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Nel calendario romano le ‘Idus’, idi, cadevano il 15 esatto dei mesi di marzo, maggio, luglio e ottobre e segnavano l’esatta metà del mese. Quelle di marzo cadevano nel mese dedicato al Dio della Guerra, quel Marte su cui di fatto si fondava tutta la grandezza di Roma: la guerra.

E anche se dice Mastro Yoda in Guerre Stellari che “guerra non fa nessuno grande” , gira e rigira gli uomini più famosi della Storia sono sempre quelli che hanno ammazzato più persone, e cioè i grandi condottieri o i grandi dittatori. 

Gengis Khan, Napoleone, Alessandro Magno, Tamerlano, il Feroce Saladino, Solimano Il Magnifico, Hitler o Stalin, con le debite distinzioni, avevano tutti in comune due cose: la costruzione di nazioni potentissime e centinaia di migliaia di morti sulla coscienza.

Eppure, tutti loro sono ben più famosi di Einstein, Marconi o Pasteur, che non hanno ucciso nessuno e invece hanno regalato all’umanità degli incredibili balzi in avanti in campo medico o scientifico. Questo perché, ci piaccia o no, il sangue versato dei propri simili rimane il prezzo più alto che si paga alla Storia, ed ecco perché ne garantisce un ingresso privilegiato.

Ebbene di tutti costoro nessuno è più famoso di lui, Gaio Giulio Cesare, l’uomo più famoso di tutti i tempi e uno dei pochi conosciuti in quasi tutte le nazioni e culture. 

Le ragioni sono molteplici e non è possibile elencarle tutte: la gloria militare, le vittorie, i bottini di guerra, la grandezza politica e la statura di statista, il talento letterario e storiografico, l’essere stato al vertice del più importante impero della storia ed esattamente al suo centro cronologico, il fascino dell’Egitto e l’amore di Cleopatra, l’aver sepolto una Repubblica moribonda e aver fondato un Impero plurisecolare. Oltre a ciò, l’ essere stato per millenni dalla parte giusta della geografia mondiale, è cioè in mezzo a quell’Occidente che ancora oggi detta legge in materia di influenza, costumi, stile di vita, modello storico etc etc…

Non ultima ragione, la sua tragica morte: ucciso a tradimento dai suoi pari e amici,  tra cui addirittura il figlioccio Marco Giunio Bruto passato alla storia come la personificazione del traditore. Il luogo fu nientemeno che una seduta della più importante istituzione di Roma, il Senato, riunito quel giorno di marzo nella Curia di Pompeo, il più acerrimo nemico di Cesare da lui sconfitto, ironia severa della storia.

Tutti hanno attinto e sguazzato nel fattaccio: dalla pittura alla letteratura, dal cinema al teatro, da Dante a Shakespeare, da Marlon Brando ai cartoni animati, nessuno ha mai resistito al fascino di Cesare e dalla sua morte. Perfino lo sbirro Sean Connery ne Gli Intoccabili esclama davanti a un gangster crivellato di colpi “ è più morto lui di Giulio Cesare”.

Tanta fu la gloria che addirittura gli zar russi, 1500 anni dopo, scelsero il suo nome come titolo imperiale ufficiale, e nella cultura di massa è arrivato perfino nelle cucine più kitsch: ancora oggi si vendono decine di versioni di porta-coltelli con la sua sagoma infilzata delle lame da pietanza.

La grandezza vera di Cesare in verità, molto più che nelle vittorie militari o nella carriera politica, sta nella sua vicenda personale. Nato da una ricca e antica famiglia del patriziato romano, ma finanziariamente caduta in disgrazia, anziché starsene a Roma a vivacchiare al riparo del prestigio familiare che gli aveva consentito le cariche di pretore ed edile, Cesare molla tutto e si prende la Consolatura delle Gallie, uno dei posti più inospitali e pericolosi del mondo, una infinita landa desolate, boschiva e fredda,  infestata dai più crudeli e combattivi nemici di Roma, i Celti.

La Gallia gli regalerà gloria imperitura, consentendogli di ascendere fino alla carica di dittatore a vita e forse a quella di imperatore proprio in quel giorno di marzo di 2070 anni fa in cui un gruppo di suoi pari, chi per invidia chi per rancore,  chi per orgoglio repubblicano e chi per paura di un regime, straziò il suo corpo con 23 colpi di pugio (il grosso pugnale dei soldati romani), ma non impedì la nascita dell’impero, a conferma che Cesare aveva visto giusto.

E infatti, il figlioccio Ottaviano raccogliendone con astuzia il progetto politico, consentì a Roma altri 400 anni di gloria e splendore senza eguali.

Cesare aveva capito, altro suo merito assoluto, che la sopravvivenza di Roma passavgiulia dall’assassinare non lui ma la Repubblica, e che come ebbe a dire cento anni prima Catone il Censore, la Repubblica è fatta dagli uomini piccoli, e l’uomo piccolo prima o poi si stanca e cerca l’uomo grande…

Francesco Martelli

sovrintendente agli Archivi del Comune di Milano

docente di archivistica all’Università degli studi di Milano

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