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Cerimonia commemorativa al Civico cimitero in occasione del Giorno del Ricordo, la ricorrenza istituita nel 2004 dal Parlamento per conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale.

Il sindaco Andrea Virgilio, il consigliere Giovanni Gagliardi, in rappresentanza della Provincia, e Tiziano Bellini, per il Comitato di Cremona dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, hanno deposto una corona di alloro al monumento ai Caduti Giuliano Dalmati di tutte le guerre, presenti le autorità civili e militari ed i rappresentanti delle Associazioni Combattentistiche e d’Arma, mentre il trombettiere del Complesso Bandistico “Città di Cremona” ha suonato “Il Silenzio”. Don Achille Bolli ha poi impartito la benedizione. Un mazzo di fiori è stato deposto davanti al cippo dedicato agli esuli deceduti a Cremona.

Dopo gli squilli di tromba, Tiziano Bellini, a nome dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, ha ricordato i giorni dell’esodo, l’arrivo in Italia e il successivo trasferimento a Cremona degli esuli Giuliano Dalmati che vennero accolti con grande spirito di solidarietà.

La cerimonia al Civico Cimitero si è conclusa con l’intervento del sindaco Andrea Virgilio: “Il Giorno del Ricordo non chiede parole solenni, ma parole giuste. Perché questa memoria, se la riduciamo a un rito ripetuto la tradiamo due volte: tradendo i fatti e tradendo le persone.

Su questa storia esistono due scorciatoie ugualmente ingiuste. La prima è trasformarla in un racconto a tinte semplici, con ruoli già assegnati, dove la storia serve solo a confermare un’idea preconfezionata. La seconda è farne una gara di sofferenze, come se ricordare significasse scegliere una tragedia contro un’altra. Ma la memoria civile non è un campionato del dolore: è un esercizio di responsabilità.

La parola “foiba”, prima ancora di essere storia, è geografia: è un vuoto nella roccia, un inghiottitoio. Ed è proprio questa fisicità che ci richiama a un dovere: parlare dei fatti con la stessa concretezza, senza deformare, senza cedere alla tentazione di usare le vittime come argomento nelle polemiche del presente. Chi ha sofferto merita rispetto, non semplificazioni.

Quelle terre dell’Adriatico orientale sono state per secoli un confine vivo: intrecci di lingue, culture, appartenenze. La violenza del Novecento – i nazionalismi, le dittature, la guerra, l’occupazione, le vendette – ha spezzato quel tessuto. Ricordare significa riconoscere uccisioni e sparizioni, detenzioni e deportazioni, famiglie frantumate, comunità svuotate. Significa riconoscere il trauma di chi fu colpito e di chi, nel dopoguerra, fu costretto a scegliere tra restare e sentirsi straniero in casa propria, oppure partire lasciando tutto.

E tuttavia la parola ‘complessità’ non deve diventare un alibi. Non è un modo elegante per sfumare il dolore. È il contrario: è il modo per non falsare ciò che è accaduto. È il modo per evitare che la memoria venga ridotta a propaganda, e per impedire che i fatti vengano piegati al bisogno di “avere ragione” oggi. La verità storica non consola: orienta. E se orienta bene, aiuta una comunità a non ripetere gli stessi meccanismi di disumanizzazione.

C’è un’immagine che la letteratura dell’esodo ci consegna con una sobrietà che colpisce: la difficoltà di “guardarsi indietro”. Non per nostalgia, ma perché, in certe vite, voltarsi verso il passato fa male, come se la memoria potesse punire. È una suggestione che rimanda a un mito antico, quello di Orfeo: lo sguardo indietro che incrina la speranza, la perdita di Euridice. Eppure noi oggi dobbiamo guardarci indietro, con misura e con rigore, perché senza memoria non c’è cittadinanza adulta. Non per restare prigionieri del passato, ma per non esserne travolti di nuovo.

E questa, per noi, non è una storia lontana. Anche qui, a Cremona, quella vicenda ha avuto un indirizzo, stanze, corridoi. Ha avuto volti. E soprattutto bambini. Nel dopoguerra arrivarono in città e in provincia famiglie istriane, fiumane e dalmate: persone che avevano alle spalle un distacco forzato, una perdita, una scelta dolorosa. Vennero organizzati luoghi di accoglienza in edifici adattati all’urgenza: spazi dove la vita quotidiana si svolgeva in condizioni provvisorie, spesso in ambienti separati da pannelli o da coperte, con la dignità compressa, ma non cancellata. E dentro quella precarietà, in mezzo a una povertà che era di tutti, nacquero bambini. Non è un dettaglio “commovente”: è un fatto che dice tutto. Quando la storia sposta i confini, non sposta solo linee sulle mappe: sposta vite, biografie, infanzie.

