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La conoscenza del passato può farci ampliare la conoscenza del presente e in parte prevedere il futuro. A proposito di immigrazione, fenomeno di cui si è acceso il dibattito politico in questi giorni, istruttivo è questo passo del filosofo e drammaturgo romano Lucio Anneo Seneca (Cordova 4 a. C. – Roma 65 d. C.) tratto dalla Consolazione alla madre Elvia, il cui titolo è: “Ad Helviam matrem de consolatione”, scritto tra il 41 e il 49. 

Dice Seneca: “Ma dalle cose celesti ora torniamo a quelle umane: vedrai che han cambiato sede genti e popolazioni intere. Che significano le città greche sorte in mezzo a paesi barbari? E la lingua macedone tra i Persi e gli Indi? La Scizia e tutta quella regione abitata da popolazioni selvagge e indomite mostra città greche fondate sui lidi del Ponto; né il rigore del lungo inverno, né l’indole degli abitanti, aspra come il loro clima, hanno scoraggiato quanti trasferivano lì le loro dimore. L’Asia è piena di Ateniesi; Mileto ha popolato settantacinque città sparse un po’ dappertutto; tutta questa costa dell’Italia bagnata dal Mare Inferiore divenne Magna Grecia. L’Asia si attribuisce gli Etruschi, i Tiri abitano l’Africa, i Cartaginesi la Spagna, i Greci si sono introdotti in Gallia e i Galli in Grecia, i Pirenei non hanno ostacolato il passaggio dei Germani. La volubilità umana si è riversata su vie impraticabili e ignote. Si portano dietro i figli, le mogli, i genitori appesantiti dalla vecchiaia. Alcuni, dopo un lungo errare, non si scelsero deliberatamente una sede, ma per la stanchezza occuparono quella più prossima; altri, con le armi, si conquistarono il diritto di una terra straniera. Alcune popolazioni, avventurandosi verso terre sconosciute, furono inghiottite dal mare, altre si stabilirono là dove la mancanza di tutto le aveva fatte fermare.  

Non tutti hanno avuto gli stessi motivi per abbandonare la loro patria e cercarne un’altra: alcuni, sfuggiti alla distruzione della loro città e alle armi nemiche e spogliati dei loro beni, si volsero ai territori altrui; altri furono cacciati da lotte intestine; altri furono costretti a emigrare per alleggerire il peso di un’eccessiva densità di popolazione; altri ancora sono stati cacciati dalla pestilenza o dai frequenti terremoti o da altri intollerabili flagelli di una terra infelice. Altri, infine, si sono lasciati attirare dalla notizia di una terra fertile e fin troppo decantata. Ognuno ha lasciato la sua casa per una ragione o per l’altra. Questo, però, è certo: che nessuno è rimasto nel luogo dove è nato. Incessante è il peregrinare dell’uomo. In un mondo così grande ogni giorno qualcosa cambia: si gettano le fondamenta di nuove città, nascono popolazioni con nuovi nomi, via via che si estinguono quelle che c’erano prima o si incorporano con altre più forti. 

Ma tutti questi spostamenti di popoli che cosa sono se non esili in massa? Ma perché ti faccio un così lungo giro di parole? Che giova citarti Antenore, fondatore di Padova, o Evandro che portò sui lidi del Tevere il regno degli Arcadi? O Diomede e gli altri, vincitori e vinti, che la guerra di Troia disperse per terre straniere? Appunto in un esule ha il suo fondatore l’impero romano, in un profugo che, dopo la conquista della sua patria, portandosi dietro poche reliquie e spinto dalla necessità e dalla paura del vincitore a cercare terre lontane, giunse in Italia. E, in seguito, questo popolo quante colonie non ha fondato in ogni provincia! Dovunque ha vinto, il Romano si stabilisce. E per questi cambiamenti di sede si arruolavano volontari e anche il vecchio, lasciati i suoi altari, seguiva i coloni di là dai mari. L’argomento non richiede altri esempi. Tuttavia ne aggiungerò un altro soltanto che mi balza davanti. Quest’isola dove mi trovo ha spesso cambiato i suoi abitanti. Tralasciando le età più antiche, ormai oscurate dal tempo, i Greci che ora abitano Marsiglia, abbandonata la Focide, si fermarono prima in quest’isola dalla quale non si conosce il motivo che li abbia spinti ad andarsene, se il clima insalubre o la vicinanza minacciosa dell’Italia o la natura delle coste prive di porti; che non fosse certo un motivo lo stato selvaggio degli abitanti lo si ricava dal fatto che essi andarono a stabilirsi tra le fiere e rozze popolazioni della Gallia. Successivamente passarono nell’isola i Liguri e poi gli Ispani, come appare dalla somiglianza di certi usi: portano, infatti, lo stesso copricapo e lo stesso tipo di calzature dei Cantabrici e anche alcune parole si somigliano (ma sotto l’influenza dei Greci e dei Liguri la loro lingua è molto mutata da quella originaria). In seguito vi furono fondate due colonie romane, una da Mario e l’altra da Silla. Tante volte è cambiata la popolazione di questo scoglio arido e tutto sterpi. Insomma tu non troverai una terra che sia ancora oggi abitata dalla popolazione indigena. Tutte si sono mescolate e incrociate; gli uni si sono succeduti agli altri; questi desiderano ciò che gli altri disprezzano; l’uno è cacciato via da dove aveva cacciato, a sua volta, un altro. Così vuole il destino: che nessuna cosa resti sempre in uno stesso luogo”.

 

Sperangelo Bandera

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