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Che le cose a livello nazionale, a partire dalla chiamata di Conte alle primarie, disattendano gli auspici di chi si è speso per il No è un fatto. E succede che partiti e singoli soggetti qui sul territorio si intestino l’esito. Sconcerta che non si capisca che così, per partigianeria e senza una lettura delle ragioni del voto, si brucia un risultato clamoroso. Il sociologo Ravelli analizza queste ragioni (Radiografia di un miracolo 30/03/26) e lo fa con acume, salvo qualche errore quando riassume nel tema della pace il perché del No dei giovani e quando ipotizza tra le ragioni del Sì l’idea che l’opposizione in questi anni abbia disturbato i manovratori. Il tema della pace fa muovere i giovani consapevoli però anche di doversi misurare con un sistema che li vuole consumatori passivi e non protagonisti, mentre è un dato che l’opposizione sia stata con la destra tessitrice di quel ‘finanzcapitalismo’ che ha cambiato la faccia dell’Italia in linea col resto del mondo.

Quanto al Sì a tappeto nei piccoli centri (pure cremonesi) Ravelli lo spiega col fatto che questi, da operose comunità del ‘fare’, loro malgrado si sono fatti ‘comunità del rancore’, impaurite dal nuovo che induce alla difesa e fa scambiare ‘fedeltà al governo di turno con protezione’. Su questa Italia minore ma dai grandi numeri la politica tutta ha chiuso gli occhi, lasciandola ai margini quanto a servizi, a partire da quelli sanitari, impoverita dal punto di vista dell’accesso al lavoro e forzata al pendolarismo verso la città e i centri commerciali. Il Sì a tappeto di queste comunità per Ravelli viene anche dal ‘bisogno di chiusura verso l’ignoto’ che spesso è l’immigrato perché un’immigrazione massiccia su comunità di 200, 500, 1000 abitanti senza altro accompagnamento che la richiesta dell’imprenditoria territoriale ha dato il colpo finale a quella vita di comunità che dà senso allo stare ai margini, vita di comunità già limata dalla devastazione del covid e dai nuovi media. E l’ opposizione ha ignorato questo tema che impatta più sui paesi che sulle città use a un’eterogeneità e variabilità di presenze. 

Se ora l’opposizione vuole responsabilità di governo non deve intestarsi il voto ma dare risposta  

-al problema dell’ immigrazione che va regolata

-al problema della giustizia da efficientare, non da piegare a salvare dai processi i manovratori

-al problema dei fondamentali dell’economia tra deindustrializzazione, mancata crescita e sistema impositivo da riformare               

-al problema del ‘capitalismo feudale ultramoderno’ che ha cancellato i mestieri e la libera imprenditoria anche giovanile togliendo vivibilità ai piccoli centri che erano ‘comunità di mestieri’ declassandone i cittadini da lavoratori autonomi a dipendenti precari, da produttori a consumatori pendolari forzati dei centri commerciali

-al problema delle prospettive di lavoro per i giovani ridotti a prestatori d’opera temporanei senza garanzie sull’oggi e sul futuro che ne limano le progettualità di vita

-al problema della gestione delle risorse finanziarie connesso alla tenuta dello Stato sociale e del diritto alla salute che non si tutela demolendo ospedali per fare muri nuovi trascurando la sanità territoriale e lasciando scoperte le condotte

 -al problema della indipendenza energetica che ci può venire solo dalle rinnovabili che non includono il biometano,

 -al problema della cementificazione/gestione dei suoli anche alla luce di un modello di agricoltura virata ad attività industrial/finanziarie con concentrazioni monopolistiche

-al problema della difesa dell’ambiente che non si fa con belle conferenze e inceneritori ma con no decisi e mediazioni concordate con i territori

-al problema del confronto sempre negato tra potere politico locale e cittadini e del diritto a una stampa libera come crogiolo di democrazia

-al problema della collocazione dell’Italia nel mondo che non può prescindere da una vocazione europeistica senza incertezze, compresa una difesa comune che sia di garanzia

-al problema della solidarietà che va direzionata verso chi chiede asilo e futuro all’Italia ma anche verso chi si vede invaso in spregio al diritto internazionale

-al problema della pace che non vive di dichiarazioni e marce colorate ma di relazioni diplomatiche gestite a una voce da un’Europa memore della propria storia e responsabile dei destini comuni. 

Non è tutto. Se è tanto si parta da qualcosa. Ma se PD, 5 Stelle, altra Sinistra non si ritrovano in un progetto comune a misura di Paese perdono se stessi e soffocano il grido di dolore salito dal basso. 

Questo No, che è insieme nel merito e di protesta, chiede un progetto di società che sia credibile. Non chiede un nome e una faccia da scegliersi tirando l’alea. E il progetto è anche una proposta per chi magari ha detto Sì a un quesito ostico o a un modello di società elitaria, autoreferenziale, nemica delle regole che è la miccia vocata ad attizzare venti di guerra capaci di togliere la terra sotto i piedi anche a chi vive nell’agio o di privilegi. 

Ora associazioni, comitati e chi anche singolarmente si sia speso perché non si cedesse al bluff hanno il dovere di chiamare i partiti, territorio per territorio, alla responsabilità perché non c’è segretario politico di rango nazionale che possa qualcosa se i quadri territoriali remano contro.

Chi ha condiviso le ragioni del No e chi si fa carico dei destini comuni chiami i partiti a sotterrare l’ascia delle primarie e a concordare con urgenza un programma che ridia credibilità alla politica e coltivi nuova fiducia in chi ha scelto di tornare a votare per mettere nero su bianco che vanno salvati i fondamenti della nostra democrazia.

 

Rosella Vacchelli

 

 

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