La letteratura e le testimonianze di quegli anni insistono su una parola severa: infanzia negata. Perché la guerra e l’esilio entrano perfino nei giochi dei bambini, nelle loro abitudini, nel modo di fidarsi del mondo. E questo non riguarda solo chi ha subito direttamente l’esodo: riguarda tutti, perché una comunità che accoglie o respinge non sta semplicemente “gestendo un’emergenza”. Sta decidendo quale idea di umanità vuole praticare.

Cremona, come tante città italiane nel dopoguerra, ha dovuto affrontare quella prova senza avere risorse abbondanti né risposte facili. Accogliere non è mai stato semplice, e non ha senso idealizzare: esistono diffidenze, incomprensioni, fatiche reciproche. Proprio per questo conta il risultato civile: molte famiglie si fermarono, entrarono nel tessuto sociale, ricominciarono qui una vita fatta di lavoro, di scuola, di relazioni, di quartieri. Non “ospiti” eterni, non figure da ricordare soltanto come vittime, ma concittadini: persone che hanno contribuito a costruire la nostra comunità.

La storia non è soltanto ciò che è accaduto altrove. È anche ciò che una città decide di fare quando la storia arriva alla sua porta. Per noi, dunque, il Giorno del Ricordo non è una commemorazione astratta. È una pagina di storia cittadina che ci interroga sul significato concreto dell’accoglienza, sul valore delle reti sociali, sulla responsabilità delle istituzioni nel proteggere la dignità delle persone.

Nelle narrazioni dell’esodo ritorna spesso il silenzio. Molte vicende del confine orientale sono state attraversate da rimozioni, ritardi, timori. È come se, per anni, una parte di quella storia fosse rimasta affidata a “testimoni muti”, a parole che non trovavano spazio. E questo è un problema pubblico, non privato: perché quando una società non riesce a dare voce alla memoria, la memoria si deforma. O diventa rancore, o diventa strumento, o diventa negazione.

Ecco perché oggi dobbiamo tenere insieme due cose, senza separarle. La prima è il rispetto pieno per le vittime, per chi è stato ucciso o è scomparso, per chi è stato detenuto o deportato. La seconda è la fedeltà alla verità storica, che non è freddezza o relativismo, ma rifiuto delle caricature. Verità storica significa non piegare i fatti alle convenienze del presente; significa non usare la memoria per cancellare ciò che non conviene vedere; significa riconoscere che la violenza non nasce dal nulla e che i totalitarismi – quando si impadroniscono delle persone, quando pretendono “purezza”, quando trasformano l’identità in gerarchia – cominciano sempre allo stesso modo: prima restringono i diritti, poi restringono le vite.

Dire tutto questo significa capire il meccanismo. Il fascismo ha preparato il terreno con la violenza e la negazione dei diritti; il titoismo comunista ha trasformato una parte di quella reazione in violenza di Stato, intrecciando vendetta, rivoluzione e controllo territoriale. E noi ricordiamo per interrompere, non per prolungare, questa catena.

Il confine orientale ci consegna che quando le appartenenze vengono trasformate in marchi, quando la politica smette di riconoscere l’umanità dell’altro, la convivenza diventa fragile e la violenza trova un varco. Ricordare, allora, non significa riaprire ostilità; significa vaccinare la democrazia contro la disumanizzazione. Significa educare lo sguardo a riconoscere i segnali, prima che sia tardi.

Per questo la domanda, oggi, non è solo ‘che cosa è accaduto’, ma ‘che cosa facciamo di questa memoria’. Perché una città è adulta quando riesce a tenere insieme la pietà per chi ha sofferto e la lucidità nel capire perché è accaduto. Pietà senza lucidità diventa retorica. Lucidità senza pietà diventa cinismo. Noi non vogliamo né l’una né l’altro.

E a chi porta nel proprio nome, nella propria storia familiare, nella propria memoria domestica, la traccia di quell’esodo e di quelle perdite, voglio dire una cosa semplice: questa città vi riconosce. Non per concessione, ma per giustizia. Perché siete parte della nostra storia comune”.

Per l’occasione, come disposto dalla Presidenza del Consiglio dei ministri – Ufficio del Cerimoniale di Stato, bandiere a mezz’asta sono state esposte su tutte le sedi comunali.

Nella foto centrale la corona in ricordo delle vittime delle foibe

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