Confesso che ho vissuto. Questo, se non l’avesse già scritto Pablo Neruda, potrebbe essere il titolo dell’ultimo libro di Piero Carelli. E invece il titolo è Faccia a faccia. Il sottotitolo, La confessione, evoca scenari ormai cancellati dallo stesso rituale cattolico, dove il confessionale è decaduto a sgabuzzino antico da sacrestia riadattabile a ripostiglio, mobile bar, libreria, o tutto ciò che in moderne case di ricchi può inventarsi il fantasmagorico design. Quanto all’altrettanto desueto sacramento, quel sostantivo intimo e dialogante ha ceduto il posto a una penitenza associabile piuttosto a giochi e filastrocche infantili, o scherzi maliziosi di giovani mai cresciuti. Ma il libro di Carelli è tutto tranne che superficiale. Lui la definisce la sua autobiografia spirituale, dopo aver precisato che l’opera è frutto di una “passione per la scrittura autobiografica” che lo sta divorando da un decennio, e che si riversa in questa impresa improba e dolorosa, sottrarsi alla quale equivarrebbe a una fuga dalle proprie responsabilità. Perché? Perché l’autore è perseguitato da sensi di colpa. E qui si chiarisce il senso della confessione, luogo e motivo di purificazione dai peccati veri o presunti di cui Carelli si fa carico. Comunque sia, egli si applica all’impresa con passione, così come ha sempre fatto in ogni impegno che la sua esigente coscienza gli ha di volta in volta ordinato di assumersi. E infatti quel faccia a faccia non è una banale conversazione, ma una vera e propria resa dei conti con la sorella. Chiedo preventivamente venia per il mio parco uso di maiuscole, verso cui soffro di un’incurabile allergia, e chiarisco subito che si tratta di “sora nostra morte corporale/da la quale nullu homo vivente po skappare”. E già che ci siamo, trovandoci immersi in celebrazioni di anniversari relativi a San Francesco e alle sue opere, preciso pure che nel testo di Carelli resta indeciso se “la morte seconda nol farrà male”. Ma per carità: solo perché Piero si dichiara agnostico, e io con lui. Non possiamo infatti sapere, se non grazie alla fede, se alla morte del corpo farà seguito una eventuale morte dell’anima di “quilli che morranno nelli peccati mortali”, visto che non ci pronunciamo relativamente all’immortalità dell’anima. Se per ipotesi poi dovessimo ritrovarci davanti al giudice onnipotente, ho solidi motivi per pensare che l’anima buona e bella di Carelli verrebbe accolta fra le braccia dell’infinita misericordia.
A ciascuno il suo giorno del giudizio
Il presente libro, non l’ultimo di Carelli, che opportunamente ricorda di non aver ancora chiuso con la vita, viene vissuto dall’Autore come un dovere morale: quello di affrontare il suo giorno del giudizio “senza cadere nella doppia tentazione dell’autoflagellazione e dell’autoassoluzione”. E infatti ogni pagina è una sorta di cammino funambolico in bilico sull’abisso, per usare un’immagine nietzschiana. Ma qui il rischio non è di precipitare all’indietro, verso la scimmia – né il premio quello di accedere ai tormentosi meandri dell’oltreuomo – bensì di tradire la verità più importante: il senso della propria vita. Allora ecco che, in equilibrio sempre precario, Piero ci accompagna in alcune tappe essenziali del suo percorso. A ciascuna corrisponde una metamorfosi (Carelli preferisce chiamarle “conversioni”) a seguito della quale egli non è più quello che era e non è ancora quello che sarà, rimanendo sempre se stesso, ossia restando ancorato a valori religiosi e morali da cui mai si allontanerà. Nel giudizio, l’Autore è contemporaneamente imputato e giudice, ma non ci si scandalizzi: egli gode, fra gli altri, dell’illustre precedente kantiano nella Critica della Ragion pura.
Metamorfosi e conversioni
La prima metamorfosi parte da un’educazione familiare in cui la madre, donna di fede, si occupa della formazione dei numerosi figli, mentre il padre, comunista convinto, lavora per mantenerli, cercando di insegnare loro a “non subire mai passivamente le ingiustizie sociali”, ma anzi ad “attivarsi per rimuoverle”. Nel complesso, due Chiese, ciascuna con il proprio sclerotizzato dogmatismo, ma convergenti nella pietà per i meno fortunati. Vittima di una cultura, per sua stessa ammissione, “sessuofobica”, caratterizzata dalla rigida separazione fra maschi e femmine in ogni ambito di socialità, Piero fa il chierichetto in chiesa. L’esito più o meno obbligato di tale prima tappa, in una famiglia di modeste possibilità economiche è, per un figlio intelligente che promette bene, il seminario. Venuta meno l’eventuale influenza da parte del padre, falciato da un’automobile quando Piero aveva solo 11 anni, il ragazzo viene avviato verso quella scuola, dove scoprirà la sua vera vocazione. Non il sacerdozio, bensì il privilegio degli studi, anziché il lavoro manuale a cui sembrava che le condizioni familiari lo destinassero. E di questo si dichiara grato.
