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Alle nove di sera del 5 marzo 1876 in piazza della Scala a Milano gli strilloni, ragazzini che vendevano per strada i giornali strillando le notizie, davano l’annuncio della nascita di un nuovo quotidiano, il Corriere della Sera. 

Era la prima domenica di Quaresima, giorno in cui al tempo i giornali non uscivano: quella scelta editoriale astuta e aggressiva denota il carattere del nuovo giornale e del suo fondatore, Eugenio Torelli Viollier, un napoletano di buona famiglia ma dalla vita drammatica, tormentata e avventurosa come in ogni buona storia ottocentesca che si rispetti.

Un paio di stanze e tre soli giornalisti nella centralissima (e neonata) Galleria Vittorio Emanuele II, quando ancora un emergente poteva permettersi un affitto in quello che oggi è uno degli spazi più costosi e desiderati dai grandi marchi di tutto il mondo.

Il nostro Torelli sapeva bene che si trattava di una impresa titanica, fondare un nuovo giornale e fare concorrenza a colossi come Il Secolo. Era l’Italia appena fatta dai Savoia, che avviava la sua rivoluzione industriale, la sua modernizzazione urbanistica, in cui la borghesia si faceva strada a grandi bracciate tra capitalismo spinto e spinte socialiste di un’altra nuova classe, gli operai.

Milano, ça va sans dire, è la capitale italiana di questi veloci mutamenti, centro industriale di capitalisti a volte illuminati altre sfruttatori e covo di anarchici bombaroli e socialisti rivoluzionari.

Nel giro di pochi anni, quel piccolo giornale diverrà uno dei simboli assoluti di Milano, sopratutto grazie alla guida di un gigante della editoria, quel Luigi Albertini che dal 1900 in poi ne fu direttore e padre padrone, superando nel 1906 Il Secolo con oltre 150.000 copie.

Ad Albertini si deve ciò che il Corriere è diventato, e anche se in lui non mancarono talune iniziali simpatie fasciste ebbe un terribile rapporto con Mussolini, negandogli ogni richiesta di adeguamento ai suoi voleri e finendo ovviamente per essere cacciato dal suo stesso quotidiano, dopo assalti squdristi e sequestri di copie. Tuttavia, in seguito al delitto Matteotti, il Corriere raggiunse il record di quasi un milione di copie, segno che tutto sommato Milano il fascismo lo digeriva ben poco sebbene gli avesse dato i natali.

La proprietà passo interamente alla famiglia Crespi, una delle più ricche e prestigiose della borghesia illuminata d’Italia, e il suo prestigio crebbe al punto da diventare nel ’68 il simbolo del potere borghese tanto da subire stavolta dopo gli assalti fascisti quelli degli studenti di sinistra, regnante quale direttore un altro pezzo da novanta della nostra storia, Giovanni Spadolini

Il 1968 è anche per il Corriere come per tutta la società italiana l’anno spartiacque: la tradizionale indipendenza cede il passo a una sempre maggiore influenza politica sul giornale, e di tutte le parti politiche, anche se in quegli anni il Corriere vira a sinistra, non senza guai, con Piero Ottone, che dal canto suo pur se di sinistra era abituale compagno di navigazione di Gianni Agnelli sulle sue splendide barche…

Da lì in poi, come sempre in Italia quando la politica prendeva possesso, i guai del Corriere non ebbero più fine: politicanti e finanzieri, pressioni e misteri, accordi complicatissimo e scontri violenti caratterizzano la sua gestione che in poco tempo porta nella proprietà nientemeno che i Rizzoli, gli Agnelli e i Moratti, il.gotha del capitalismo italiano, che fanno accordi con la base comunista del giornale ma dettano una linea assai più borghese.

Nasce in quegli anni l’oramai mitologico “patto di sindacato del Corsera”, che per anni è stato lo specchio del complicato sistema di governo del Paese, tanto che si diceva che chi controllava il Corriere controllava l’Italia e viceversa, e anche che chi entrava nel Corriere ne usciva puntualmente colpito se non affondato…Perfino il venerabile Licio Gelli ai tempi d’oro della sua P2 ebbe il comando del Corriere, in quel fumoso letale incrocio di denari oscuri e poteri occulti, patti di governo e accordi sottobanco tipico della nostra Italia al centro della Guerra Fredda. 

Quella Italia ormai non esiste più. La Prima Repubblica cede il passo alla seconda a traino berlusconiano, a cui il Corriere non si riesce ad adattare, pur rimanendo un punto di riferimento per l’informazione della classe media, ma essere il direttore del Corriere rimane uno dei compiti più prestigiosi e più complessi e delicati d’Italia, tanto che si diceva che per dirigerlo occorreva conoscere più la politica che il giornalismo.

Quel che certamente rimane del Corriere è la sua straordinaria progenie di talenti giornalistici: da lì sono passati tutti le più grandi firme del giornalismo italiano, e la sua capacità di racconto serio ed equidistante ne ha fatto un punto di giudizio imprescindibile della nostra società, oltre che uno dei simboli indiscussi di Milano e della Lombardia, e del suo modo di essere, lavorare e comportarsi.

 

Francesco Martelli

sovrintendente agli Archivi del Comune di Milano

docente di archivistica all’Università degli studi di Milano

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