Con il mese di marzo l’Italia entra nel vivo delle celebrazioni per gli 80 anni dal ritorno alla democrazia e dalla nascita della Repubblica. Il 1946 è un anno assolutamente cruciale della nostra storia che da sempre nell’interesse generale ha un po’ pagato lo scotto di venire dopo il 1945, l’anno della fine della guerra e soprattutto della fine della dittatura fascista. Il 1945 è l’anno eroico, quelle delle lotte partigiane, della sconfitta delle terribili armate naziste, delle città liberate dagli Alleati. L’anno, insomma, della nostra narrazione nazionale, che è quella della libertà e dell’antifascismo, e che quindi è sempre stato molto più celebrato del 1946, che viene di fatto ridotto al referendum del 2 giugno che vide la fine della Monarchia e la nascita della Repubblica. Eppure, quel 1946 è un anno pieno di avvenimenti straordinari, di passaggi delicatissimi ed epocali, di scelte drastiche e rapidissime, di passaggi istituzionali a volte ben poco ortodossi, altre volte improvvisati, che però hanno portato in pochi mesi a quella struttura istituzionale che ancora oggi determina, nel bene e nel male, la nostra quotidianità e il funzionamento, spesso faticoso, dello Stato.
I due veri protagonisti sono due uomini agli antipodi politici, eppure necessariamente alleati per ragion di stato, due dei migliori uomini politici che l’Europa del Dopoguerra abbia mai avuto: Alcide De Gasperi e Palmiro Togliatti. Cattolico austroungarico e filo americano il primo, stalinista inossidabile e intellettuale rivoluzionario il secondo, uniti soltanto dal fervore antifascista e da un profondo senso dello Stato e da uno straordinario pragmatismo politico. Sono loro il vero centro decisionale dello Stato, con buona pace del principe di Piemonte, quell’Umberto di Savoia che il 5 giugno 1944, a seguito del congelamento della questione istituzionale concordato con il Comitato di Liberazione Nazionale, fu nominato dal dimissionario re Vittorio Emanuele III “Luogotenente del Regno”. Diventerà Re d’Italia solo nel 1946, e solo per 35 giorni, passando alla storia come il Re di maggio.
Dopo le presidenze del consiglio di Ivanoe Bonomi e Ferruccio Parri, sarà De Gasperi a prendere ufficialmente le redini del Paese fino a pochi mesi dalla sua morte nel 1954, ma di fatto sono lui e Togliatti a prendere tutte le decisioni cruciali, compreso il voto alle donne. E’ questo un anniversario che, due giorni dopo al festa della donna, il 2026 dovrebbe celebrare adeguatamente. Infatti, uno dei capisaldi del ritorno alla democrazia fu il suffragio universale, ottenuto grazie al decreto legislativo luogotenenziale n. 23, emanato dal governo Ivanoe Bonomi il 31 gennaio 1945 e pubblicato il 1° febbraio, che estese il diritto di voto anche alle donne italiane con almeno 21 anni di età, e pare proprio in ragione delle sollecitazioni di Togliatti a De Gasperi: i comunisti sovietici erano avanti a tutti in termini di parità tra uomini e donne, come spesso l’iconografia stalinista testimoniava esaltando le sue donne rivoluzionarie in divisa e coperte da decorazioni militari. Unica limitazione era prevista dall’articolo 3: erano infatti escluse dal voto le prostitute che avevano esercitato il meretricio fuori dai locali autorizzati, norma poi abrogata nel 1947.
Nel frattempo De Gasperi diviene capo del Governo: i problemi dell’Italia sono terrificanti, in un Paese devastato dalla guerra, senza trasporti, senza ospedali, senza cibo e senza vestiti. Ce lo siamo dimenticati troppo, quanto eravamo disgraziati appena dopo la guerra… Inoltre, un Paese ancora diviso tra monarchici e repubblicani, tra ex fascisti e antifascisti, tra filo sovietici e clericali. Eppure, in tutto questo mare infinito di problemi insormontabili, ai due non sfugge un dettaglio con l’avvicinarsi delle prime elezioni, quelle amministrative dell’aprile 1946. Scrive Togliatti a De Gasperi che sì, ora le donne possono votare, ma non possono essere votate, ci era dimenticati di dar loro il cosiddetto “elettorato attivo”. De Gasperi risponde prontamente di aver già preso in considerazioni il problema, ed è così che a meno di un mese dalle elezioni, arriva il decreto legislativo luogotenenziale del 10 marzo 1946, n. 74, a firma sempre di Umberto Di Savoia, principe Di Piemonte, luogotenente generale del Regno, che all’art. 7 determina che “Sono eleggibili all’assemblea costituente i cittadini e cittadine italiani che, al giorno delle elezioni, abbiano compiuto il 25° anno di eta’”.
Sarà grazie a questo decreto che il 7 aprile 1946 a Milano, primo grande Comune al voto, verrà nominata la prima donna in Italia a ricoprire un incarico pubblico come assessore all’Assistenza e Beneficenza a Milano, Elena Fischli Dreher, partigiana di Ferruccio Parri, di famiglia brianzolo/svizzera e di fede valdese. Per la verità, la prima donna in assoluto in Italia ad avere una carica pubblica fu Anna Kuliscioff, medico ed eroina socialista, compagna di Filippo Turati e che durante le giunte socialiste degli anni ’20 fu nominata quale membro della commissione comunale per il Famedio dei milanesi illustri del cimitero monumentale, carica onorifica che non aveva alcun potere ma che ne fece a tutti gli effetti l’unica donna ad aver ottenuto un ruolo pubblico in Italia.
Francesco Martelli
sovrintendente agli Archivi del Comune di Milano
docente di archivistica all’Università degli studi di Milano






