L’uomo è ciò che fa di ciò che è stato fatto di lui
E qui si manifesta l’aspetto, a mio avviso, “sartriano” dell’autobiografia di Carelli. “Viviamo in relazione, siamo immersi in un contesto culturale che inevitabilmente ci influenza”. Quando nasciamo, siamo in balìa del già fatto, già scritto, segnato dal dove e dal quando siamo nati e cresciuti. Eppure l’uomo è “condannato ad essere libero”, ossia gettato in un mondo dove dovrà creare con le proprie scelte un’esistenza che testimonia valori e ideali, costruendo così ciò che secondo lui è essenziale per restare umani. Piero, di questa condanna, parla con gratitudine, e la considera un dono. Il suo cuore era aperto, ma gli studi gli aprono la mente, e gli consentono di fare incontri altrimenti impensabili. All’Università Cattolica di Milano, frequentando Filosofia, incontra Emanuele Severino, il suo primo grande Maestro (qui la maiuscola non è fuori luogo). Seconda tappa della vita. E anche secondo libro della trilogia. Nel primo, Chiunque tu sia, aveva fatto i conti con Dio, “l’Enigma degli enigmi”. Nel secondo, Nel solco di Severino, aveva proseguito con la filosofia. Nel presente, il terzo, fa i conti con la vita e la morte. Ma la tesi del libero arbitrio non viene accettata senza un’articolata discussione in cui l’alunno si confronta con il Maestro, sostenitore di un determinismo metafisico che toglie all’uomo ogni possibilità di scelta. Dopo quella discussione, Carelli dichiara di propendere per la tesi della libertà, che tra l’altro gli consente di chiamare in giudizio un autorevole testimone: i suoi sensi di colpa “sono la prova che io sono libero”. Non sarà una condanna in senso sartriano, ma libertà e responsabilità divengono motivo di auto-struggimento: “non c’è nulla di più tormentoso”. Come dire: sarebbe troppo facile sostenere che noi stessi non siamo colpevoli se compiamo qualche ingiustizia o qualche crimine. Nessun tipo di teoria, né quella di Severino, né quella di Lombroso, può giustificare l’uomo, che resta libero di scegliere fra il bene e il male.
Non basta interpretare il mondo. Bisogna cambiarlo
Con il risveglio dell’anima nutrita dagli studi, Carelli inizia a percorrere una strada in salita, fatta anche di impegno in azioni concrete. Don Agostino Cantoni lo accoglie nella Fuci. Grazie a lui, scopre i “maestri del sospetto” e conosce tanti cattolici che condividono il fermento del Concilio Vaticano II e che gli trasmettono la passione per gli ultimi. Anni straordinari, per Piero, che accendono in lui il fuoco dell’amore sovversivo dei Vangeli. La raccolta della carta, la scuola media allestita durante il servizio militare per coloro che avevano solo la licenza elementare, il Gruppo del Vangelo di Vaiano, e poi i primi anni Settanta, i più belli della sua vita: “Mai più, negli anni successivi, ho vissuto con una tensione morale così alta e con una carica interiore così forte”. Nell’atmosfera culturale dei cattolici del dissenso, forse più simili a protestanti, lui e gli amici svolgevano il libero esame, diventando cristiani adulti. Una rivoluzione simile a un “riorientamento gestaltico” (quello delle figure ambigue in cui vedi prima due volti di profilo, poi un calice), che lascia Piero orfano di Dio. Non quindi una liberazione, ma uno tsunami, “un tormento durato una quarantina d’anni”. Eppure da quel tormento nasce un nuovo realismo, incentivato dalla seconda laurea in Scienze politiche, questa volta alla Statale, e da inedite imprese giornalistiche a Crema. Carelli pratica un giornalismo di denuncia che gli vale pure un processo, nel corso del quale non viene abbandonato dall’amico Antonio, direttore del periodico, e conclusosi in appello con l’assoluzione. Si veda la bella intervista a cura di Andrea Galvani nel libro Fuori dal coro. Storia della stampa cremasca non allineata, dove Carelli è definito “pulcino mannaro”. Azzeccatissima definizione.
