono trattati gli associati che chiedono trasparenza, di quale immagine la nostra associazione stia offrendo all’esterno. Sono i soci, in assemblea, gli unici titolati a trarne le conseguenze.
Il Collegio ha scritto, con parole che non lasciano spazio a interpretazioni, che la delibera di esclusione “non soddisfa i requisiti” di specificità richiesti dalla legge, che gli addebiti erano enunciati con “richiami generici” privi di date, luoghi e contenuti, e che simili carenze non possono essere colmate dopo, in sede di reclamo. Il giudice Moro, nel provvedimento confermato oggi, era stato ancora più netto: gli addebiti contestati erano “manifestamente generici” e l’esclusione costituiva “un pregiudizio irreparabile” per il socio.
Una vicenda che il mio avvocato, in tribunale, ha riassunto con un’immagine che mi ha colpito. Nella memoria difensiva depositata contro il reclamo della Baldesio, il legale che mi rappresenta ha sostenuto davanti al Collegio che il titolo di questa vicenda potrebbe essere “la rivolta di Spartaco”, o “reato di lesa maestà”.
Ha scritto, testualmente, che sono stato sanzionato — prima con sei mesi di sospensione, poi con l’esclusione — soltanto perché ho cercato, “in esecuzione dei noti principi di chiarezza, trasparenza e libertà di espressione, di fare luce sulla gestione amministrativa e patrimoniale della Baldesio, incrinando il potere assoluto dell’attuale organo gestorio”. E ha aggiunto, con parole che non sono mie ma che condivido fino in fondo, che la sospensione prima e l’esclusione poi dovevano rappresentare “un monito per tutti i soci: chi non china la testa sarà eliminato”. Non sto al gioco di chi mi attribuisce un protagonismo che non ho mai cercato. Ma il principio per cui in un’associazione democratica nessuno può essere espulso per aver esercitato il diritto di critica e di accesso, quello sì lo rivendico per intero, non per me, ma per tutti i soci che oggi hanno paura di parlare.
Voglio ribadire ciò che ho sempre detto, fin dall’inizio: non ho mai chiesto nulla di più di quanto la legge e lo statuto riconoscono a ciascun socio. Ho chiesto di poter vedere i bilanci e la documentazione contabile, come prevede il principio di trasparenza associativa. Ho chiesto di poter esprimere critiche e dubbi sulla gestione, come prevede il diritto di critica. Ho chiesto che il procedimento disciplinare a mio carico si svolgesse con contestazioni precise e nel rispetto delle regole statutarie. Niente di più, niente di meno.
Quello di oggi non è il primo riconoscimento dei miei diritti. È l’ultimo, in ordine di tempo, di una sequenza più ampia di provvedimenti, emessi in procedimenti diversi e su materie diverse, che mi hanno sempre visto riconoscere le ragioni che andavo affermando:
23 dicembre 2024 il giudice Benedetta Fattori, accogliendo il mio ricorso d’urgenza ex art. 700 c.p.c., ha ordinato alla Baldesio di consentirmi la consultazione e l’estrazione di copia dei libri sociali, dei bilanci consuntivi e preventivi, dei registri IVA, degli estratti conto bancari, delle fatture e dei contratti dell’associazione, condannandola anche alle spese di lite. Il diritto di un socio di accedere alla documentazione contabile e amministrativa mi era stato negato per mesi: ho dovuto rivolgermi al giudice per ottenerlo;
26 giugno 2025 il G.I.P. Elisa Mombelli ha respinto la richiesta di archiviazione del Pubblico Ministero relativa alla querela per diffamazione che avevo presentato per la pubblicazione, sul sito dell’associazione, di un testo lesivo della mia reputazione e per l’esibizione, in occasione di un’assemblea dei soci, di magliette con scritte offensive nei miei confronti. Il giudice ha riconosciuto la fondatezza delle mie ragioni e ha disposto ulteriori indagini: il procedimento penale per diffamazione prosegue;
16 gennaio 2026 il G.I.P. Pierpaolo Beluzzi ha archiviato, con la formula più ampia — “il fatto non sussiste” — il procedimento penale che otto consiglieri della Baldesio avevano fatto avviare a mio carico, ipotizzando il reato di pubblicazione arbitraria di atti di un procedimento penale. Secondo il giudice, la condivisione di una mia querela in una chat ristretta tra soci non integrava il reato contestato, perché si trattava di un atto compiuto da un privato e non dall’autorità giudiziaria, e perché la diffusione era avvenuta in un gruppo limitato di soggetti, in un contesto di “essenziale connotazione di riservatezza”, tale da escludere la natura “estesa o arbitraria” della pubblicazione richiesta dalla norma. La condotta, ha scritto il G.I.P., era “priva della necessaria offensività in concreto”;
15 febbraio 2026 il giudice Daniele Moro ha sospeso l’efficacia della delibera di esclusione, qualificando come “manifestamente generici” gli addebiti che mi erano stati mossi e ritenendo l’esclusione fonte di un pregiudizio irreparabile;
29 aprile 2026, il Tribunale di Cremona in composizione collegiale — presidente Andrea Milesi, giudici Antonia Gradi e Federica Meloni — ha rigettato il reclamo proposto dalla Baldesio contro il provvedimento del giudice Moro, confermandolo integralmente e condannando l’associazione al pagamento di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato.
In totale, sette magistrati hanno deciso, in cinque distinti procedimenti, le cause che mi vedevano contrapposto alla Canottieri Baldesio: tutti mi hanno dato ragione. Quattro di loro — il giudice Moro e i tre del collegio di oggi — si sono pronunciati specificamente sulla radiazione, e tutti e quattro hanno ritenuto la delibera di esclusione priva di fondamento.
Aggiungo una considerazione che mi è dovuta, e che credo dovuta anche a chi mi conosce. Un’esclusione da un’associazione non è soltanto la perdita di un diritto: è una sanzione che, nella sua natura, presuppone una indegnità del socio, perché dall’associazione si allontana, di norma, chi si è reso responsabile di condotte gravemente riprovevoli. La pronuncia di oggi, e quelle che l’hanno preceduta sulla radiazione, restituiscono dunque non soltanto i miei diritti, ma anche la mia reputazione di socio e di persona. In sessantaquattro anni di appartenenza alla Canottieri Baldesio non ho mai ricevuto una sanzione, nemmeno la più lieve. Sono presidente di una fondazione benefica e socio di un’azienda storica cremonese che dà lavoro a molte famiglie. Non avevo bisogno che un giudice me lo dicesse, ma è giusto che oggi lo abbia detto: l’esclusione era infondata, e con essa cade ogni implicito giudizio sulla mia persona.
Resto profondamente legato alla Canottieri Baldesio e alla sua storia. Proprio per questo continuerò a chiedere, con la stessa determinazione di sempre, una cosa sola: che lo statuto venga rispettato, che i diritti dei soci siano garantiti, e che le decisioni che riguardano il futuro dell’associazione vengano prese nelle sedi proprie, con le procedure proprie, e nel rispetto di tutti.
Il mio avvocato ha scritto al Collegio che porto avanti, “a mie spese e a mio rischio, una battaglia di libertà che ha già visto, e sta vedendo, crescere il consenso dei soci che aspirano a una gestione della Baldesio normale, trasparente e chiara, nel rispetto della fama che l’associazione ha conseguito negli anni sul piano sportivo”. È esattamente così. E continuerà a essere così».
Alberto Corazzi

