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A un anno dalla nomina (26 gennaio 2025), Michele Bellini segretario della federazione provinciale del PD, si è dimesso. In un Paese dove mollare la poltrona è raro, la decisione merita qualcosa di più di una presa d’atto e delle dichiarazioni di circostanza di politici e amministratori pubblici. 

Generalmente l’addio prematuro allo scranno è uno sfratto concordato e giustificato con sopravvenuti impegni personali e risarcito con la promessa di ritornare nella stanza dei bottoni. E poco importa se da usciere. Le dimissioni di Bellini non paiono né concordate, né farlocche, ma vere e convincenti. Non sono la chiusura di un’esperienza e l’apertura di un credito da riscuotere in uno dei prossimi giri di nomine pubbliche. Sono l’uscita di scena dignitosa e senza sbattere la porta. Senza concessioni all’ipocrisia. Senza zucchero e tanta amarezza.

Non rientrano nella pantomima del «me ne vado, ma va tutto bene madama la marchesa». Con l’immancabile coda: «ringrazio chi mi ha concesso la possibilità di fare questa esperienza», miele che è un vaffanculo geneticamente modificato. Cacca ricoperta da zucchero a velo. Le dimissioni di Bellini sono un preciso e devastante drone che ha centrato la cittadella del Pd.  Meritano rispetto.  Esempio di dignità e coerenza, segnalano che lo spazio per gli ideali non è esaurito. Che il nero è grigio, ma non ancora bianco. Che gli uomini con la spina dorsale non sono estinti. Le cause delle dimissioni spiegano la latitanza dell’ex segretario sui problemi che affliggono il territorio. Latitanza che lo aveva collocato tra gli inclassificabili nelle pagelle di fine anno. 

«Cari amici e care amiche, – ha scritto – quando mi sono candidato alla segreteria provinciale avevo assunto l’impegno di provare a favorire un rilancio della nostra Federazione. In questo tentativo ho messo energie, tempo e passione. L’esperienza di quest’anno mi ha portato però a concludere che non siano presenti le condizioni perché questo rilancio possa avvenire».

Motivazione chiara, lucida e inflessibile, non regala sconti al suo partito, senza trasformarsi nell’arringa di un pubblico ministero giacobino. Cancella il dubbio che sia fuggito dalle proprie responsabilità. Non è il gran rifiuto di Celestino V. Si è dimesso, ma non ha lasciato la nave mentre affondava.  Il Pd non è la Nimitz del tempo che fu. Ha ridotto la stazza, ma rimane un ottimo incrociatore che naviga con perizia in un oceano infestato da squali. 

Bellini ha salutato, ma non si è limitato a un arrivederci.  Non ha taciuto.  Il suo addio alla segreteria è stato un illuminante allarme: siamo nella palta fino qui.  Una scossa tellurica per la politica del territorio. Per il Pd, qualcosa di più: uno tsunami. Schietto, Bellini ha denunciato un sistema imbalsamato e refrattario al cambiamento. Un sistema nel quale i partiti sono marginali e i segretari chincaglierie da mercatino dell’usato, con il Pd provinciale che in questo habitat tossico si è ritagliato la propria nicchia ecologica in cui sopravvivere, che non è vivere. 

«A livello locale – ha sottolineato Bellini – siamo già diventati, di fatto, un partito degli elettiFare politica al di fuori delle istituzioni è oggi una missione quasi impossibile». 

È la crisi dei corpi intermedi e l’ascesa dei leader. Della donna o dell’uomo solo al comando.  E con la nostra provincia penalizzata dalla carenza di candidati idonei a coprire il ruolo. Al contrario, abbondano i pretendenti, pletora di caporali che si credono generali.

Il Pd descritto da Bellini non solo è un partito di eletti, ma anche di club territoriali molto esclusivi, aspetto sicuramente noto ai militanti e da lui reso pubblico.     

«Alla prova dei fatti, sono troppo poche le persone che ricoprono un ruolo nel partito – formale o informale che sia – che credono davvero nella necessità di una dimensione provinciale. L’assenza di questa volontà è emersa con chiarezza, ad esempio, nella vicenda del nuovo regolamento finanziario. Il confronto sulla ripartizione delle risorse, in un contesto di evidente scarsità, ha messo in luce priorità e comportamenti. Di fronte alla necessità di individuare soluzioni capaci di tenere insieme esigenze diverse, è prevalsa la preoccupazione di tutelare esclusivamente il proprio ambito di riferimento, a scapito del livello provinciale e mostrando l’assenza di una reale volontà di collocarsi dentro una prospettiva unitaria e condivisa».

In poche righe Bellini racconta di un Pd simile a un condominio dove prevalgono incomunicabilità ed egoismo.  Un partito governato dalla logica del proprio orticello, zavorrato dalla guerra per la spartizione delle poche risorse disponibili. All’ingresso del palazzo piddino, il motto uno per tutti, tutti per uno è stato sostituito dal più attuale ognuno per sé e dio per tutti

Il Pd ne esce ammaccato.  Il vil denaro interferisce con ideali avvizziti e bisognosi di make up per essere smerciati come in passato.  L’unità provinciale del partito e la condivisione sono una chimera. La spaccatura tra piddini cremaschi e cremonesi sullo statuto di Padania Acque è stata la pistola fumante che ha confermato la contrapposizione. 

