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Dopo la chiusura di un 2025 che aveva fatto ben sperare, con i dati di qualità dell’aria in evidente miglioramento, l’inizio del 2026 ci fa ripiombare nei periodi peggiori per l’inquinamento atmosferico in Lombardia. Tutta la regione, in pianura ma anche nelle valli, nei primi venti giorni dell’anno ha dovuto assistere impotente al ritorno della mal’aria, con livelli di smog ripetutamente sopra la soglia critica per l’esposizione a inquinamento da polveri (50 microgrammi/mc di PM10), addirittura per 13 giorni su 20 a Mantova, Milano e Brescia.

La concentrazione media dello stesso inquinante è rimasta costantemente sopra il valore che, per l’attuale normativa, non deve essere superato su base annua (40 mg/mc) – con le sole eccezioni di Varese e Lecco – e con i valori peggiori misurati a Monza (55 mg/mc), Mantova (54 mg/mc), e Lodi ( 53 mg/mc), con Milano al quarto posto tra i capoluoghi insieme a Cremona.

Siamo ovunque lontanissimi dal livello dei 20 mg/mc che la nuova direttiva europea impone di raggiungere al 2030. La scarsa circolazione atmosferica in questi primi giorni dell’anno non ha graziato neppure le valli alpine e prealpine, e infatti anche Sondrio presenta livelli medi molto alti di inquinanti, con una media di poco inferiore a quella di Milano.

“Finché non agiremo in modo definitivo sulle fonti degli inquinanti, una qualità accettabile dell’aria che respiriamo sarà sempre la gentile concessione di una brezza più favorevole o di una annata più ricca di precipitazioni – osserva Barbara Meggetto, presidente di Legambiente Lombardia -. I miglioramenti della qualità dell’aria ci sono, ma continuano ad essere troppo lenti in rapporto ai danni sanitari dell’inquinamento. Occorrono politiche più incisive che devono affrontare la riduzione del traffico motorizzato nelle città e sulle grandi arterie stradali, ma serve anche un sostegno deciso alla transizione elettrica sia nel settore automotive sia nella climatizzazione degli edifici, con il passaggio da stufe e caldaie alle molto più efficienti pompe di calore.”

Guardando alla tendenza delle emissioni, il recente rapporto pubblicato da ARPA Lombardia è molto chiaro: nell’ultimo decennio il miglioramento delle motorizzazioni ha permesso un taglio del 30% delle emissioni di Nox (biossido di azoto), che sono anche precursori della formazione di polveri. Per quanto riguarda le emissioni di polveri primarie il miglioramento è stato meno consistente (-21%), considerato anche il ruolo importante che svolgono, come fonte emissiva, gli impianti di riscaldamento a legno e a biomassa legnosaNessun miglioramento percepibile invece riguarda le emissioni degli allevamenti intensivi. In questo caso parliamo di ammoniaca, il precursore del particolato sottile presente in quantità maggiore nella stagione invernale. Considerato che la gran parte degli allevamenti lombardi si addensa, oltre che nella bassa bresciana e bergamasca, attorno ai capoluoghi di Cremona, Mantova e Lodi, si comprende come mai per queste città della Bassa lombarda i miglioramenti risultino particolarmente lenti, con una qualità dell’aria che continua a mantenersi a livelli scadenti per gran parte dell’anno. Peraltro la situazione fotografata dalle centraline ARPA è solo parziale, in quanto il territorio della pianura padana tra i fiumi Serio e Mincio è totalmente scoperto da centraline di misura delle polveri sottili, mentre i dati sull’ammoniaca vengono raccolti in poche località e non vengono pubblicati dal cruscotto digitale di ARPA Lombardia.

“Il dato delle emissioni da allevamento certifica che gli interventi finanziati per migliorare la gestione dei liquami zootecnici sono serviti solo a compensare gli effetti dell’aumento dei capi bovini da latte avvenuto nell’ultimo decennio, senza benefici per la qualità dell’aria – osserva Damiano Di Simine, responsabile scientifico di Legambiente Lombardia -. È ormai chiaro a tutti come la Lombardia abbia un serio problema di sovraccarico zootecnico, che non può essere affrontato soltanto nascondendone le emissioni con misure di mitigazione. Occorre anche affrontare una ristrutturazione delle filiere agrozootecniche, per ricondurle su un sentiero di sostenibilità ambientale e territoriale, che da decenni la Lombardia ha smarrito.”

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