Scoprire il proprio daimon
Ma è dalla “cassetta degli attrezzi” della filosofia che Piero trae strumenti per interrogare se stesso e scoprire il proprio daimon, la vocazione autentica, quella che ci fa comprendere i nostri “talenti, attitudini, inclinazioni, sensibilità, creatività”. La nostra qualità di persone irripetibili è il fil rouge che non si interrompe rispetto al precedente personalismo cristiano, ora messo sullo sfondo perché in primo piano balza un individualismo esistenzialista, che dice: tu sei unico. E che cosa comprende l’Autore del proprio daimon? Innanzitutto ciò che egli non è, come nelle migliori tradizioni poetico-filosofiche e semiologiche, da Montale a Eco, senza dimenticare il sempreverde Socrate: Piero sa di non essere dotato di intelligenza matematica, di intuizione, di attitudine al disegno né alla musica – il che non gli impedisce di goderne la bellezza – di ironia, di propensione allo sport e al ballo, e via con una serie di negazioni impietosamente “confessate”, che alla fine lo inducono a definire se stesso “uomo senza qualità”. Dopodiché però ecco la confessione più importante che il daimon gli suggerisce: tu sai scrivere.
Il mestiere più bello del mondo: insegnare o scrivere?
È nella scrittura che Carelli esprime il meglio di se stesso, e progressivamente, grazie a nuovi incontri come quelli con il Centro ricerca Galmozzi, il Caffè filosofico, di cui è ispiratore, l’Uni-Crema e la scuola di educazione alla politica, trova l’opportunità per dimostrarlo. Lo stile che adotta è quello del dialogo socratico, già sperimentato nel “mestiere più bello e delicato” del mondo: l’insegnamento, affrontato nel quarantennio che attraversa eventi storico-culturali cruciali, fra cui la contestazione studentesca. Molti gli aspetti innovativi che il professor Carelli aveva introdotto in quel lavoro da lui vissuto come una sorta di missione. Ancora studente universitario, aveva insegnato alla scuola media. Poi alle magistrali, dove i programmi consentivano la scelta fra programma A di impostazione storica e programma B per problemi. Piero aveva optato per il B, scegliendo argomenti adatti a far lavorare gli alunni per gruppi, e facendo uso per il materiale da distribuire dello strumento a quei tempi disponibile: il ciclostile. In seguito, al liceo scientifico, poté passare dal ciclostile al computer, e creare il prodotto chiamato “Socrate” che sanciva il connubio fra filosofia e informatica: un manuale interattivo in cui il filosofo greco, grazie al dialogo, conduceva lo studente, con opportune domande, a porre problemi e a provare a risolverli. Uno dei primi esperimenti a livello nazionale che in seguito diverranno normalità, e che a mio parere anticipa le cosiddette pratiche filosofiche, in particolare il counseling. Ne nacque la collaborazione con il manuale di Enzo Ruffaldi per la Casa Editrice Loescher, “manuale per cui ancora oggi – ciò che ritengo letteralmente scandaloso dopo tanti anni – percepisco i diritti d’autore”. Altro senso di colpa, e via. Ulteriori innovazioni nella didattica, la scrittura di racconti filosofici, l’alternanza scuola/lavoro con stage convenzionati in studi di professionisti, aziende, ospedale e cliniche veterinarie. Proposte da docente in pensione: ridimensionare la storia della filosofia “investendo di più nell’arte/competenza di argomentare e dedicando più spazio alla lettura critica dei «classici»”. Ma non ti pare, collega, che tutto ciò, dall’anglosassone debate (versione ammodernata delle antilogie del sofista Protagora) ai Programmi Brocca, sia già stato introdotto dalla scuola, e in parte sia già superato?
La coppia sa ciò che conta
E veniamo agli argomenti più personali, come l’intimo, delicato rapporto all’interno della coppia, anch’esso posto sotto i riflettori. È in questo ambito che Carelli si mostra più addolorato, e a ragione, non avendo più l’interlocutore privilegiato della cara Raffaella. “Avrei potuto scrivere con lei un’altra storia”, scrive, e “sapevo benissimo che cosa avrei dovuto fare per dare le ali al nostro amore, per liberarlo dalla prigione in cui era rinchiuso”. Si rammarica di non aver colto le occasioni propizie per uscirne, ma era troppo distratto dai suoi interessi culturali e forse per lui i libri di carta “avevano più importanza di quel libro vivente che era Raffaella”. Tutte le colpe, comunque, se le accolla con convinzione.
