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Il piacere che offre la velocità è il più costoso. Certe supercar hanno un prezzo ben superiore a quello di un appartamento in centro città. L’automobile rappresenta oggi una delle maggiori spese per una famiglia, anche se si tratta di vetture che non danno quella sensazione di piacere accompaganta da un misto di incredulità e di euforia che si prova scattando da 0 a 100 km/h in pochi secondi e poi progressivamente arrivando a 450 km/h, velocità che si può raggiungere sborsando alcuni milioni di euro.

Ma anche chi si “accontenta” di andare meno forte, per supercar meno potenti che comunque danno il piacere dell’accelerazione violenta e l’ebbrezza della velocità, deve fare un bonifico a partire da 350 mila euro. Cifre talmente alte che non si giustificano per assolvere al compito pratico per cui la macchina è nata, cioè quello di farci arrivare a destinazioni vicine e lontane più comodamente della carrozza trainata da cavalli, funzione che anche un’utilitaria è in grado di svolgere. Ma anche una vetturetta rappresenta una spesa notevole per una famiglia, forse l’esborso maggiore dopo la casa. E mentre prima di affrontare altre spese domestiche ci si informa sull’oggetto da acquistare, lo si va a vedere e rivedere, si riflette e si fanno confronti, l’auto si porta a casa dopo una prova di pochi minuti, convinti che la sua linea, che ci piace, ne costituisca l’essenza, mentre è noto che le forme di una carrozzeria, pur eleganti, non hanno alcuna influenza sull’affidabilità della parte meccanica e, se qualche componente cede, procura dolori economici.

Oltretutto, secondo gli esperti, tra chi può permettersi una supercar non c’è nessun guidatore in grado di sfruttarne le doti fino a vedere la velocità massima apparire sul tachimetro digitale. E, sempre secondo gli esperti, nessuno, tra chi la compra, ha capacità di guida tali da poterla sfruttare a fondo su una pista.

Qual è la ragione allora per cui queste supercar trovano nel mondo parecchi acquirenti? Non il piacere della velocità, di cui potrebbero fruire con la massima intensità, ma forse soltanto la soddisfazione di possedere e l’orgoglio di mostrare un macchina capace di tali prestazioni.

Una spiegazione potrebbe arrivare da un fatto capitato a un amico, in un ambito diverso: quello delle immersioni subacquee. Desideroso di possedere un orologio subacqueo, si recò in un negozio per comprarne uno. Il gioielliere gli propose un esemplare capace di funzionare fino a 50 metri sott’acqua, ma lui si mostrò titubante. “Allora uno da 70 metri” gli fu chiesto, ma non sembrava soddisfatto neppure di quell’oggetto. Scendendo progressivamente sott’acqua metro per metro, fu colpito da un esemplare che poteva arrivare fino a cento metri, che acquistò entusiasta nonostante il prezzo. Quando mi raccontò l’episodio, magnificando la qualità dell’orologio subacqueo e mostrandolo orgoglioso, terminò dicendo: “E pensa che io non so nemmeno nuotare!”.

 

Sperangelo Bandera

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