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Una settimana significativa per la politica locale caratterizzata dalle due facce della stessa medaglia.   Da una parte, la modifica dello statuto di Padania Acque e gli Stati generali dei piccoli Comuni, eventi che confermano la distanza e la difficoltà di comunicazione tra cremonesi e cremaschi. Ed è una cattiva notizia. 

Dall’altra, l’esposto inoltrato al prefetto dai consiglieri comunali di minoranza di Crema sulla medesima vicenda di Padania Acque e il ruolo attivo dei cremaschi agli Stati generali dei piccoli Comuni.  Due episodi che svelano sorprendenti sussulti d’orgoglio e di coerenza della politica locale. Due momenti con amministratori pubblici non disposti a ingoiare i rospi per quieto vivere, o per vantaggi più o meno palesi. Due testimonianze che raccontano come l’omologazione auspicata dall’establishment sia ancora lontana. Ed è una buona notizia.

Infine, dagli archivi della stampa locale è emersa un’intervista di sei anni fa a un politico di casa nostra. Sollecitato a esprimere un giudizio sul nuovo ospedale di Cremona, aveva risposto in modo antitetico rispetto alla posizione da lui assunta negli anni successivi e attualmente sostenuta con foga e toni da crociato. Non è una notizia né buona, né cattiva. 

La politica è un pozzo inesauribile di inversioni a U. Un fontanile di purissimi san Paolo illuminati sulla via Damasco. L’intervista, benché datata, merita la citazione per l’autorevolezza del politico in questione e per il dibattito al calor bianco in corso sull’argomento. 

Con ordine. Nei giorni scorsi  Giovanni De Grazia, Paolo Enrico Patrini, Emanuela

Schiavini, Giuseppe,Torrisi, Andrea Bergamaschini, Laura Maria Zanibelli, Ilaria Chiodo e Simone Beretta,  consiglieri di minoranza di Crema, hanno inoltrato un esposto al prefetto di Cremona, Antonio Giannelli (Vittorianozanolli.ti, 20 febbraio). Nel mirino, l’astensione del sindaco Fabio Bergamaschi sulla modifica dello statuto di Padania Acque durante l’assemblea dei soci della partecipata. Al sindaco viene contestato il tradimento del mandato ricevuto dal Consiglio comunale che, all’unanimità, aveva approvato una delibera favorevole al nuovo statuto.

Al di là dell’impatto di un esposto al prefetto, tsunami nello stagno della politica locale, la decisione della minoranza conferma la contrapposizione netta tra cremaschi e cremonesi. 

All’interno del Pd, la diversità di vedute tra i due territori si era palesata in modo evidente il 18 dicembre scorso all’assemblea di Padania Acque. Compatto, il Pd cremonese si era schierato per l’astensione. Al contrario, quello cremasco per l’approvazione del nuovo statuto, ad eccezione di Bergamaschi e di Mauro Giroletti, sindaco di Sergnano. 

La divisione in seno a Fratelli d’Italia, diventata palese con l’esposto al prefetto, è una novità, anche se non erano mancati segnali in questa direzione. 

Il più eclatante, ma non ufficiale, si è verificato nel corso della medesima assemblea di Padania Acque.  Un sindaco cremasco, con la delega di due colleghi di Fratelli d’Italia, aveva ricevuto un messaggio WhatsApp, con il quale un pezzo da novanta del partito meloniano lo invitava ad astenersi per uniformarsi alla linea del partito. L’interessato aveva risposto picche alla sollecitazione, con buona pace dell’agit prop eccellente, ma poco accorto.

La vicenda degli Stati generali dei piccoli Comuni, organizzati dall’Anci (Associazione nazionale Comuni italiani), si è tenuta a Roma nei giorni scorsi. Hanno partecipato i rappresentanti di tredici municipalità cremasche. Molto attivi nei lavori delle commissioni, si sono distinti per gli interventi dei sindaci Orietta Berti di Chieve, Alessandro Pandini di Montodine, Walter Raimondi di Pieranica, Mauro Ravanelli di Gombito. Hanno interloquito e intrattenuto rapporti con colleghi di altre province, ma non con quelli cremonesi. Viene il dubbio che nessuno di questi ultimi fosse presente. Ma non ha importanza, resta il fatto che cremaschi e cremonesi non si sono incontrati, conferma della polarizzazione della politica provinciale per territorio di provenienza. Cremasco da una parte e Cremonese dall’altra, con Cremona che li sovrasta da una torre di cartapesta.        

Non è una supposizione legata a pregiudizi storici e a rigurgiti di vetero campanilismo.  Non è becero sciovinismo locale, ma un dato di realtà. Un atto di autolesionismo e di incomunicabilità tra vicini di casa.  È l’hikikomori politico-amministrativo.

L’altra faccia della medaglia, quella positiva, che controbilancia la valle di lacrime, si è manifestata con la minoranza di Crema, coraggiosa nel movimentare la morta gora. Poi con la voglia di partecipare per cambiare dei sindaci cremaschi in trasferta nella capitale.

Infine c’è il limbo, che non è inferno né paradiso, ma neppure purgatorio ed è fotografato dall’intervista rilasciata dal cavallo di razza sul nuovo ospedale. 

