Home

«La netta affermazione del No al referendum costituzionale rappresenta una vittoria chiara e inequivocabile della democrazia. La forte mobilitazione dello schieramento progressista ha prevalso sull’arroganza della compagine di governo». Inizia in questo modo il comunicato pubblicato il 24 marzo dal Pd di Cremona sul sito ufficiale del partito. Che sia stata una vittoria del No è incontestabile. Che il risultato sia un’inequivocabile vittoria di democrazia, è indubbio, ma subito spunta un interrogativo.  Se avesse trionfato il Sì sarebbe stato un golpe antidemocratico?  In questo caso Cremona, dove ha vinto il Sì, avrebbe aggiunto un’altra medaglia al suo ricco palmares di primati da dimenticare?  

I risultati nei capoluoghi delle province confinanti con la nostra amplificano la contraddizione tra il trionfalismo del Pd cremonese per il risultato nazionale e la batosta subita a livello locale. In quattro di queste città (Mantova, Bergamo, Lodi, Parma) tutte governate da sindaci e giunte di centrosinistra, il No ha superato il Sì.  In una (Piacenza), anch’essa di centrosinistra,  il Sì ha sconfitto il No.  Ma anche Crema, anch’essa feudo del centrosinistra, non è andata meglio: il Sì ha superato il No.  

Su dodici capoluoghi lombardi, Milano compresa, solo in quattro si è imposto il Sì. Insieme a Cremona hanno perso il referendum Lecco, Sondrio e Varese. Con questi risultati si può affermare che, tra i capoluoghi lombardi, Cremona è andata in controtendenza rispetto a quelli più popolosi e industrializzati. 

La sconfitta cremonese viene giustificata dal Pd con la mistificazione del mal comune, mezzo gaudio. «Anche se in Lombardia ed in Provincia di Cremona – come da previsioni – è prevalso il Sì».  Scusa non richiesta e inutile, ultima risorsa di chi non ha più frecce nella faretra.  

D’accordo, la volpe e l’uva è un evergreen, il mantra più gettonato degli sconfitti, ma è anche il salvagente che non salva.  

Non è necessario che il Pd locale si batta il petto e reciti il mea culpa. Ma è altrettanto inutile che s’inventi degli alibi inconsistenti.  Più proficua l’analisi delle cause della disfatta, necessaria per evitare di ripetere gli stessi errori in futuro.  Si dice che sbagliando s’impara, ma senza la consapevolezza d’avere toppato si resta ignoranti. 

Cremona, dunque, fuori dal coro. Starci è spesso positivo ed esaltante.  È lungimiranza, sagacia e autonomia.  Soprattutto è coraggio.  In altre circostanze è pusillanimità e debolezza. Ma anche paura e stanchezza. Inedia. 

Michele Bellini, con maggior tatto, ha riassunto con amarezza tutto questo nella sua lettera di dimissioni da segretario provinciale del partito.  Era gennaio. E il suo j’accuse è già un ricordo lontano e impolverato.  Dimenticato.

Il comunicato del Pd  abbonda di un entusiasmo più che giustificato per la vittoria nazionale del No.  Le motivazioni sono congrue e condivisibili.  Manca però un accenno di autocritica per la scoppola locale. Se i dettagli fanno la differenza, non è un buon segnale. Tutt’altro. Indica confusione e inadeguatezza del partito. Racconta di una dirigenza carente di spina dorsale.  Di marzapane piuttosto che di granito. 

Già alle elezioni politiche del settembre 2022 era emersa questa fragilità. Allora nel collegio senatoriale uninominale di Cremona erano candidati per il Pd il cremonese Carlo Cottarelli e, per Fratelli d’Italia, la forestiera Daniela SantanchèVinse quest’ultima con il 52,17 per cento dei voti contro il 27,3 del candidato locale. Divario impietoso, nonostante allora il Pd fosse nella coalizione alla guida della città e Cottarelli una superstar della politica. Calcisticamente un 4 a 1 per chi giocava fuori casa.

