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La strage di Crans Montana mi ha scosso al punto da indurmi a scrivere qualcosa come già altri  hanno fatto su questo blog. 

Una delle frasi più ripetute di fronte a tante tragedie, è quella di “imparare le lezioni della vita, per  evitare che eventi simili possano ripetersi”. Una cosa però è capirlo, altra cosa invece realizzarlo in  maniera capillare o ricordarsene al momento opportuno. 

Tutti d’accordo pertanto che i locali debbano essere a norma di legge, idonei per capienza e agibilità, dotati di estintori, di uscite di sicurezza usufruibili, di materiali ignifughi…, che rimandano alla responsabilità degli adulti e delle istituzioni. 

Quando però si tratta di affrontare le responsabilità dei giovani, le idee non sono più così chiare,  condivise, ed è questo l’anello debole della catena, per il semplice fatto che proprio i giovani ne sono le vittime. Incominciano allora ad emergere attenuanti, giustificazioni. Si invoca il silenzio nel rispetto dei morti e dei loro familiari, quasi a pretendere di rinunciare a confrontarsi sulle vicende  infauste e quindi a cercare quelle verità tanto reclamate. Tutt’al più ci penseranno gli inquirenti a farlo, solo loro. 

Già. Gli inquirenti…che erano anche coloro che dovevano vigilare sulla sicurezza di quel maledetto discobar!! 

Parlare delle responsabilità giovanili diventa pertanto un tabù sociale, vuoi anche perché implica  tirare in ballo quelle genitoriali, sempre più in ritirata, ma in un distinguo non facile, soprattutto se  si tratta di minorenni e in questo caso la stragrande maggioranza dei ragazzi erano adolescenti.  Tutte le sei vittime italiane. 

Un tabù che va a braccetto con la diffusa deresponsabilizzazione di questa fascia d’età. In Italia, ad  esempio, i minori sono non imputabili o non punibili. Valutazioni discutibili perchè tra l’altro entrano in  forte contraddizione con quella spinta familiare e sociale verso una loro sempre maggiore emancipazione, della quale il caso Crans Montana è una prova lampante.  Erano molti, infatti, i minori infatti affluiti da paesi stranieri e, dato più clamoroso, coi genitori rimasti a casa. Non solo: i ragazzi erano lì a frequentare locali nei quali, secondo la legge elvetica, non potevano accedere dopo le 22 se di età inferiore ai 16 anni, se non accompagnati da un familiare adulto. Sicuramente, poi, consumavano alcolici come dimostrano quelle immagini sconvolgenti delle famigerate bottiglie fiammeggianti che hanno fatto il giro del mondo, e pagate a peso d’oro. 

Chi può escludere, infine, vista la notte speciale e il clima di eccitazione collettiva, che non fosse  stata consumata anche qualche sostanza illecita, ad obnubilare ulteriormente le coscienze? 

E qua veniamo a uno dei punti fondamentali. 

Francesca Codazzi, nella descrizione nostalgica dei suoi ricordi di gioventù, in realtà dipinge un quadro tutt’altro che edificante, in quanto a luoghi e modalità di divertimento, che tuttavia  sembra giustificare.  

“Fumavamo come ciminiere e l’aria era densa, polverosa e appiciccaticcia…L’atmosfera era  impregnata di Merit..e Ceres a fiumi bevuta dalla bottiglietta, o vodka…La parola sobrietà era  bandita. Tutto era opulenza ed edonismo. Sui cappotti ammonticchiati sui divani, ogni tanto ci  scappava una bruciatura di sigaretta: un trofeo di guerra. La mamma ci cuciva sopra uno stemmino  e finiva lì. Erano incidenti di percorso”. E nel frammezzo scrive: “Ma non ne eravamo consapevoli”. 

Uno squallore desolante, e l’ultima frase citata fa venire i brividi. Anche perché poi a scuola si era studenti modello, o bravissimi atleti, come lo erano le vittime di Crans Montana, a riprova del fatto che non erano deprivati della facoltà di intendere. 

Sembra invece che in quei momenti di divertimento, definiti appunto “spensierati” dalla Codazzi, si  sia deciso di staccare la testa dalla realtà, una sorta di blackout mentale, per immergersi in un  mondo di magica onnipotenza, nel quale nulla di male può accadere. 

Ma la realtà non stacca la sua “testa” da noi. Mai. 

Una cosa analoga descrissi quando parlai dello tsunami del 2004. Mentre gli animali (pesci,  elefanti) e il capitano di una nave, la cui testa non andava mai in vacanza, riuscirono proprio per  questo a cogliere in anticipo i segnali dell’imminente disastro e perciò si salvarono, i turisti, inebriati dall’incauta allegrezza e dal fascino dei luoghi, perirono ghermiti dall’onda. 

Qua allora non si tratta di puntare il dito contro i ragazzi, ma di insegnare loro che i momenti  “spensierati” non hanno ragione di esistere nella misura in cui ci lasciano in totale balìa del mondo  che ci circonda, privandoci dell’istinto di sopravvivenza. Quindi che non possiamo sacrificare il  nostro benessere sull’altare del divertimento, e che ci sono modalità più sane per festeggiare,  anziché rinchiudersi in locali stipati come sardine, anche se a norma. 

Mirabile la citazione di Francesco Martelli dell’adeguamento che i bolscevichi suggerirono ai  russi nel libro di Pasternak. I tempi erano cambiati e quindi bisognava adeguarsi per sopravvivere. 

Rispetto agli anni 80 descritti da Francesca Codazzi, i tempi non sono”cambiati” in quanto ad abitudini di vita voluttuarie (anche allora come oggi si andava nei bar, nelle discoteche, nei  cinema..). Sono come allora mutevoli, nei contesti, negli imprevisti… perché la realtà scelta per il  divertimento, nel bene o nel male, può modificarsi repentinamente. 

Trovarsi quindi “adeguati“, pronti ad affrontarla, è possibile anche nell’età adolescenziale, partendo dalla “prevenzione”, cioè da quella sobrietà che sembrava già perduta negli anni 80 e che invece era solo irresponsabilmente snobbata. 

 

Stefano Araldi 

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