Ecco come viveva una donna nell’Italia patriarcale

7 Novembre 2023

Paola Cortellesi ci ha abituato a masticare temi di attualità, con il sorriso sulle labbra. Alla sua prima prova come regista, nel film “C’è ancora domani”, non dimentica il suo talento di attrice comica, partendo da lontano, siamo nel primo dopoguerra, in una Roma non da cartolina né da vacanze romane, bensì borgatara e burina, ancora pattugliata dagli americani, le code per il cibo, lo svantaggio di essere donna in una società patriarcale e violenta. Dopo 30 film, serie tv, tante apparizioni televisive e un David di Donatello Paola confeziona un film un po’ drama un po’ comedy in bianco e nero, che non fa neppure per un istante rimpiangere il colore. Ma neppure la lezione neorealista. Il suo è un film unico, se vogliamo didattico, spiega senza reticenze e leggerezza, solo lei riesce a tenere insieme le due cose, con grazia impareggiabile, come viveva una donna in un’Italia patriarcale sulla soglia dell’emancipazione. Il bianco e il nero rievocano la miseria, anche culturale, il degrado umano e sociale, di un’epoca piena di rancore, di revanscismi, di parvenu, di corruzione.

Attenzione perché qualsiasi cosa, qualsiasi, si possa dire del film significa fare spoiler. Il film andrebbe visto senza preparazione, a mente serena, senza pregiudizi, per lasciare spazio alle emozioni contrastanti che investono lo spettatore. Prudono le mani e monta una rabbia atavica mentre il marito di Delia, Ivano, un ruolo disgustoso per Valerio Mastrandrea, la picchia. Il film comincia con uno schiaffo. Delia vive in un sordido sottoscala con il marito, una figlia da far sposare al più presto, due figli maschi, più piccoli, già addestrati a quella mascolinità che è possesso, parolaccia, aggressività. In casa vive confinato nella sua stanza il suocero sor Ottorino allettato (un bravissimo Giorgio Colangeli) che dispensa consigli al figlio su come tenere a bada una moglie che non sa stare zitta. Alla donna si chiede obbedienza e silenzio. “Ie devi menà na vorta al mese, ma forte. No tutti i giorni, sennò nun capiscie”. Delia ha qualche istante rubato di dolcezza grazie a una amica ambulante Marisa (una bravissima Emanuela Fanelli) un caffè, una sigaretta, un invito a fare insieme la marmellata di albicocche, e il dolcissimo Nino (Vinicio Marchioni) un amore di gioventù che le regala qualche istante rubato di felicità e, forse, un varco di speranza. Delia è solo apparentemente remissiva, fa mille lavoretti per portare a casa qualche lira (punture a domicilio, riparazioni sartoriali, assemblaggio di ombrelli, lavandaia). Non dà tutto al marito, fa una cresta sui guadagni per alimentare un gruzzoletto al quale cambierà destinazione d’uso, man mano che cresce in lei una maturazione e si delinea la sua rivalsa. Sarà la figlia adolescente Marcella (Romana Maggiora Vergano) a farle da specchio e a diventare sua complice facendo scattare in lei un progetto che dal personale diventa universale, un inno di liberazione per tutte le donne. Che passa per l’istruzione, il diritto di voto, l’autodeterminazione. Fino all’ultima scena, Delia è incastrata nel sistema. La sorpresa finale fa scatenare l’applauso del pubblico in sala e stempera la tensione accumulata per tutto il film. La sua corsa forsennata finale, in una Roma diroccata e cattiva, con la camicina nuova e non più quella vecchia tutta rammendata, è un gesto fortissimo verso la libertà.

Il film cavalca un vortice di emozioni forti, che la Cortellesi ha tecnicamente tenuto a bada, spiazzando lo spettatore, virando i climax in musical. Le scene di violenza diventano balli, come se fossero rituali primitivi, qualcosa che crea un’ineluttabile normalità nella routine quotidiana di una donna che lavora in casa come un mulo e tribola fuori casa per portare a casa la pagnotta, pagata meno dei colleghi maschi. La scena in cui lava alla mattina il suocero, uno zotico imperdonabile, le scene di sesso, non si vede nulla ma sono stupri, le umiliazioni in cui mastica offese ad ogni respiro fanno pensare a quante Delia ci sono state nella storia umana e quante ce ne sono oggi. Quanti femminicidi ci sono ancora? Quante donne guadagnano meno del collega maschio? Quante donne non sono libere? Quante donne sono ancora considerate oggetto da possedere, non essere umano da amare? Il rimbalzo con l’attualità è realizzato con un uso straordinario delle scelte sonore: un mix di canzoni d’epoca e canzoni contemporanee. Cortellesi attualizza così un fenomeno irrisolto, che è costato e costa ancora tante lacrime e sangue. Riesce con delicatezza ad affondare il dito in una piaga purulenta, che affonda radici antiche, difficili da estirpare. Quella di Delia, nel 1946, è stata la grande battaglia delle nostre nonne. Una battaglia vinta, ma non una guerra, contro l’ignoranza e la cattiveria degli uomini contro le donne, uomini giustificati sempre da una logica di superiorità perversa e non sempre adeguatamente puniti. Per Ivano la giustificazione è: “E’ nervoso, perché ha fatto due guere”. 

Non viene meno la speranza. Il film si intitola “C’è ancora domani”. Fa riferimento a un evento personale, che espande una benedizione assoluta per la donna e allarga i confini ad un auspicio di riscatto per tutte le donne. Un messaggio per il futuro, che è presente. Delia è una piccola eroina, il sorriso finale della Cortellesi, che le presta anima, cuore e corpo, fa accendere la gioia sul volto di tutti. 

Si torna a casa leggeri. Restano nella mente tante immagini. Il biglietto sgrammaticato lasciato da Delia alla figlia sul comodino, con il suo tesoretto in lire, racchiude la scoperta più grande e il dono più bello che una madre possa fare a una figlia: non un abito da sposa, ma la conoscenza. Delia capisce, dopo tanta tribolazione personale e un conflitto con la propria autostima danneggiata e ferita, che la cultura rende liberi. 

 

Francesca Codazzi

11 risposte

  1. Come sempre sai descrivere con delicatezza e profondità. Coinvolgi il lettore.
    Non avevo intenzione di vedere il film, ma la tua recensione mi fa venire voglia di correre al cinema.

  2. Complimenti Francesca, la critica cinematografica fluisce dalla tua penna mirabilmente. Non ho ancora visto il film, ma adesso non vorrei proprio perdermelo.

  3. Complimenti, hai recensito il film da indurmi a vederlo.
    Il tuo narrare è sempre impeccabile.
    Sei una scrittrice talentuosa.
    Un caro saluto.

  4. Voglio ringraziare i miei lettori, soprattutto le mie lettrici, scrivete cose bellissime , superandomi. Vi voglio bene e provo solo infinita gratitudine

  5. È una recensione lucida e perfetta.
    Questo film è difficilissimo descriverlo perché le emozioni che suscita sono tantissime, a volte addirittura contraddittorie, e non sono traducibili in parole se non correndo il rischio di banalizzare o di eccessivamente esaltarlo.
    Io riesco solo a descriverlo così….quando sono comparsi i titoli di coda, ho avuto la sensazione come di aver trattenuto il respiro dall’inizio fino alla fine. E quando ho ripreso a respirare, mi sono sentita più forte.

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