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ASSieme, l’organizzazione delle associazioni datoriali, si è stancata del fiume di parole della politica e di altri soggetti istituzionali.  Dopo l’incontro del 2 aprile in sala Maffei sulle Zone di Innovazione e Sviluppo (ZIS) è intervenuta a gamba tesa – precisa Cremonaoggi – per criticare il convegno. E se lo afferma una testata moderata e non aprioristicamente ostile all’establishment significa che gli organizzatori hanno fatto pipì fuori dal vasino. Oppure tenevano delle buone ragioni per agire nel modo criticato e non sono stati capiti o la comunicazione è stata maldestra. Ma non è questo il punto. È l’eccezionalità che induce a riflettere. 

Con un comunicato poco diplomatico, inusuale per la nostra provincia, ASSieme ha bollato l’iniziativa un’opportunità mancata. «Una occasione in cui si è assistito ad una sorta di lectio magistralis, invece di creare un momento concreto di confronto sulle ZIS con il sistema di rappresentanza delle imprese». 

Le ZIS sono un modello sperimentale promosso dalla Regione Lombardia per rafforzare la competitività dei territori lombardi. Puntano a favorire la condivisione di strutture, lo scambio e il trasferimento di conoscenze, la creazione di reti tra imprese, start-up, ricerca e formazione. Promuovono la collaborazione tra le stesse imprese, università, centri di ricerca, enti pubblici e società civile. 

Nell’ottobre scorso le province di Cremona, Brescia, Lodi e Mantova hanno firmato sotto il Torrazzo una lettera di intenti che avviava un percorso condiviso per la candidatura congiunta dei quattro territori alla ZIS dedicata al settore agro-alimentare. Sulla carta booster per rilanciare il territorio, nella realtà ha già provocato contestazioni e mal di pancia. Se il buon giorno si vede dal mattino, quello della ZIS è stato nuvoloso con tuoni poco rassicuranti.

Durante l’incontro contestato, riferiscono le cronache, il presidente dell’Associazione Industriali, Maurizio Ferraroni sarebbe dovuto intervenire, ma non è stato possibile. Hanno preso invece la parola Roberto Mariani, Carlo Bottani, Emanuele Moraschini, Fabrizio Santantonio, rispettivamente presidenti delle province di Cremona, Mantova, Brescia e Lodi. L’episodio può essere archiviato come un incidente di percorso non trascurabile, ma non grave. Oppure sintomo di un malessere che non può più essere taciuto. Tessera di un puzzle, l’incazzatura conferma l’ipotesi di uno stato comatoso della politica locale. Mosaico ancora da completare, comunque da tempo già leggibile, adesso ancora più chiaro.  ASSieme è stanca di parole e si aggiunge al coro dei tanti che, con Mina, cantano: «Caramelle non ne voglio più. Le rose e i violini questa sera raccontali a un’altra». 

 Non è il primo fuori strada della politica e delle istituzioni locali. Conferma il disagio che si cela dietro la narrazione mainstream dei burattinai di casa nostra. Basata su una retorica da quattro soldi, è costruita su illusioni verbali.  Impostata, direbbero gli intellettuali, su fallacie argomentative.  Ricco di invitanti promesse e di soluzioni ottimali, il messaggio è poco più di uno storytelling permanente. Privo di valide fondamenta, alla fine della fiera, risulta la fiera delle buone intenzioni. Le stesse che lastricano la via dell’inferno. 

Per anni si è favoleggiato su Cremona porto di Milano e collegamento della metropoli al Mediterraneo, grazie a un canale navigabile che avrebbe portato le bettoline dalla metropoli fino sotto il Torrazzo. In pratica qualcosa di più di una gallina dalle uova d’oro per consulenti e progettisti dell’opera. Stesso copione per la navigabilità del Po, tema oggi in declino e cullato da pochi irriducibili sognatori o affaristi.

Da decenni i pendolari protestano per i ritardi e i disservizi dei treni per Milano. Da decenni politici e amministratori pubblici locali, regionali e nazionali promettono di risolvere il problema. Il treno, più testardo di un mulo, non cambia abitudini. 

A Crema non è arrivato in orario neppure l’Ulivo express di Francesco Rutelli, candidato premier nel 2001. Accompagnato dalle note di Canzone Popolare di Ivano Fossati e con uno stuolo di giornalisti e cameramen per contorno non è riuscito a cambiare l’andazzo.  E infatti ha perso.

Ancora, Reindustria, tenuta in vita per anni, con accanimento terapeutico, dopo avere egregiamente rilanciato l’area ex Olivetti di Crema e concluso il lavoro per il quale era nata. 

E poi nei mesi scorsi, la vicenda di Centro Padane Engineering Srl, pagina di politica locale degna di entrare nel Guinness dei primati alla voce pastrocchi. 

Se si vuole esagerare e arricchire il piatto basta aggiungere la nomina del consiglio di amministrazione di Padania Acque e le polemiche per la modifica dello statuto della società. Si potrebbero estrapolare altre perle politico-amministrative dalle cento, qualcuno dice centocinquanta, altri dalle duecento pagine del Cahiers de doléances della politica e dell’amministrazione del nostro territorio, ma il troppo stroppia. 

In questo contesto diventa difficile separare il grano dalla zizzania. Se si escludono rare eccezioni – una rondine però non fa primavera – il panorama è piatto. Soprattutto arido.  La fotografia generale è sfocata. Nitidi invece i profili dei protagonisti. Stanchi e inermi, sono afflitti da burnout.  Non per eccesso di lavoro, ma per le capriole, i contorcimenti, le arrampicate sugli specchi per mantenere il consenso.   

Per modificare il quadro servirebbero leader capaci di dare una scossa e imporre una svolta. Invece, anche quei pochi generali degni del grado, traccheggiano e si barcamenano.  Più interessati a salvaguardare il proprio ruolo che a impegnarsi per il bene comune, argomento stabile dei loro interventi. Ieri crociati lancia in resta a perorare una posizione, oggi scatenati pasdaran per sostenere quella contraria. E domani chissà? Come per la giovinezza «Chi vuole esser lieto, sia, di doman non c’è certezza». Ma i leader di casa nostra non sono giovani. E non conta l’età.

A peggiorare la situazione è l’attrazione fatale di politici e amministratori locali per le grandi opere. Quelle importanti. L’autostrada Cremona-Mantova e il nuovo ospedale in prima fila. Belle e impossibili, forse superflue, sono le chiavi per entrare nella storia della nostra provincia. Ma si dimentica il rovescio della medaglia. Il passo per traghettare dalla grande opera alla grande minchiata è breve.

E adesso è l’ora della ZIS.  Bravi, bis e avanti tutta. Ma non basta una lectio magistralis, il sostegno della stampa amica e la passerella dei big della politica locale per trasformare una buona idea, prima in un progetto e poi in un’opera o un servizio.

ASSieme ha avuto due meriti. Entrare a gamba tesa e ricordare che non sempre tutto va bene, madama la marchesa. Segnalare che anche  a Cremona qualcuno dice no.

Cosa aggiungere di più? Niente. Ennio Flaiano aveva già spiegato tutto: la situazione è grave, ma non seria. Si riferiva alla politica in Italia. Vale anche per la nostra provincia.

 

Antonio Grassi

Nella foto centrale la sede della Provincia di Cremona

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