Sergio Tarquinio ci ha lasciato. Ma il suo tempo non è perduto.
Da ieri sera Sergio Tarquinio non è più con noi. Me l’ha comunicato il figlio Marco. Sergio ha attraversato il confine invisibile che separa la vita dall’assenza. Ha scavalcato il muro. Ora ha risolto il mistero. È di là. Si è riunito alla sua amata mamma della quale portava con sé il ricordo costantemente. Me ne aveva parlato con le lacrime agli occhi l’ultima volta che ci siamo incontrati, qualche anno fa, durante l’ultima intervista che gli ho fatto. Una lunga chiacchierata in verità.
Vado a memoria… Ricordo una grande stanza, il suo studio ricolmo di tele e disegni, raccolte di litografie, di prove a colori, bozze, volumi, un ritratto di sua madre, una crocifissione non terminata… quella luce che solo i laboratori d’artista hanno. Come se fosse il pittore a dipingere i chiaroscuri sulle pareti per niente spoglie.
Dell’artista Tarquinio ricordo l’esperienza in Argentina, la ricca produzione, fasica come deve essere l’evoluzione espressiva personale di un intellettuale vero, i leggendari personaggi della “sua” Storia del West made in Bonelli editore… L’ultima mostra-tributo del Centro Fumetto Andrea Pazienza, i suoi 100 anni. Un secolo di vita, un secolo di storia, cent’anni di memoria impressa nella sua mente e nelle sue opere. Gli occhi lo stavano tradendo, ma era lucido, presente, più obiettivo e consapevole di quanto fosse mai stato.
Questa era la mia impressione nelle ore che seguono al pranzo e preludono al tramonto. L’ora in cui i “vecchi” – mi diceva – non sono ancora troppo stanchi. Ringraziava ogni mattina il Signore per essere ancora in vita, mi confidava. Tanti gli acciacchi, ma era vivo! E parlava della mamma. Avrebbe rinunciato a tutto per poterle parlare un’ultima volta ed esprimerle la sua immensa gratitudine. ”Ma è tardi – mi diceva con gli occhi umidi – non si torna indietro”. E esprimeva un suo personalissimo, intimo rimpianto…. Si va avanti però. E ora Sergio è insieme a lei. Voglio credere sia così.
Mi telefonava, mi chiedeva di andarlo a trovare, per parlare. Lui raccontava, io ascoltavo intervenendo ogni tanto senza creare fratture nel filo sottile della sua memoria, una matassa intricata di riferimenti personali, letterari, filosofici, che superavano i confini locali. Oltre la città, oltre la provincia, oltre l’Italia. Destinazione: il mondo. Con una valigia al seguito piena di tempo. Tempo perduto. Tempo da riesumare, tempo da inseguire, da “ricercare”. Proust insegna. E a Sergio piaceva Proust.
È il momento del commiato. Addio Sergio.
Ti ricordo con affetto. Mi chiamavi “putela”, in dialetto. Mi facevi sentire giovane. Bellissima sensazione.
Il tuo tempo non è finito. Perché restano le tue impronte. A futura memoria.
Gigliola Reboani

