L’analisi è impietosa, ma priva di cattiveria. Fotografa un partito diverso da quello che intende apparire.  Diviso al proprio interno, non è un’agorà dove ci si confronta e la dialettica la fa da padrona, piuttosto una piazza buona per duelli rusticani.  Un conglomerato di monadi preoccupate della propria sopravvivenza. Medico, cura te stesso suggerisce Bellini.  Probabilmente è la voce che grida nel deserto. Pazienza. Resta un contributo significativo per migliorare il partito. Più in generale, per rigenerare la politica del territorio.

Nel documento delle dimissioni c’è un convitato di pietra. Non viene mai nominato e ognuno può assegnare l’identità dell’uomo senza ombra in base a considerazioni personali.

Luciano Pizzetti potrebbe essere tra i candidati a essere il commensale senza volto.  Presidente del Consiglio comunale del capoluogo, dirige con personalità e autorevolezza l’orchestra nel Salone dei Quadri e probabilmente anche quella nel suo partito. Alcune convergenze con Fratelli d’Italia su temi specifici fanno supporre che il suo pensiero influenzi anche le scelte dei meloniani, da non confondere con i melomani.  Questi ultimi coltivano una passione viscerale per la lirica. I primi si dedicano all’arte tafazziana.

Da leader, Pizzetti detta i tempi e impone decisioni, ma non sempre con successo.   E quando Bellini afferma «chi ricopre ruoli di partito senza essere eletto è strutturalmente tagliato fuori e risulta utile quasi esclusivamente nelle campagne elettorali», ammette, indirettamente, che non era lui a decidere la linea del Pd, ma altri. Pizzetti potrebbe rientrare tra costoro. È comunque innegabile che su alcune questioni cruciali della politica cittadina e territoriale ha imposto la sua linea, indipendentemente dal segretario in carica. 

Dopo la nomina del consiglio di amministrazione di Padania Acque, avvenuta secondo i sacri crismi previsti da leggi, statuti e regolamenti. Dopo avere ammesso la perfetta liceità della votazione. Dopo essersi battuto perché la nomina venisse rinviata. Dopo tutto questo Pizzetti ha spiegato: «Ma non sempre ciò che è lecito risulta etico. E la totale mancanza di rispetto e considerazione per chi verrà eletto dopo soli 30 giorni di eticamente responsabile ha ben poco» (Cremona sera, 17 maggio 2024). 

L’etica politica è una brutta bestia. Evocarla per sostenere le proprie ragioni espone al rischio di un autogol.  È etico buttare nel cesso oltre 100 delibere comunali relative alla modifica dello statuto di Padania Acque (sempre lei)?  Delibere tutte regolarmente approvate dai rispettivi Consigli comunali, compreso quello di Cremona e favorevoli alla modifica (Cremonasera, 28 dicembre 2025).  È etica una delibera a geometria variabile, approvata nei Consigli comunali dei soci, respinta nell’assemblea di Padania Acque? È etico dividere il territorio e il Pd, con i cremaschi coerenti e favorevoli al nuovo statuto e i cremonesi double face astenuti? Non è stata un’operazione di Bellini. Di chi non si sa. Di sicuro è una brutta storia di politica locale, difficile da dimenticare.

Per rimanere in tema, è etico schierarsi in maniera plateale e smaccata a favore dell’attuale servizio rifiuti, mentre si attende di discutere una mozione dei consiglieri Alessandro Portesani e Cristiano Beltrami? Mozione che chiede la sospensione dell’affidamento. 

«Il punto centrale – ha commentato Pizzetti – è che adesso c’è un servizio ottimo a un costo ridotto. Non vorrei che alla fine di questa vicenda si giungesse a una conclusione in cui il servizio diventi meno buono e a un costo maggiorato» (Cremonaoggi, 5 gennaio).

Sarà vero, ma, in questa fase, il punto centrale non è la qualità del servizio, bensì la regolarità o meno dell’affidamento. Temere un ribaltamento e dichiarare pubblicamente che un ipotetico nuovo gestore potrebbe peggiorare il servizio e aumentare i costi non appartiene allo stile di un cavallo di razza della politica. Se esiste una procedura deve essere rispettata. E sparare su un fantasma non aumenta la leadership.

L’etica, soprattutto in politica, è da maneggiare con cura. È simile al siluro del sommergibile di Caccia a Ottobre rosso che è ritornato da chi l’ha lanciato. E stupisce che Pizzetti, capitano di lungo corso, abbia commesso questo errore da dilettanti.

Bellini ha dato una dimostrazione di etica politica. Ha provato a cambiare il Pd locale. Ha constatato che il paziente è incurabile. Ha gettato la spugna. Ha spiegato il motivo e resa pubblica la landa deserta della politica locale e il condominio ingestibile del Pd provinciale. Non ha abbandonato il partito. Attende tempi migliori. Giù il cappello. E per chi ha comandato e comanda ancora è il tempo di voltare pagina. In fretta. Il territorio non è ancora morto, ma è in sala di rianimazione. E gli altri partiti non hanno motivo di esultare. Sono correi del degrado politico.

Antonio Grassi

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