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Tra luglio e agosto 1975 viene  presentato a Taormina nel disinteresse generale l’ultimo film di rio Mario Monicelli, Amici Miei.

Il titolo è un omaggio alle ultime parole di Pietro Germi, uno dei padri del cinema italiano, che poco prima di morire nel 1974 disse  “amici miei, ci vedremo, io me ne vado”. L’idea del film era sua, e molto probabilmente lo avrebbe girato lui, ma toccò al suo erede Monicelli, che con grande rispetto per il Maestro all’inizio dei titoli di testa fece scrivere proprio “un film di Pietro Germi”.

Come sarebbe stato quel film girato da Germi non lo sapremo mai. Quel che sappiamo è che uscì nelle sale a ottobre e fu il più grande successo di incassi dell’anno. un successo incredibile nato proprio dal passaparola del pubblico, dato che non era stato pubblicizzato e che lo stesso Monicelli non ci aveva scommesso gran che.

In effetti, il film è una sorta di “toscanata” fatta di episodi burleschi realmente accaduti nella Firenze del 900, e la formula del cast a quattro grandi star e le atmosfere tra il cupo e il goliardico  seguono le orme della Grande Abbuffata di Marco Ferreri, uscito con grande scandalo un anno prima.

Tuttavia, Amici Miei è storia del cinema e anche della società: la maggior parte dei maschi italiani che hanno più di 40 anni lo conoscono a memoria, e alcune delle sue battute sono diventate gergo quotidiano di almeno due o tre generazioni. E una delle invenzioni linguistiche del film, la mitologica Supercazzola del Tognazzi/Mascetti è entrata di diritto nel vocabolario italiano a indicare uno sproloquio incomprensibile.

Ho usato volutamente la parola maschi e ultra quarantenni perché Amici Miei è un film scomparso tra le  nuove generazioni. Non lo conoscono, e se lo conoscono non li fa ridere ma anzi li mette perfino a disagio. Perché Amici Miei è un film impossibile oggi: un film maschilista come pochi, in cui non c’è traccia di tutto ciò che oggi è mainstream. È cinico. maschilista, politicamente scorretto, disilluso, sboccato, menefreghista, lazzaronesco e cialtrone, diseducativo al massimo. I protagonisti sono tutti rigorosamente comunisti e atei, da buoni toscani di allora quando là il Pvi prendeva l’ 80%, eppure oggi sarebbero più a destra della Meloni. Oggi al massimo potrebbe essere un film di denuncia sociale, e quindi una palla volutamente insopportabile. Un film dove le donne sono relegate al ruolo di sante penitenti un po’ sceme, di arpie insopportabili o di mignotte da usare e scaricare nel peggiore dei modi. Il livello di maschilismo di Amici Miei è qualcosa che oggi proibisce perfino di pensarlo un film del genere. 

Non parliamo poi di green o ecologia: tre quarti del film è girato sulle macchine dei protagonisti che girano sgasano e parcheggiano ovunque in una Firenze in cui oggi in auto non ci si può nemmeno avvicinare. Se andate a vedere il Palazzo che ospitò la scena iniziale, quella in cui Il Perozzi/Noiret lavora alla mitica scrivania del terzo piano, ebbene la finestra non la vedrete più perché il palazzo (il retro della Biblioteca Centrale Nazionale) allora rigorosamente senza una pianta è oggi completamente ricoperto di cipressi. Firenze sembra la Rostov dell’Ucraina degli anni ‘90, con la puzza di gasolio cattivo che si riesce a sentire anche solo guardando quel cielo perennemente plumbeo a Milano in novembre.

Rispetto alle generazioni di oggi Amici Miei sembra un film di 200 anni fa, non di 50 anni fa. 

Eppure, Amici Miei rappresenta per l’Italia un patrimonio inestimabile, la risposta al fallimento del Neo realismo e la conferma di un presupposto assoluto della nostra  società:  agli italiani le cose drammatiche vanno sempre dette  comicamente. Il Neo realismo che ci aveva dipinti come i morti di fame che eravamo aveva fatto andare in brodo di giuggiole gli americani, che si potevano vantare di averci cavato dalla miseria nera, e i sovietici, che sulla miseria ci hanno campato 70 anni, ma alla DC di De Gasperi e alla maggioranza degli italiani proprio non  era andato giù. 

Gli italiani detestano le brutte notizie, e se proprio gli vanno date bisogna riderci sopra. Amici Miei è stato girato nel bel mezzo degli anni di piombo, nell’anno in cui ben due stragi insanguinano il Bel Paese, piazza della Loggia e il treno Italicus. In un’Italia in perenne guerra civile, dove si andava al ristorante solo a mezzogiorno perché la sera ci si chiudeva in casa, dove c’era l’inflazione alle stelle e la crisi energetica. E infatti, i protagonisti non hanno altro diletto che il biliardo o andare in giro di giorno a fare scherzi:  non c’è una festa, un locale alla moda, una discoteca, la notte non esiste e quando c’è non c’è un cane in giro…niente. Il film è di una tristezza invereconda: è probabilmente l’unico film della storia girato in Toscana senza mai un minuto di sole e perfino con la nebbia, dove tra cappotti marroni e divani arancioni sembra di essere nella Germania dell’Est molto più che nella culla del Rinascimento.

E da qui nasce la contraddizione perfetta che tormenta chiunque lo guardi, come un fastidio di fondo insopprimibile: è un  film che fa crepare dal ridere dall’inizio alla fine, dove le scene più drammatiche o tristi sono proprio quelle dove si ride di più, come il surreale funerale del Perozzi, dove il pianto degli amici diventa una risata incontenibile. Non si riesce a capire mai, dico mai, se si sta guardando un film drammatico o un film comico.

Erano anni drammatici veri, quelli  in cui si poteva ancora ridere su tutto e di tutti. Sembrano davvero  passati 200 anni, non solo 50…

 

Francesco Martelli

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