Per comprendere il risultato del referendum è inevitabile focalizzare l’attenzione su Luciano Pizzetti. Presidente del consiglio comunale, è il riconosciuto piddino più influente della provincia. Tiene ottimi rapporti con la stampa di regime, alla quale rilascia interviste e dichiarazioni.  Faro e sponsor del sindaco Andrea Virgilio, lo sovrasta per caratura politica e per la capacità di influenzare alleati e molti avversari. È l’interlocutore apprezzato dagli stakeholder. Possiede un master sull’impiego del manuale Cencelli per l’assegnazione delle poltrone nelle partecipate e trova un alleato in Marcello Ventura, coordinatore provinciale e consigliere regionale di Fratelli d’Italia. Durante la campagna referendaria, si è speso pubblicamente a favore del Sì, in contrasto con la linea del proprio partito. Pizzetti non è la voce che grida nel deserto. Viene ascoltato da molti compagni, termine oggi desueto. Elemento semantico archeologico, gode ancora di molto rispetto presso i militanti vintage.  

Difficile non definire dirompente l’intervista che ha rilasciato dopo il risultato elettorale e la nota di commento del Pd. «La cosa che mi turba – ha precisato- è linversione delle parti. Un centrodestra prevalentemente non libertario che, anche strumentalmente, promuove una riforma liberale e una sinistra libertaria che in passato ha sostenuto quei principi, opporvisi ora in nome della ragion politica». (La Provincia 23 marzo).

La dichiarazione, in antitesi con il peana innalzato alla vittoria del No dal Pd locale, è un missile che si è infilato in una parte intima del partito. Per essere sicuro di essere compreso, Pizzetti ha concluso: «Al di là della contingenza, poiché i principi di quella riforma sono buoni, credo e spero che la sinistra libertaria li riprenderà cammin facendo».  

Rosolini Azzali, neosegretario provinciale del Pd, non ha mosso un ciglio per queste parole. Non un plissè. Non un sospiro. Standing ovation dal centrodestra. 

Pizzetti non è nuovo a valutazioni personali che causano polemiche e contestazioni. Trentadue anni fa un referendum consultivo, indetto dall’amministrazione comunale di centrosinistra, bocciò l’ubicazione dell’inceneritore a San Rocco. Convinto sostenitore del posto prescelto, con uno straordinario gioco di prestigio, Pizzetti trasformò la sconfitta in vittoria. «Da questo referendum – disse – viene un incoraggiamento all’amministrazione a procedere nella realizzazione dei suoi programmi» (Forte Apache e dintorni, Grafica Gm, 1998). Ma dalle urne era uscito un responso opposto.  L’inceneritore venne costruito là dove la volontà popolare l’aveva cassato.  

Cremona non si smentisce. Coerente con se stessa, con i suoi cliché, con le gerarchie consolidate, indifferente lascia che tutto scorra sulla propria testa (Vittorianozanolli.it, 28 marzo). 

 Il Pd perde il referendum in città  e a Crema ed esulta. Pizzetti sta sulla barricata opposta del Pd, ma lo comanda. Il segretario del Pd tace. 

Cremona è quattro amici al bar.  È stum schiss.  Cremona tra palco e realtà.

 

Antonio Grassi

 

L'Editoriale

In Breve

L’orologio

Una strada stretta del centro storico. Sulla sinistra, un portone di ferro dorato. Suono; qualcuno mi riconosce. Entro. Evito l’ascensore tipo ospedale – grande abbastanza

Leggi Tutto »

Lo zingarello

Poi si rivolse, e parve di coloro che corrono a Verona il drappo verde… (Dante: Inf. XV, 121-122) Quando i sessant’anni si profilano all’orizzonte può

Leggi Tutto »

L’auto e la filosofia

L’automobile, a volte, costituisce il perno su cui ruotano episodi che restano scolpiti per sempre nella memoria. Un professore di filosofia del Liceo Classico “Daniele

Leggi Tutto »

Contatti

Per contattarci puoi scrivere una email all’indirizzo qui sopra riportato. Oppure compila il modulo qui a fianco.