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Magari è così dappertutto, però a Cremona l’abitudine di raccontare un sacco di frottole evidentemente soddisfa la maggior parte dei cittadini cremonesi. Tra le sciocchezze che ci tocca ascoltare, quasi sempre senza contradditorio da parte delle strutture di governo della città, vale la pena di segnalare l’unanimità nel sostenere che la qualità dell’assistenza ospedaliera dipende dalla data di costruzione dell’ospedale e che quindi costruire una nuovo ospedale risolverebbe tutti i nostri problemi assistenziali. Quasi che un nuovo edificio sia in grado di evitare la migrazione dei pazienti (solo quelli che se lo possono permettere) verso altre strutture, verso gli ospedali considerati eccellenti.

In realtà un po’ di assistenza ospedaliera me ne intendo, visto che ho lavorato in un ospedale pubblico per parecchi anni e che attualmente dirigo una reparto nell’ambito di una struttura ospedaliera privata accreditata perennemente classificata ai massimi livelli di eccellenza, non solo a livello nazionale. Il fatto di conoscere bene sia il Servizio Sanitario Nazionale che una sanità privata di riferimento, mi consente non tanto di fare paragoni, quanto di capire  cosa è necessario per perseguire standard di eccellenza nell’assistenza ospedaliera.

Per prima cosa debbo ribadire che buoni/ottimi servizi di sanità ospedaliera  sono del tutto indipendenti da qualsiasi iniziativa edilizia e che una elevata qualità assistenziale non corrisponde quasi mai all’anno di costruzione della struttura ospedaliera. Se così non fosse, potremmo facilmente risolvere tutti i nostri problemi sanitari. Secondo la classifica del 2026 di Newsweek, il migliore ospedale d’Italia  è il Policlinico Gemelli di Roma, costruito nella prima metà degli anni ’60 del secolo scorso; al secondo posto il Niguarda di Milano (costruito nel 1939). Se è vero che il terzo classificato (Humanitas) è del 1997,  il Sant’Orsola di Bologna, che risale al 1592 ed è stato rimodernato nel 1970, si classifica al 5° posto, prima di quello di Bergamo, il più recente del gruppo.

Tra gli ospedali più moderni quello di Lecco, che risale agli anni 2000, si classifica al 50° posto della classifica, dopo il San Giovanni Bosco di Torino che è più vecchio di mezzo secolo. Non va meglio la Poliambulanza di Brescia, fiore all’occhiello della sanità lombarda ed elemento di grande attrazione per i cremonesi che, inaugurata nel 1997, si classifica al 57° posto su 133 analizzati.

Per chi volesse sapere come si classifica l’ospedale di Cremona, rimandiamo alla classifica e tuttavia pare opportuno segnalare che uno degli ospedali più recenti d’Italia, quello di Massa Carrara (ospedale Apuane) inaugurato nel 2016, è posizionato molto, molto più in basso rispetto all’attuale struttura cremonese.

Potremmo continuare all’infinito, portando centinaia di esempi in grado di dimostrare che la struttura edilizia di un ospedale e la data di costruzione non hanno nulla a che spartire con la qualità dell’assistenza. Detto sommessamente,  l’assistenza migliore non è quella associata ai comunicati stampa sui giornali locali e neppure quella di chi evita il confronto e la discussione a livello professionale. Neppure è quella di chi cerca (e trova) appoggi tra i potenti del luogo, non solamente tra i politici. L’eccellenza sanitaria è invece basata su una elevata competenza professionale,  sul confronto, lo studio, la critica, l’autocritica, il rapporto con il paziente, l’organizzazione.

Quando invece la sanità pubblica viene trasformata in un affare redditizio per i portatori di interesse, dai politici agli impresari edili,  è difficile pensare che possa determinare un miglioramento dell’assistenza ai cittadini.  Costruire quindi a Cremona un nuovo ospedale e demolire quello attuale ha l’unico significato di buttare nello sciacquone i soldi delle nostre tasse, arricchire gli stakeholders, consentire ai politici elevati livelli di esibizione. Non certo di migliorare l’assistenza e l’organizzazione ospedaliera. Quella ha bisogno di teste pensanti, non di esecutori passivi di scelte interessate che con la qualità assistenziale non hanno nulla a che spartire.

Non abbiamo soldi per attirare medici, infermieri e personale sanitario, mancano i fondi e soprattutto le capacità per una revisione critica della attuale organizzazione sanitaria, nessuno sembra in grado di ipotizzare quali saranno le sfide sanitarie da affrontare nel prossimo futuro, la prossima pandemia minaccia sfracelli e noi siamo qui a costruire nuovi edifici e abbattere quelli funzionanti. Naturalmente nella soddisfazione generale dei decisori, dei politici, di tutti quelli che pontificano di assistenza senza sapere di cosa si tratta. Tanto che gli importa della sanità pubblica?  Loro avranno sempre e comunque le conoscenze ed i contatti per un accesso preferenziale verso la sanità privata.

 

Pietro Cavalli

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