I Macchiaioli furono così definiti nel 1862 dalla Gazzetta del Popolo in senso dispregiativo, a indicare che si trattava di un gruppo di utilizzatori di macchie anziché di un tratto lineare e accademico, come di gran moda a metà ‘800. Da bravi fiorentini trasformarono immediatamente l’offesa in orgoglio, chiamandosi da lì in poi con quel nome nel loro ritrovo al Caffè Michelangiolo, sotto l’egida del loro mentore Diego Martelli.
Questo modo di dipingere che da vicino è composto di macchiette indefinite che prendono forma solo da lontano rappresenta di fatto una rottura tecnica fondamentale rispetto alle tecniche di accademia, profondamente legate alla tradizione rinascimentale italiana fatta di assoluta perfezione. La Francia di quegli anni è il fulcro della vita culturale mondiale, grazie a quella borghesia francese colta e raffinata che, sostituitasi per prima in Europa alla aristocrazia, cercava quasi ossessivamente una nuova gloriosa stagione artistica con cui consacrarsi alla storia. Imperante è in quegli anni l’Accademismo francese, una pittura manierista e raffinatissima, dai colori perfetti e dai soggetti sempre aulici e onirici, una sorta di imitazione super raffinata e un po’ affettata di Leonardo e Raffaello. Una pittura che per inciso chi scrive trova di grandissimo livello.
Ora siccome la Francia è sovrana, accade che nonostante i nostri Macchiaioli siano stati i primi a rompere la tradizione, per tutto il mondo saranno gli Impressionisti a rompere definitivamente con la tradizione, a regalare alla borghesia una pittura tutta sua, mentre i nostri fiorentini che ci erano arrivati 20 anni prima passeranno alla storia in realtà come dei proto o peggio pseudo impressionisti.
Ciò che certamente li unisce, oltre alla tecnica “a macchia’, è l’amore per la pittura en plain air, cioè all’aperto, piena di paesaggi campestri e di una natura sovrana e rigogliosa, ma che nei Macchiaioli aggiunge la calda splendente luce del sole mediterraneo che invade prepotente ogni quadro e ogni tela, tanto che a volte pare di rivedere un film di John Ford nelle assolate valli dell’Arizona.
La mostra a Palazzo Reale a Milano (3 febbraio – 14 giugno 2026) è una goduria per gli occhi: una selezione magnifica di splendide tele, da piccolissime a enormi, sbattono in faccia al visitatore un trionfo di soli estivi che fanno venire l’istinto di mettersi un paio di occhiali scuri. Un viaggio strepitoso nella virgiliana campagna della Maremma, col suo sole accecante, i suoi campi dorati di grano e i suoi enormi buoi bianchi, che tanto ispirarono il Carducci. È impressionante quanto questa sequela di tele renda omaggio ai Macchiaioli come campioni assoluti della luce, a dispetto di quella idea di pittura un po’ meschinetta che li ha spesso accompagnati.
Tuttavia, a differenza degli Impressionisti, la natura dei Macchiaoli è tutta politica, è manierista in quanto psicologica: ogni quadro pare quasi un manifesto in difesa dei contadini che potrebbe tranquillamente essere un manifesto bolscevico di 50 anni dopo. Tutta la campagna è manifesto: buoi che paiono divinità e contadine coi bimbi che posano al tramonto con la dignità delle dee greche, lontani assai dalle rassicuranti scampagnate evasive degli Impressionisti.
E infatti, la matrice politica dei Macchiaoli esplode nell’altra metà della mostra: una dovizia di bellissime tele tutte risorgimentali e garibaldine, piene di camicie rosse e assalti eroici alla baionetta che raccontano la genesi del Regno d’Italia come in un film di Luchino Visconti: ed ecco che ci si accorge all’improvviso che tutte quelle magnifiche scene garibaldine e pastorali del Gattopardo sono proprio prese pari pari dalle tele dei Macchiaoli che fanno dei Mille un vero e proprio racconto cinematografico ante litteram.
Una pittura politica e scenografica, ma capace di un gusto raffinatissimo e di una luce spettacolare, in una mostra davvero da non perdere.
Francesco Martelli
sovrintendente agli Archivi del Comune di Milano
docente di archivistica all’Università degli studi di Milano




























