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 «Dobbiamo andare e non fermarci finché non siamo arrivati» «Dove andiamo?» «Non lo so, ma dobbiamo andare».

Settant’anni fa, questo dialogo tra Sal e Dean, protagonisti de Sulla Strada di Jack Kerouac, è stato il punto di riferimento della beat generation. 

Funziona ancora, ma con entusiasmo contingentato, per i riservisti-sempreverdi della silent generation e i boomer paternalisti e insopportabili. Odora invece di muffa per la generazione X e i millennial. Non inietta adrenalina nelle vene dei cultori del digitale, delle start-up, degli algoritmi. Incompatibile con la competitività contemporanea e il burnout, non è antidoto all’alienazione. Non è il Cynar dell’era tecnocratica, efficace contro il logorio della vita moderna. Ma tutto questo è verità parziale.

 Mutatis mutandis, il dialogo di Sal e Dean è attuale. Attualissimo se riferito ai politici locali.  

«Dobbiamo andare e non fermarci finché non siamo arrivati» «Dove andiamo?» «Non lo so, ma dobbiamo andare».

L’incessante e indeterminato movimento è l’ossessione, il tarlo che rode e consuma la variegata tribù, senza limiti di età, dell’unlucky  o della loser generation politica provinciale. E unlucky o loser dipende dal punto di vista del giudizio.

È l’angoscia esistenziale di inamovibili cariatidi e di sgomitanti giovani di belle speranze. I primi in marcia perenne per mantenere lo scranno. I secondi, seguaci del tutto e subito, si sbattono per arrivare sul podio con la Ferrari e non a tappe in autostop. 

Non è una novità. «Chi si ferma è perduto», avvertiva uno slogan del ventennio fascista e non è un buon viatico.  

Politici confusi, si arrabattano e si attorcigliano.  Giocano ai quattro cantoni. Pagano pegno alla sfiga di operare in un periodo storico magmatico, liquido, privo di riferimenti precisi e di leader carismatici e convincenti. Camminano e corrono. Non arrivano mai. Non quagliano. 

Non li aiuta l’habitat paludoso e  infido,  infestato da fake news e da imbonitori della Rete.  Li penalizza il laissez faire, radicato nel nostro territorio, zavorra per  ogni tentativo  di cambiamento e per visioni prospettiche che oltrepassino il proprio ombelico.  

Ma ‘ndo’ vai se la banana non ce l’hai?  cantavano Alberto Sordi e Monica Vitti In Polvere di stelle. E sotto il Torrazzo, in riva al Serio e nella terra dei pomodori non ci sono banane. Le stelle sono scarse.  La loro polvere, una rarità.

In una giungla nella quale anche Tarzan avrebbe difficoltà a districarsi, dove va l’unlucky generation politica di casa nostra, priva di macete e di coraggio?  Va a sbattere contro sogni di gloria ricorrenti, consunti e lisi dalla serialità infinita. Affoga in un oceano di parole e slogan, ciclici e stantii. Giunta alla frutta, improvvisa. Si affida al colpo di genio o di culo, con una probabilità di vincere inferiore a quella di pescare il biglietto milionario della lotteria di capodanno.

È una classe politica smarrita e vagabonda.  E la vicenda di Centropadane Engineering srl è l’ultimo esempio della nebbia che l’avvolge,  distopia cronica, difficile da curare.

Gli eventi, l’evoluzione della società, il contesto provinciale, gli stakeholder indirizzano la politica di casa nostra e i suoi rappresentanti verso strade la cui meta principale non è il bene comune. Tuttalpiù, un effetto collaterale. 

Protagonista di un road movie, girato sulle highway delle promesse da mantenere e delle illusioni evaporate, l’unlucky generation politica annaspa nel vuoto d’ideali. Carente di progettualità, procede a vista. Per tentativi ed errori. Soprattutto errori. La prevista costruzione del nuovo ospedale non modifica il giudizio. È il Ponte sullo Stretto in salsa cremonese.  

Gli studi sul futuro del territorio, si trascinano per anni. Quelli di fattibilità di progetti restano tali per epoche geologiche e alcuni finiscono al Tar. Un partiam partiam rimandato in continuazione. All’infinito.

L’autostrada Cremona Mantova da anni giace nel limbo di color che son sospesi. Adesso si attende e spera nell’intervento salvifico del privato.

E ancora il ventennio insegna. Aspetta e spera che già l’ora si avvicina. Come si sia conclusa l’attesa è noto.

Arruffona, qualche volta l’unlucky generation s’incarta ed è guerra dei poveri. Paradigmatico il finanziamento della tangenziale di Dovera rivendicato da Casalmaggiore. Ma i soldi la Regione li aveva assegnati ai cremaschi. E ora cosa succede?  Bella domanda. Tutti tacciono.  La vocazione tafazziana del nostro territorio trionfa. 

Generosa, la politica locale mantiene in vita società, enti, associazioni di dubbia utilità per i cittadini, ma necessari per gli equilibri politici e per la sistemazione di qualche trombato eccellente. Oppure per premiare il pretoriano del partito in cerca di occupazione. Legata alla tradizione, sostiene società la cui funzione è poco comprensibile ai non addetti ai lavori.  Reindustria ha svolto un ruolo fondamentale per il recupero dell’area ex Olivetti a Crema. Ma ora? 

Le società non si reggono sugli splendori del passato, ma questo principio non riguarda le partecipate. E tutto va bene, madama la marchesa. 

Frastornata, pressata dall’obbligo di decidere, incapace di scelte controcorrente, con qualche eccezione esclusa dalla statistica, l’unlucky generation della politica sta sulla strada senza navigatore e mappe.

«Dove andiamo?» «Non lo so, ma dobbiamo andare». 

In circolazione non si intravedono figure di riferimento autorevoli, capaci di indicare la strada maestra.  Non ci sono gli eredi dei Vernaschi, Vercesi, Bardelli, Zaffanella, per stare nel Cremonese.  Dei Lucchi, Patrini, Noci e Zanini per il Cremasco. 

L’unlucky generation politica è sulla strada. Inseguita dalle cambiali delle promesse elettorali, fugge. Nichilista, come la coppia di Sugarland Express e il pilota di Punto Zero, si autodistrugge. 

«Dobbiamo andare e non fermarci finché non siamo arrivati» «Dove andiamo?» «Non lo so, ma dobbiamo andare». Come Forrest Gump.  

 

Antonio Grassi

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