Che dire? Non so esattamente quali fossero le incomprensioni a cui Piero accenna, ma conosco diverse coppie di persone più o meno anziane (professionisti entrambi) in cui il marito conserva una libertà di scelta maggiore rispetto alla moglie. E la moglie sopporta per anni di non poter vivere mai insieme al marito una vera vacanza (ma Piero assicura di aver condiviso con Raffaella “vacanze indimenticabili”), neppure dopo che entrambi, ormai pensionati, avrebbero l’opportunità di trascorrere momenti di condivisione e di svago. Niente da fare, lui resta chiuso nello studio a leggere e scrivere libri e manuali universitari, e anche quell’estrema speranza svanisce. Ma non sparisce la complicità fra i due, che soli sanno perché e come resista e anzi nel tempo si converta in una sorta di telepatia. L’equilibrio di coppia non è sconvolto in modo irreparabile. Magari si litiga, ma ci si vuole bene anche con i rispettivi difetti. Non è il caso perciò di addossarsi tutte le colpe, e concluderne che “l’inferno siamo noi” abbarbicati al nostro ego.
Altre scuole e altre conversioni
Nei primi decenni del nuovo millennio, orientando la propria ricerca nelle direzioni predilette, Carelli ha affrontato una nuova metamorfosi/conversione. Dapprima è l’anniversario dei 150 anni dell’unità d’Italia a farlo convertire riguardo alla libertà. Fino allora aveva dato per scontato il diritto di uno Stato di “sacrificare i cittadini per una Causa più nobile”. “Più nobile” del diritto alla vita dei cittadini, in quel caso, la causa del Risorgimento per i patrioti. Ma riflettendo sul tema, ora conclude che l’imperativo categorico resta quello di non trattare mai l’uomo soltanto come mezzo. Ne nasce Una bandiera che gronda sangue, Quaderno n. 10 del Caffè filosofico, scritto insieme a Vittorio Dornetti, che risponde alla prima parte del testo con la seconda, Anche a Crema si è fatta l’Italia. Da quel momento, l’argomento guerra e pace, incentivato dalla lettura del Tolstoj saggista, diventa il leitmotiv dei suoi testi. Non abbandona gli altri impegni assunti per la sua creatura Scuola di educazione all’economia, divenuta in seguito Scuola di formazione economica e politica e infine Scuola di educazione alla politica, e intensifica il proprio contributo all’Uni-Crema e al Centro Galmozzi. Ma il suo interesse privilegiato si àncora alla pace. E in tale contesto si esercita a spezzare quel “diabolico meccanismo” che è il “presupposto di conferma”, che conduce a selezionare le informazioni che confermano le nostre certezze, tenendoci in gabbia. In un mondo afflitto da sempre più minacciosi segnali di guerra, Piero pensa a inventare i Costruttori di pace, a provare a trasformare la città in “comunità educante”. E del suo impegno è ancora figlio il blog CremAscolta, e un laboratorio di alfabetizzazione per migranti materializzato presso l’Unità pastorale di S. Giacomo e S. Bartolomeo. Infine, l’autobiografia, anch’essa vissuta come un dovere morale. Insomma, non si finisce mai di scoprire ciò che il professor Carelli ha creato a favore degli ultimi, o anche soltanto di coloro che stanno alla periferia: mi pare che di fronte alla mole di lavori realizzati, lui stesso ne abbia dimenticato almeno uno: l’esperienza di NonsoloaCrema, che registrò tanta partecipazione e suscitò grande interesse nei paesi limitrofi coinvolti.
Non è ancora il momento di congedarsi
E ora riscopre anche la bellezza di narrativa e cinema, e la solitudine lo sollecita a riprovare con il pianoforte: “una vita a scrivere e ora scrivo con le note”. Al termine del libro si sente sollevato da un macigno pesantissimo. “Purificato dai miei peccati”. Proprio questo è il fascino della scrittura: fornire a chi la pratica una pausa catartica dalla quotidianità ripetitiva che risucchia le deboli forze di chi non è più giovane. E la confessione più inattesa da parte di Carelli è a mio avviso la seguente: “Non disdegno più come ho fatto a lungo nemmeno gli aperitivi e i pranzi di lavoro”. Incredibile: finora non gli si poteva offrire neppure un bicchier d’acqua al bar! La conclusione di un uomo che ha vissuto varie stagioni nella vita, e altre ne vivrà, è questa: “ E’ l’amore (non le ricerche) che rende la vita degna di essere vissuta”. Capito, Socrate?
Patrizia De Capua
Nella foto centrale Piero Carelli































