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In questi giorni tutta l’umanità, secondo tradizione, ha evocato la pace nel mondo, compresi molti di quei governanti e politici che provocano, alimentano, partecipano a molti conflitti locali. Conflitti magari su commissione di questa o quella potenza o persino per sperimentare “conto terzi” armi nuove (droni, IA, missili di precisione, ecc.). Guerre e guerricciole con effetti devastanti, chiamati collaterali, sulle popolazioni coinvolte perché portatori immediati di fame, epidemie e collasso dei servizi e nel tempo di vittime ‘lente’, quelle colpite da malattie e sofferenze postume.

Se per quanto riguarda la vecchia Europa, grazie all’UE (e alla Nato), da 80 anni a questa parte essa è riuscita a evitare sul territorio guerre e conflitti, nel resto del mondo in questi decenni i potenti della Terra hanno consentito che, naturalmente nei paesi più poveri e lontani, si consumassero tante guerre local”. Per l’oggi, ecco qualche dato sui disperanti effetti delle due guerre più raccontate ai nostri giorni: Russia–Ucraina (dal 2022): secondo l’OHCHR (l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani) le vittime civili sono state 12.654 e le perdite militari si stima siano di centinaia di migliaia, se non milioni, tra morti e feriti per entrambi gli schieramenti. Gaza (2023–maggio 2025): 53.000 morti totali, circa il 17% dei combattenti e l’83% dei civili. Oltre a queste follie di Putin e Netanyahu, dal Sudan al Sud-Est Asiatico fino ai Caraibi nello scorso 2025 ne sono state contate 56, dove per i soliti effetti collaterali si sono avuti milioni di morti.

Come già detto, tutto ciò avviene con il consenso, tacito o meno, dei potenti della Terra la cui arroganza è assicurata dalla gerarchia della loro forza militare o, per meglio dire, dalla loro disponibilità di armi atomiche. A questo proposito, se è vero che meno di cento di queste basterebbero per cancellare la vita sul nostro pianeta, ci si chiede il motivo dell’esistenza negli arsenali di nove governi di ben 12 mila ordigni termonucleari, il 90% dei quali, oltre 10 mila, in quelli degli USA e della Russia.

Ma la geopolitica non è governata soltanto dalla primordiale forza muscolare delle armi. Ben consapevoli dell’energia quale motore di ogni cosa, il possesso o il controllo delle fonti per produrla è l’altro elemento determinante la condizione di potere.

Ricordato che la fondamentale fonte energetica a dispetto dei moniti della comunità scientifica è da sempre prodotta dalla combustione delle fonti fossili (carbone, petrolio, gas naturale e legno), verso la fine degli anni ’80 (1988, apertura dell’Agenzia IPCC) l’umanità ha iniziato a tenere conto dei gravi problemi causati dalle loro emissioni, sanitari per quelle inquinanti, e climatici per quelle dei gas serra. La soluzione al problema non poteva che essere l’abbandono della combustione, quindi la conseguente irrilevanza politica ed economica delle sue fonti energetiche e della loro sostituzione con altre fonti energetiche come quelle alternative ‘pulite’ donate dalla Natura: il sole, l’acqua, il vento, la geotermia.

Tutto ciò però influisce radicalmente sul potere, tanto da indurre a immaginare un rivoluzionario e sicuramente combattuto cambiamento rispetto ai modelli e ai paradigmi che oggi ancora ci governano: mentre le fonti fossili hanno dei proprietari e dei controllori, le fonti alternative sono totalmente libere, gratuite e disponibili ovunque.

Anche ricordando le difficoltà che l’indispensabile transizione energetica sta incontrando, è lecita questa considerazione. Oggi attribuire alla battaglia per questa transizione soltanto la realizzazione di un progetto ai fini della sostenibilità ambientale significa non avere compreso la potenziale importanza per la civiltà dei rapporti per il futuro delle nuove generazioni. Abbiamo cioè l’occasione di una implicita nuova e riduttiva narrazione della definizione di ‘potere’ e, forse, di un ruolo meno di minaccia incombente rappresentato da quelle 12 mila bombe.

 

 

Benito Fiori

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