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Nella Roma antica il tribuno della plebe era la carica pubblica elettiva di chi, scelto dal popolo tra il popolo, lo difendeva dai soprusi dei patrizi. Ci furono momenti in cui i tribuni arrivarono a detenere un potere enorme, dovuto dal sostegno della enorme massa popolare e dalla inviolabilitá fisica stabilita per legge (la sacrosantitas) , e in alcuni casi a entrare nella leggenda, come per i fratelli Tiberio e Gaio Gracco, a tutti noti come I Gracchi. Erano grandi oratori, capi popolo dall’atteggiamento rude e volutamente lontani dalle eleganti raffinatezze degli aristocratici.

Umberto Bossi è stato, almeno all’inizio degli anni 90, il Tribuno della Valle del Po , ossia il rude rappresentante dei popoli padani stanchi delle vessazioni romane.

Un uomo rude, dalla voce roca e urlante, spesso in canottiera e con due piccole ali di bava che incorniciavano i suoi feroci strali contro Roma ladrona. Un uomo a tratti bislacco, quasi truce nella sua fierezza un po’ volgare, eppure dotato di un grande carisma e di quel fiuto animalesco ma geniale tipico dei capi popolo. Veniva dalle file del Partito Comunista, Bossi, anche se ci era stato ovviamente a modo suo, cioè disorganico e un po’ anarchico, ma dal Pci si era portato via due cose: l’organizzazione della macchina di partito e l’idea della comunità politica. Comprò gli uffici di una vecchia azienda farmaceutica all’estrema periferia nord di Milano in via Bellerio con l’idea di farci non solo la sede di un partito ma un luogo comunitario dove si poteva mangiare assieme, bere assieme, guardare il cinema, giocare a pallone, fare riunioni e stampare giornali e manifesti.

Organizzò il movimento come una perfetta macchina da guerra politica in stile sovietico: ce lo testimoniano i preziosi archivi della Lega di quegli anni, tenuti con un rigore e una dovizia da Kgb.

Bossi capì prima di tutti i democristiani e comunisti che dagli anni 80 in poi  gli operai stavano cambiando, che non volevano più essere massa combattiva in piazza, ma dei borghesi con una bella macchina e dalle vacanze in giro per il mondo.

Bossi diede voce al fortissimo malcontento che negli operosi cittadini del nord, schifati da tangentopoli e oppressi da una vergognosa tassazione che finiva per lo più per mantenere in vita le sacche di malaffare del Sud, aveva superato l’esasperazione. E quel malcontento lo premiò in maniera strabiliante: lo portò trionfalmente al Senato in quel lunedì del 1992 di cui io ricordo ancora perfettamente la vignetta di Giannelli con un enorme Bossi-Nettuno che inghiottiva i leaders del penta-partito al grido roboante di “TERÙ!”.

Bossi è stato anche un geniale stratega politico, capace di governare quella galassia di Leghe nordiste autocefale che sorgevano come funghi e che lui porto’ abilmente alla auto-eliminazione o alla inglobazione graduale ma inevitabile dentro quella Lega Nord nave ammiraglia delle leghe che oggi è il partito più vecchio del nostro Parlamento. Quella Lega Nord dei primi anni 90 era tutta controcorrente: difendeva il pool di Mani Pulite per dare addosso alla Dc al Psi e al Pci, era federalista e incredibilmente europeista in anni in cui lo erano ben pochi, tanto che il primo sindaco milanese tutto leghista fu proprio un funzionario dell’Unione Europea, Marco Formentini. La furia politica di Bossi lo porterà fino alla secessione e alla costituzione di uno stato padano separato, il cui inno, vero colpo di genio, fu il Va’ Pensiero di Verdi, il canto del popolo oppresso.

Anche lui arrivò al Governo solo grazie a quel Berlusconi, anche lui lo tradì, salvo poi riappacificarsi divenendo forse davvero l’unico suo amico in politica.

Non mancarono, come sempre accade all’ombra dei grandi fondatori, gli scandali, i cerchi magici, i guai familiari e poi addirittura quel tremendo ictus che costrinse il possente Tribuno alla carrozzella e al silenzio, una pena terribile per un leader che aveva fatto della sua voce e dei suoi gesti la sua bandiera.

Con Bossi se ne va davvero un pezzo di storia della Nazione, il Rasputin del Po che aveva galvanizzato un popolo operoso e spento e che, se non riuscì a guarirlo dai mali della Repubblica, ha certamente contribuito a dargli una dignità e un peso sulla bilancia degli scambi romani che mai esso aveva posseduto.

 

Francesco Martelli

sovrintendente agli Archivi del Comune di Milano

docente di archivistica all’Università degli studi di Milano

Nella foto centrale Umberto Bossi con Italico Maffini a Cremona

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