È il 2 maggio 2020. Siamo al centro del ciclone covid. L’Eco del Popolo, periodico dei socialisti cremonesi, pubblica un’intervista a uno dei più influenti politici della nostra provincia. Contava allora e conta oggi. 

Tommaso Anastasio, l’autore del pezzo, chiede all’intervistato quali azioni reputi decisive per rendere   più efficace la sanità pubblica. La risposta è articolata e precisa. Si potrebbe affermare ineccepibile.

«Il covid 19 – sottolinea l’intervistato – ha fatto emergere qualità e debolezze del sistema sanitario lombardo. Un sistema molto in verticale e poco in orizzontale. Con elevate qualità ospedaliere e basso reticolo territoriale».

Se questo è lo stato dell’arte, cosa fare? «Occorrerà investire una quota parte delle risorse del Mes per far sì che, accanto all’eccellenza ospedaliera, che ogni anno cura 160 mila persone malate provenienti da fuori regione, si strutturi un altrettanto sistema sanitario di comunità. Perciò è una boutade illogica la proposta di Forza Italia (Massimiliano Salini, ndrdi costruire un nuovo ospedale di 700 posti a Cremona».  Il motivo di questa bocciatura?  «Insegue lo stesso modus operandi che ha generato le inefficienze riscontrate. Perché è un’operazione costosa che porterà con sé la chiusura degli ospedali di Crema e Oglio Po. Perché non investe sulla territorialità». L’alternativa?  «Serve invece che i direttori generali dei nostri ospedali presentino un progetto di ammodernamento ed efficientamento delle tre strutture con relativi costi. Su questo dovremmo impegnarci tutti confrontandoci per decidere la scelta più utile e per ricercare insieme i finanziamenti degli interventi. Non serve una gara a chi la spara più grossa».

Oggi lo stesso politico è uno dei più strenui sostenitori del nuovo ospedale. Non è uno scandalo.  In politica la coerenza non è mai stata una virtù.  Di sicuro resta un ottimo optional per incamerare i voti degli ultimi idealisti. Quei duri e puri in via di estinzione.  

Un anno fa, il medesimo intervistato, a coloro che invitano la politica a rivedere l’operazione nuovo ospedale, rispondeva: «La decisione è assunta, quindi non c’è più spazio di discussione per i se, ma per i come. Non siamo più al momento dell’inizio, siamo già oltre”» (Vittorianozanolli.it 22 febbraio 2025).  Uno zitto e mosca che non lascia spazio a cambi di rotta. Una chiusura che azzera qualsiasi possibilità di dialogo e confronto con gli oppositori dell’opera.  Ma non era stato lui  a incoronare l’attuale ospedale un’eccellenza? D’improvviso è obsoleto?  In meno di sei anni è passato da  essere una Ferrari  a un catorcio da rottamare, colpito da invecchiamento rapidissimo come Brad Pitt ne Il curioso caso di Benjamin Button. Il politico in questione è Luciano Pizzetti, presidente del Consiglio comunale di Cremona, deus ex machina del Pd cremonese. 

Bravo, ma ancora umano e quindi non infallibile, è l’unico personaggio che abbia goduto del privilegio di un’intervista di due puntate, di due pagine ciascuna, su un settimanale.  Politico di lungo corso, è generoso nel distribuire perle di saggezza. 

«Quello che vedo nella dinamica del campo largo   è che c’è una discussione iperpolitica che alla fine diventa prepolitica». «C’è una differenza fondamentale tra noi e il centrodestra: il centrodestra ha una base solida nel Paese, è come ai tempi della cascina cremonese. Talvolta si faceva San Martino e si andava fuori cascina, ma spesso si faceva San Martino in cascina». (Mondo Padano, 20 febbraio).

Pizzetti non sta né in paradiso, né all’inferno. Sta dove gli pare. Iscritto al Pd, sul referendum si discosta dalla linea del partito.  Spesso si trova sulla stessa lunghezza d’onda di Marcello Ventura, coordinatore provinciale di Fratelli d’Italia. Al referendum sulla magistratura voterà Sì, come chiede agli italiani Giorgia Meloni.  

Ha messo molto del suo nello scontro all’arma bianca ai tempi del rinnovo del consiglio di amministrazione di Padania Acque.  Sul nuovo statuto della società ha difeso l’astensione del Comune di Cremona in assemblea.  È il principale e più accreditato politico locale presso gli stakeholder del territorio, ma non dimostra lo stesso feeling con i lavoratori. Se questa vicinanza esiste, non si vede. 

È stata una settimana chiarificatrice. Pd e Fratelli d’Italia sono entrambi gravati dalla fronda cremasca. Afflitti da una convivenza da separati in casa. Il Cremasco sta da una parte e il Cremonese in quella opposta. Pizzetti viaggia da solo e decide in autonomia.  Cangiante e metamorfico, si adegua alle circostanze, dote essenziale per un politico che punta a cavalcare sempre l’onda.  Ultimo, ma non ultimo, gli ultimi sette giorni hanno informato che c’è ancora qualcuno con il coraggio di andare controcorrente. Non è la direzione ostinata e contraria di Fabrizio De André, ma è tanta cosa. È una botta di speranza.  Restano due dubbi. Una fiammata o qualcosa di più duraturo?   Il Cremonese seguirà l’esempio del Cremasco?

 

Antonio Grassi    

 

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