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«Al Re Travicello piovuto ai ranocchi, mi levo il cappello e piego i ginocchi; lo predico anch’io cascato da Dio: oh comodo, oh bello un Re Travicello!». Giuseppe Giusti scrisse questi versi a metà dell’Ottocento. Molti dei diversamente giovani di oggi lo ricordano per averlo studiato alle superiori.

Probabilmente per la generazione X, l’autore è un illustre Carneade. A quasi tutti, compresi i millennial, sono invece noti i Re Travicello di oggi, identificati con sostantivi meno poetici e più concreti. Imbonitori, piazzisti, illusionisti. Ventriloqui. Per i più tranchant, anche ominicchi: «bambini che si credono grandi».

Topos della politica attuale, i Re Travicello del Duemila sono glamour e fuochi d’artificio. Immagine. Marketing. Ceste che galleggiano sull’acqua senza smuoverla. 

«Calò nel suo regno con molto fracasso; le teste di legno fan sempre del chiasso: ma subito tacque, e, al sommo dell’acque, rimase un corbello: il Re Travicello». 

I Re Travicello sono chiacchiere e distintivo. Canestri di parole, che fanno un baffo al signor Hood di De Gregori.

Sono Tir colmi di promesse e di  carriole semivuote di fatti. Di concretezza.

Sono tanto fumo e poco arrosto. Retorica e slogan. Simboli e poco più. 

Sono sogni che muoiono all’alba. Dissolvenze. 

Sono sotto il vestito niente. O coriandoli per coprire il necessario per non apparire osceni.

Sono speranze tradite.

«Da tutto il pantano veduto quel coso, è questo il sovrano così rumoroso?  (s’udì gracidare).  Per farsi fischiare fa tanto bordello un Re Travicello?»

Già, tanto rumore per nulla. Ma, in provincia e nel capoluogo, nessuno può tirare la prima pietra. Nessuno può chiamarsi fuori.  

I Re Travicello sono i corpi intermedi della nostra provincia. Sono i partiti e i sindacati. Un tempo protagonisti e forza propulsiva, oggi reduci stanchi e anemici. Zombi, reperti da museo, testimoni della storia che furono.  Fossili.

Sbiadite figurine, sono rincalzi. Felici di stare in panchina, tifano per non scendere nell’arena. Smarrite identità e rappresentanza, in costante letargo, arrivano sempre in ritardo. Nessuno li vede arrivare, ma pochi si preoccupano della loro presenza.

Sostituite le parole lotta, dibattito, discussione con concertazione, accordo, mediazione, dialogo, i partiti si sono ridotti a una agenzia interinale per giovani rampanti smaniosi di prendere l’ascensore sociale.

I sindacati – non tutti – assomigliano a una brutta copia di ciò che erano. Non mancano le eccezioni, ma appunto perché tali, sono fuori dalla curva gaussiana, quindi ininfluenti per un’analisi generale. 

I congressi di partito erano l’apice dell’elaborazione politica, del confronto e del dibattito. Il faro dei militanti. La flebo ricostituente dei loro ideali. Pensionata la dialettica, adesso i congressi sono spudorate formalità. Come nel Vangelo: «Tutto è compiuto».  Poi Cristo è morto. E i partiti sono già cadaveri.

Alcune settimane fa a Crema, al congresso di Fratelli d’Italia hanno partecipato una ventina d’iscritti. Una riunione di condominio per nominare il nuovo coordinatore cremasco del partito.  Alberto Bonetti, il neoeletto è persona più che stimabile. È prematuro per inserirlo tra i Re Travicello, ma l’inizio della sua avventura non figura tra le migliori.  Meritava una platea più ampia, un maggiore consenso. Una legittimazione più consistente.

E coloro che negano una situazione provinciale precaria, allora rispondano in modo esaustivo a tre domande.

Perché Fabio Bertusi, pokerista della politica locale, è il signor Wolf che risolve i problemi e fa quadrare il cerchio degli accordi tra partiti? 

Perché lui, che è un battitore libero di centrodestra, senza incarichi di partito, nelle elezioni provinciali dello scorso anno ha piazzato i suoi uomini sia nelle liste di centrodestra che di centrosinistra? 

Perché Luciano Maverick Pizzetti detta la linea al Pd e all’Amministrazione comunale di Cremona senza essere né   segretario del partito, né sindaco?

«Un tronco piallato avrà la corona? O Giove ha sbagliato, Oppur ci minchiona: sia dato lo sfratto al Re mentecatto, si mandi in appello il Re Travicello».

Giove non ha sbagliato. La corona sul tronco piallato e inaffondabile l’ha posta la marginalità dei segretari di partito e dei sindacati. 

Dal recente scontro al calore bianco sul pasticciaccio brutto della tangenziale di Dovera è emersa lampante la decadenza dei partiti.  Vale anche per la querelle in atto per il nuovo ospedale di Cremona e per la destinazione delle entrate per il risarcimento Tamoil. 

Partiti e politica hanno lasciato campo e palla agli amministratori pubblici.  Uniche eccezioni degne di nota Tiziano Filipponi, segretario cremasco della Lega, e Luca Ghidini, segretario cittadino di Cremona di Forza Italia.

Il primo senza filtri diplomatici, non è stato sfiorato da alcun dubbio. Chiaro e forte ha detto: i soldi regionali destinati a Dovera restano dove sono.

Il secondo è andato giù piatto contro la destinazione proposta da Pizzetti per i soldi Tamoil. Proposta che ha sortito la raccolta di 825 firme per contestarla. 

Sindacati e partiti sono intervenuti di sguincio. Una volta sarebbe stata una pioggia di comunicati.  Oggi, prima di intervenire, attendono di capire l’aria che tira. Come Robert Redford: «Se devo andare dove piove merda, devo sapere da che parte soffia il vento» (Spy game). E la direzione del vento difficilmente viene determinata dalla politica.  A Cremona la decidono le associazioni di categoria e gli stakeholder, punto di riferimento delle scelte cittadine e, in parte, di quelle provinciali.

Con un briciolo di esagerazione si potrebbe affermare che nel capoluogo non si muove foglia senza l’imprimatur dei portatori di interesse. Ricordano l’uomo Del Monte. Se dicono sì, l’operazione va che è una scheggia. Se tentennano o sono contrari, è necessario portarla in officina per le verifiche. E’ successo per l’ospedale e per l’autostrada Cremona-Mantova.  Sarebbe sbagliato affermare che associazioni di categoria e stakeholder alzano o abbassano il pollice sempre e solo in funzione del proprio interesse. Però non è un pregiudizio sostenere che  il bene comune non rientra tra le loro priorità.

«Un popolo pieno di tante fortune, può farne di meno del senso comune. Che popolo ammodo, che Principe sodo, che santo modello un Re Travicello!»

Ma non tutti concordano. C’è ancora qualcuno che non lascia andare la barca fin che va senza remare. Che batte i pugni sul tavolo. Che dice no.

C’è ancora qualcuno che organizza comitati di dissidenti. Che diffida di donne e uomini soli al comando con doti taumaturgiche. Che sa aspettare per  costruire un’alternativa con pazienza senza urlare e su basi solide.  Che sa mediare senza prostrarsi. Che non promette rivoluzione. Che con pragmatismo cerca alleanze. 

C’è ancora qualcuno che sa trasmettere speranza. Yes, we can. Fanculo Re Travicello.

Antonio Grassi 

 

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